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Ombre su Torino

Lo sguardo dalla finestra, la fuga d’amore. Quella morte mai del tutto chiarita in un appartamento di Borgaro

Un giorno qualsiasi. Di quelli che scorrono senza lasciare traccia. Di quelli che, solo dopo, si scopre essere stati decisivi.Emma ha 32 anni. È sposata da dieci con Domenico,

Emma e Vito. Quando amore e gelosia finiscono nel sangue.

Emma e Vito. Quando amore e gelosia finiscono nel sangue.

Probabilmente dovevano soltanto incontrarsi.Non per scelta, non per coincidenza, ma per una di quelle traiettorie sotterranee che sembrano esistere da sempre, anche quando ancora non si vedono. Come se le loro vite, pur correndo su binari lontani, fossero state lentamente indirizzate verso un unico punto di collisione. Inevitabile.Due persone apparentemente diversissime, quasi incompatibili a uno sguardo distratto. Eppure unite da qualcosa di più profondo di qualsiasi somiglianza evidente. Un’inquietudine comune, un senso di insofferenza difficile da spiegare, una crepa interiore che le rendeva incapaci di aderire davvero al mondo che avevano intorno.Agli antipodi per estrazione sociale, per abitudini, per percorso di vita. Ma entrambe, a modo loro, in fuga. Da una società che negli anni ’70 è attraversata da tensioni fortissime: chi la combatte con la violenza, chi prova a cambiarla con la politica, chi invece, più silenziosamente, cerca semplicemente di sottrarsi. Di respirare.

1972. Un giorno qualsiasi. Di quelli che scorrono senza lasciare traccia. Di quelli che, solo dopo, si scopre essere stati decisivi.Emma ha 32 anni. È sposata da dieci con Domenico, un uomo considerato da tutti affidabile, concreto, uno che lavora e che tiene in piedi una famiglia. Insieme al padre di lei gestisce un’officina meccanica a Settimo Torinese. Un’attività che funziona, che garantisce stabilità, sicurezza, rispetto.

Vivono a Torino, al piano rialzato di via Forlì 131. Una casa grande, ordinata, con un piccolo giardino che separa l’interno dal mondo esterno. Una casa che, vista da fuori, racconta una vita riuscita.

Emma non lavora. Non è necessario. Il marito guadagna bene, e questo le permette – come ripetono spesso parenti e conoscenti – di “vivere come una signora”. Una definizione che, però, dice più di chi la pronuncia che di chi la vive.

Perché quella vita, apparentemente perfetta, ha un rovescio silenzioso.

Quattro figli da crescere: due maschi e due femmine. Il più grande ha nove anni. Le giornate sono scandite da ritmi sempre uguali, da impegni che si ripetono, da una routine che non lascia spazio a deviazioni. Quando i bambini sono a scuola e il marito al lavoro, resta il vuoto.

Un vuoto pieno di tempo.

Si può immaginare Emma muoversi dentro quelle stanze ampie, attraversarle senza una vera direzione. La domestica che riordina, pulisce, sistema, ma senza riempire davvero il silenzio. Le finestre che danno sul giardino. Lo sguardo che si posa oltre, sulla strada, sulle altre case. Come se ci fosse sempre qualcosa fuori portata.

Non è infelicità dichiarata. Non è disperazione. È qualcosa di più sottile. Una sensazione di costrizione. Di vita già scritta. Di futuro già deciso.

E la consapevolezza, forse ancora confusa, che quella non è la vita che avrebbe voluto.

Ma uscirne significa rompere tutto. Esporsi. Spiegare. Ferire. Rinunciare.

E allora resta.

Senza sapere che, proprio di fronte a lei, sta maturando una storia destinata a travolgerla.

Dall’altra parte della strada, infatti, si è trasferito da poco Vito.

Ha 41 anni. Fa la guardia giurata. Porta con sé una storia irregolare, segnata da spostamenti, rotture, tentativi di ricominciare.

