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Ombre su Torino

Una gomma bucata, due ragazzi che si fermano per ridere e un uomo morto

Un’aggressione in via Montebello, nel 1964, si trasforma in morte. Da una parte un giovane di periferia, dall’altra un aristocratico dal passato ingombrante: due destini diversi, uniti dalla violenza e da una lunga scia di reati

Una fedina penale lunga quasi come il proprio cognome.

Se il capitolo iniziale di questa storia l’avesse scritto lo stesso giornalista di cui abbiamo letto le parole usate per descrivere Antonio Di Falco e i suoi sodali con pennellate dense e taglienti, probabilmente avrebbe indugiato ancora di più sui dettagli, avrebbe rallentato il passo del racconto per fermarsi su un volto, su una strada, su un’aria di periferia ancora indefinita, quasi sospesa. Avrebbe forse osservato che alle Vallette, nel 1964, il destino non è ancora scritto sui muri scrostati, che non esistono ancora etichette definitive come “disadattati, emarginati e sradicati”, ma solo vite in bilico, traiettorie incerte, pronte a scivolare da una parte o dall’altra senza che nessuno, davvero, se ne accorga in tempo.

E così, il primo personaggio di questa vicenda sarebbe apparso quasi in sordina, senza enfasi, come uno dei tanti: Vittorio De Maio, ventidue anni, residente in via delle Primule 12, uno dei ragazzi cresciuti ai margini della città, in un quartiere che sta ancora cercando una propria identità, sospeso tra periferia e promessa. Non è ancora il nome che, di lì a poco, tornerà a galla nelle cronache nere — nel 1968 per un regolamento di conti sentimentale finito a colpi di pistola, nel 1972 come vittima di un agguato in un club di via Cigna, ritrovo abituale di malviventi — ma è già qualcosa di più di un semplice ragazzo qualunque. È un volto noto, uno che la polizia ha imparato a riconoscere, uno che attacca briga con facilità, che non si tira indietro, che sembra cercare il conflitto quasi come una conferma di sé.

Di giorno fa il bigliettaio per l’ATM, un lavoro ordinario che stride con una certa inclinazione al disordine. Non è ancora un criminale di professione, non è ancora quello che diventerà, ma si muove come se fosse già abituato a sfidare i limiti, a cercare il confine tra il lecito e l’illecito, a testarlo, a superarlo per vedere cosa succede dopo. La conferma arriva il 18 gennaio 1964, in una Torino invernale, quando il freddo taglia le strade e la città scorre lenta, quasi distratta.

È poco dopo l’una quando Vittorio De Maio, alla guida della sua Giulietta, si trova in via Montebello insieme a un amico. Davanti a loro, una Giulia accostata: un giovane è chino a cambiare una gomma. È una scena banale, quasi quotidiana, una di quelle che si consumano mille volte senza lasciare traccia. Ma qualcosa, quel giorno, devia. I due rallentano, si fermano in mezzo alla carreggiata e iniziano a provocare. Prima le battute, poi l’ironia pesante, poi l’offerta beffarda: “Per cinquemila lire ti diamo una mano”. Una cifra che suona più come uno scherno che come una proposta reale, un modo per umiliare più che per aiutare.

La scena si prolunga, si incattivisce, si trascina per qualche minuto di troppo. Finché alle loro spalle arriva un’altra auto. A bordo c’è Ugo Gino, quarantaquattro anni, impiegato FIAT, con i figli Luigi e Luciana. È un uomo qualunque, uno di quelli che tengono insieme il tessuto silenzioso della città: lavoro, famiglia, abitudini regolari. Si trova davanti la strada bloccata. Aspetta. Poi suona il clacson. Nessuna reazione. Scende dall’auto, probabilmente con l’intenzione di chiedere, con garbo, di liberare il passaggio.

Non ne ha il tempo.

L’aggressione è rapida, sproporzionata, quasi incomprensibile nella sua violenza. L’amico di De Maio gli si avventa contro e lo colpisce al ventre. De Maio, invece, si scaglia sul figlio, spaccandogli il labbro con un pugno secco. È un attimo che si rompe, un equilibrio che salta, qualcosa che non torna più indietro. Il ragazzo ferito viene portato in ospedale. Ugo Gino, invece, resta lì, con addosso qualcosa che non si vede ma che ha già iniziato a fare danno.

All’ospedale appare pallido, provato, svuotato. Si siede su una panca, si porta le mani allo stomaco, poi perde i sensi. Non chiede aiuto, non fa scenate, non alza la voce. Ha solo fretta di tornare a casa, dove la moglie lo aspetta per pranzo. È un dettaglio che pesa come un macigno: la normalità che tenta di resistere fino all’ultimo, anche quando il corpo sta già cedendo.

Ma il corpo ha già deciso. Quando, alle 14.30, la Croce Rossa viene finalmente chiamata, è troppo tardi. Ugo Ginomuore sul pavimento del suo alloggio. Non per un colpo diretto, non per una ferita visibile, ma per un infarto scatenato da quello scontro, da quella paura, da quella violenza improvvisa che ha consumato ogni energia fino a spegnere il cuore.