È rimasto orfano di padre in circostanze che pesano come un macigno: l’uomo muore poco dopo essere tornato da un lager. Un’eredità emotiva difficile, che segna l’infanzia. Cresce in Francia, affidato agli zii. Si costruisce una vita lì: si sposa, ha due figlie.

Ma anche quella vita si incrina. Tradimenti, tensioni, fino alla separazione dopo pochi anni.

Rientra in Italia. Riparte. Si lega a una giovane parrucchiera. Un altro figlio. Ancora una volta sembra possibile costruire qualcosa di stabile. Ma anche questa relazione si consuma. Piccoli attriti, incomprensioni, fino alla rottura definitiva.

Quando arriva a Torino, Vito è un uomo che ha già visto fallire più di un tentativo di normalità.

Due esistenze diverse. Due solitudini che non si conoscono.

Fino a quel momento.

Emma è in giardino. Forse sta sistemando qualcosa, forse semplicemente cercando aria. Vito è alla finestra. Un gesto qualunque, uno sguardo distratto.

E poi l’incontro.

Gli occhi che si incrociano.

E restano lì.

Non scivolano via come succede tra sconosciuti. Non si abbassano. Si fermano. Si cercano. Si studiano. C’è qualcosa che li trattiene, qualcosa che impedisce di distogliere lo sguardo.

È un attimo. Ma non è un attimo qualsiasi.

Da quel momento in poi, niente sarà più davvero come prima.

I giorni successivi sono fatti di attese.

Di sguardi rubati. Di presenze percepite anche senza vedersi. Le finestre diventano punti di osservazione. Il giardino una soglia. Si crea una routine nuova, silenziosa, fatta solo di apparizioni e sparizioni.

Finché Vito decide di rompere quella distanza.

Comincia a seguirla. All’inizio da lontano. Poi sempre più vicino. La osserva nei negozi, lungo la strada. Le lascia biglietti. Piccoli messaggi infilati sotto la porta. Una presenza costante, insistente.

Non è una corte tradizionale. È qualcosa di più pressante, più difficile da ignorare.

Emma capisce subito. È lusingata. È anche spaventata. Ma non si tira indietro del tutto. Resta in quella zona ambigua in cui si può ancora fingere che non stia succedendo nulla, pur sapendo perfettamente il contrario.

Gioca sul filo.

Finché il filo si spezza.

Cede.

E quando cede, lo fa completamente.

La relazione nasce così: di nascosto, con un’intensità che sembra compensare tutto ciò che manca nelle loro vite ufficiali. Ogni incontro è un rischio. Ogni momento insieme è rubato. Ma proprio per questo diventa indispensabile.

Vivono nell’attesa. Nell’adrenalina. Nella paura costante di essere scoperti.

E quando non possono incontrarsi, tornano alle finestre. A quel primo linguaggio fatto solo di sguardi.

Dieci mesi.

Poi arriva la decisione.

Emma non regge più la doppia vita. Confessa tutto a Domenico. E sceglie di andarsene.

Lascia il marito. Lascia i figli. Lascia una posizione sociale solida, una sicurezza economica, una famiglia.

Un taglio netto.

Chi la conosce parlerà di una caduta: da “regina a serva”. Ma per lei, probabilmente, è un tentativo di libertà.

Va con Vito.

Prima a Lanzo. Poi a Borgaro, in via Risorgimento 22.

All’inizio è tutto come avevano immaginato. Finalmente insieme, senza più nascondersi. Senza più finestre, senza più attese.

Ma la realtà, lentamente, si insinua.

E quello che li aveva uniti – quell’intensità assoluta – si trasforma.

In controllo.

In sospetto.

In gelosia.

Una gelosia reciproca, soffocante.

Vito impone regole. Controlla. Limita. Decide cosa può fare e cosa no. Le vieta i jeans, la accusa di provocare. Non vuole che abbia contatti con la famiglia. Le impedisce di vedere i figli.

Emma, a sua volta, non è meno ossessiva. Lo segue, lo controlla, lo chiama continuamente. Pretende di essere presente ovunque. Non tollera distrazioni, non accetta ambiguità.

Il rapporto si chiude su sé stesso.

Diventa un circuito senza uscita.

Un giorno, mentre Vito è di guardia davanti a una banca, lei telefona diciassette volte. Un gesto che dice tutto, senza bisogno di spiegazioni.

E poi arriva quel giorno.

20 maggio 1975.

Rientrano a casa intorno alle 13. Litigano subito. Le urla riempiono le stanze. Continuano durante il pranzo. Poi si spostano in camera da letto.

È una scena già vista, per chi vive accanto a loro.

Ma quella volta qualcosa cambia.

Dopo circa dieci minuti, un colpo.

Violento. Secco.

Una calibro 38.

Il proiettile attraversa la testa di Emma. Si conficca nel muro. Il letto si macchia di sangue.

Silenzio.

Poi il caos.

Vito solleva il corpo. Lo sistema sul letto. Le mette la pistola in mano. Esce. Urla. Dice che si è suicidata.

Ma la versione non regge.

Arrestato, cambia racconto. Parla di una lite, di una provocazione, di un gesto sfuggito di mano.

Gli inquirenti non ci credono.

La perizia balistica esclude il suicidio. Esclude l’incidente.

Per l’accusa è omicidio volontario.

Diciotto anni di condanna richiesti.

Ma il processo si trascina per anni. L’Italia è attraversata dal terrorismo, le priorità giudiziarie sono altre.

Sei anni.

Poi, nel 1981, la sentenza.

Il guanto di paraffina è negativo.

Vito Martelli non ha sparato.

Condanna ridimensionata: cinque anni, due condonati. Pena già scontata. Scarcerazione immediata.

I giudici parlano di un gesto “dissennato e colpevole, ma non doloso”.

Una decisione che scuote, che divide, che lascia aperte domande.

Una sentenza difficile da accettare.

Così come è difficile, forse impossibile, trovare una logica lineare in tutta questa storia.

Una storia che nasce da uno sguardo.

E finisce con un colpo di pistola.

Una storia che, probabilmente, non poteva che andare a finire così.

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Via Artom: la strada che porta il nome di un martire, ma non la sua dignità