Nel pomeriggio, la polizia risale a Vittorio De Maio grazie alla targa dell’auto. Lo trovano mentre si fa tagliare i capelli, in un gesto quotidiano che stride con ciò che è appena accaduto. Non sa ancora che c’è un morto. Minimizza: una lite, niente di serio. Parla, forse troppo, e fa il nome del complice, attribuendogli la responsabilità dei colpi più gravi.

E qui il racconto cambia registro, come spesso accade quando la realtà supera le aspettative.

Perché il complice non è un altro ragazzo delle Vallette, non è un piccolo delinquente di periferia. È un conte: Cesare Maria Gaschi di Bourget e Villarodin. Ventuno anni, un cognome lungo e pesante, che porta con sé una storia ingombrante, stratificata, difficile da ignorare.

Rampollo di una casata che, negli anni del fascismo, aveva espresso figure tra le più radicali e intransigenti del panorama torinese, uomini passati dall’essere pilastri del movimento a diventare, col tempo, elementi scomodi, talvolta perseguitati, arrestati, confinati. Una parabola che racconta molto più di una famiglia: racconta un’epoca.

Un’aristocrazia che, negli anni Sessanta, conserva il suono del titolo ma ha perso gran parte della sostanza. Restano i nomi altisonanti, ma non più le certezze economiche, non più il prestigio incontestato. E, soprattutto, restano individui che sembrano aver smarrito ogni riferimento concreto a quei valori di “esempio e spirito di solidarietà” evocati nei documenti ufficiali.

Nel caso di Cesare Maria Gaschi, quelle parole suonano quasi ironiche. Il giorno dopo la morte di Ugo Gino, il padre lo descrive come uno scioperato, frequentatore di cattive compagnie, segnato da uno squilibrio attribuito a un incidente mai del tutto superato. Ha già conosciuto il carcere per furti, è in libertà vigilata, e il suo nome circola in ambienti investigativi anche per un possibile coinvolgimento in un sequestro di persona.

Quando, il 31 gennaio, decide di costituirsi, l’accusa è pesante: omicidio preterintenzionale, in concorso con Vittorio De Maio. La morte di Ugo Gino viene ricondotta a un trauma psichico violento: la paura, lo sforzo, l’aggressione hanno scatenato un infarto fatale. Non un delitto pianificato, ma una conseguenza diretta di una violenza gratuita, improvvisa, evitabile.

E mentre le indagini proseguono, il quadro attorno a Gaschi si allarga. Spuntano altri reati: una pellicceria svaligiata per un valore di dieci milioni di lire, novanta pneumatici rubati da un’officina, attività di ricettazione. Nello stesso periodo, anche i fratelli Guido e Vittorio Gaschi finiscono in manette per una tentata rapina a Milano. Una famiglia intera che sembra scivolare lungo una china comune, senza più freni.

Il processo segue il suo corso: condanne in primo grado e in appello. Poi, nel 1965, il colpo di scena. In secondo grado, Gaschi e De Maio si presentano con una squadra difensiva che ha il sapore della storia: Alfredo De Marsico, già ministro di Mussolini, il deputato democristiano Domenico Larussa e Giovanni Leone, destinato a diventare Presidente della Repubblica.

Una difesa di altissimo profilo che riesce a ottenere un nuovo processo. Nel 1967, il verdetto cambia: De Maio viene assolto, Gaschi condannato a sei anni e dieci mesi. Il conte sconta quattro anni, esce nel 1971 e torna subito a far parlare di sé: sorpreso a rubare in un deposito di medicinali ad Alba.

È solo l’inizio. Nel 1976 compare nelle cronache per una rapina a mano armata vicino Mantova. Quando lo arrestano l’anno successivo, in casa gli trovano un piccolo arsenale: pistole, dinamite, un fucile a canne mozze, passamontagna. Nonostante ciò, viene dichiarato non giudicabile.

Da quel momento, il suo nome diventa una presenza costante nelle cronache. Nel 1987 viene fermato con eroina. Poi ricettazione, usura, traffici opachi. Entra ed esce di prigione con una frequenza quasi rituale. Le notizie più recenti lo collocano tra Valenza e altri circuiti dell’oro rubato, con accuse che sfiorano anche episodi inquietanti.

L’ultimo arresto arriva nel 2021, a settantasette anni. Insieme a un complice viene trovato con una pistola, centinaia di munizioni e un jammer per disturbare i GPS dei portavalori. In casa: lampeggianti, targhe false, lingotti, gioielli, diamanti, orologi, un fornelletto per fondere metalli. Una vita intera compressa dentro una perquisizione.

E allora, tornando a quella scena iniziale in via Montebello, resta una sensazione difficile da ignorare: che le categorie semplici non bastino. Che il confine tra rispettabilità e devianza sia molto più sottile di quanto si creda.

Perché, a volte, un cognome nobile non protegge da nulla. E può accadere che, dietro un titolo aristocratico, si nasconda un percorso criminale più lungo, più ostinato e più feroce di quello di tanti ragazzi cresciuti alle Vallette.

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