Le strade di Torino – Via Artom
Via Emanuele Artom è una strada lunga circa un km e mezzo che si trova a Mirafiori Sud, nell’estrema periferia sud-ovest di Torino. Incastonata tra via Onorato Vigliani e il torrente Sangone, attraversa quest’ultimo salendo sul ponte Europa con i suoi ultimi numeri civici che si trovano già a Nichelino. Siamo qui: https://goo.gl/maps/RSVPTbc3ZhU5t2bv8.
Quello di via Artom è uno di quei casi in cui la fama di un luogo (pur con evidenti legami con la realtà) supera l’oggettività della sua vita quotidiana, sfociando nel mito. Una rappresentazione fatta di racconti orali tramandati per generazioni, di leggende ma anche di oggettivo degrado, di solidarietà operaia ma anche di microcriminalità diffusa, droga ed emergenza abitativa.
Quando nel 1939 la Fiat apre il suo stabilimento di corso Agnelli, a Mirafiori abitano circa 3000 persone. Passata la guerra e scoppiato il boom economico, il quartiere, nel 1965, arriva a contare 40000 abitanti. La stragrande maggioranza proviene dal sud Italia, addirittura emigranti interni Torino su Torino, dagli scantinati del centro in cerca di una sistemazione più dignitosa in periferia. Qui, dove ancora a farla da padrone è il verde, tra il 1963 e il 1971 vengono costruiti 17mila alloggi popolari. Tra questi, nell’area dell’ex aeroporto Gino Lisa, 8 casermoni in prefabbricato da 10 piani ciascuno, 780 abitazioni. I palazzoni di via Artom.
La concentrazione di persone con un’alta incidenza di problematiche sociali in un abitato isolato fisicamente e separato socialmente dalle zone circostanti, la mancanza di servizi, scuole, strade asfaltate e autobus, crea quello che, negli anni ’70 e ’80, verrà chiamato da molti il Bronx di Torino.
Via Artom e le sue case popolari diventano il simbolo (più o meno veritiero nella realtà dei fatti) del quartiere dormitorio “difficile”. Dove si spaccia a cielo aperto e le cantine sono sequestrate ai proprietari dagli eroinomani. Dove criminali di mezza tacca vengono a riciclare i proventi dei furti. Dove ogni tanto spariscono le macchine e case malconce vengono occupate.
La situazione migliora negli anni dell’amministrazione Novelli (1975-1985) quando la realizzazione di bocciofile, campi da calcio, scuole dell’infanzia e dell’obbligo, servizi sociali e sanitari e migliori collegamenti con i trasporti pubblici sembrano cambiare il volto della via. Ma la rivoluzione vera si ha tra il 2003 e il 2005 quando due dei palazzi vengono abbattuti con la dinamite. A seguito il processo continuerà con la riqualificazione del prospiciente Parco Colonnetti (che rende la zona una delle più verdi della città) l’apertura della casa del quartiere nel 2011 e la parziale ristrutturazione degli edifici ancora in piedi. Un passo in avanti per un posto dove il reddito medio pro-capite è di 6300 euro e dove lo spaccio non è ancora debellato, come conferma la gambizzazione di un giovane nel novembre scorso.
Un posto che prende il nome dalla figura di un uomo che è quanto più lontano si possa pensare da un ambiente simile. Emanuele Artom, infatti, è uno storico di origine ebraica che nasce ad Aosta, il 23 giugno 1915. Si diploma al liceo D’Azeglio per poi laurearsi in storia antica a Milano, nel 1937. Inizia una intensa attività di collaborazione con la casa editrice Einaudi tra traduzioni di libri antichi e scrittura di saggi, recensioni e libri per le scuole. Orientato verso l’insegnamento, vedrà tramontare il proprio sogno professionale all’approvazione delle leggi razziali del 1938. Di idee antifasciste, si avvicina quindi al Partito D’Azione, al quale si iscrive nel 1943.
Sfollato nei pressi di Chieri alla fine del 1942 dopo i bombardamenti alleati su Torino, nel novembre 1943 abbraccia la lotta partigiana, diventando il delegato del Partito D’Azione presso la Brigata Garibaldi (comunista) di Barge.
Attivo nel ‘43/’44 in Val Pellice e Val Germanasca viene incaricato come organizzatore politico e dei servizi civili, in particolare della scuola, nei paesi liberati. A fianco della sua opera educativa, però, c’è anche quella militare che lo vede in prima linea nella battaglia di Perosa Argentina il 17/18 marzo 1944.
Qualche giorno dopo viene sorpreso insieme ai compagni da una colonna di SS italiane, nei pressi del Colle Giulian. Disarmati e in inferiorità numerica, i partigiani si danno alla fuga, dividendosi. Artom, che da tre giorni non dorme, mortalmente stanco, crolla e non riesce proseguire. Dichiara con disperata rassegnazione "Io non posso!".
Viene prima rinchiuso a Bobbio e poi trasferito a Luserna San Giovanni. Qui, quando i tedeschi scoprono che è ebreo iniziano a torturarlo, con alcune foto delle sevizie che vengono pubblicate, con la dicitura "Bandito ebreo catturato", sulla rivista "Der Adler", settimanale bilingue distribuito ai soldati tedeschi e italiani.
Trasferito il 31 marzo alle “Nuove” e controllato dai nazisti, viene trovato morto in cella il 7 aprile, ucciso, pestato a sangue. Di lui rimarrà solo il suo diario (redatto tra il 1940 e il 1944 e poi pubblicato postumo dai parenti) che verrà definito da Norberto Bobbio “un documento eccezionale della guerra partigiana che dà una rappresentazione immediata, senza abbellimenti retorici, senza riflessioni postume della vita di una piccola banda”.
Il corpo verrà seppellito da quattro partigiani prigionieri ma non verrà mai ritrovato. Si sa che è in una zona boschiva, sulle rive del Sangone. Proprio il torrente alla fine di via Artom, che tra l’altro, lo ricorda con un bellissimo murale all’angolo tra l’omonima strada e via Candiolo.

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