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Ombre su Torino
20 Aprile 2025 - 00:42
In uno speciale di La7 dedicato a Massimo Carminati, un suo sodale della Banda della Magliana, Antonio Mancini, riferendosi al “Cecato”, traccia una distinzione che ha il sapore amaro dell’esperienza vissuta sulla propria pelle. Due categorie, nette, quasi inconciliabili. Da una parte ci sono quelli che, nelle sue parole, possono accampare delle attenuanti: uomini cresciuti ai margini, in quartieri popolari, dentro palazzoni grigi dove la vita scorre sempre uguale e la sera si mangia la minestra fatta con il dado, simbolo di una povertà quotidiana, concreta, che diventa quasi una giustificazione implicita. Dall’altra parte, invece, ci sono quelli che non hanno bisogno di alibi, che non possono appellarsi alla fame o alla necessità. Sono quelli che delinquono per scelta, per inclinazione, perché è nella loro natura. Criminali dentro.
Certo, non era nato nell’agio. Non era uno di quelli cresciuti tra privilegi e opportunità, né tantomeno uno di quei figli della Torino industriale degli anni Sessanta, arrivati dal Sud al seguito di un padre dirigente FIAT o imprenditore affermato. Non aveva quel tipo di storia alle spalle. Ma una cosa appare chiara, netta, senza possibilità di equivoci: Calogero Consales appartiene alla seconda categoria. È, per usare le parole di Mancini, un criminale dentro.
Nato a Palermo nel 1948, la sua traiettoria criminale prende forma all’inizio degli anni Settanta, in un’Italia attraversata da tensioni sociali, trasformazioni economiche e nuove forme di criminalità. I primi passi sono quelli tipici di chi si muove ai margini: piccoli furti, truffe di poco conto, assegni a vuoto. Episodi che, presi singolarmente, potrebbero sembrare quasi marginali, ma che nel loro insieme delineano già una direzione precisa. Non è improvvisazione, non è casualità. È un percorso.
Nel 1972, a poco più di vent’anni, Consales ha già fatto un salto di qualità: mette insieme una banda, struttura un gruppo, organizza colpi. I problemi con la giustizia arrivano puntuali, ma non sembrano rappresentare un freno. Anzi, diventano quasi una tappa obbligata, un passaggio dentro una carriera che sta rapidamente prendendo forma. È però il 1973 a segnare una vera svolta, una sorta di consacrazione criminale.
Tra il marzo e il luglio del 1974, insieme ad altri tredici complici, mette a segno una sequenza impressionante: dieci rapine a banche tra Torino e provincia. Un ritmo serrato, quasi sistematico. Il bottino complessivo è di 150 milioni di lire, una cifra considerevole per l’epoca. Il prezzo, almeno sul piano giudiziario, arriva nel 1976 con una condanna a sei anni di carcere. Ma anche in questo caso, la detenzione non interrompe il percorso: lo sospende, temporaneamente.
Quando esce, in anticipo, nel 1980, il suo nome è già noto negli ambienti della criminalità. Ma è proprio in quell’anno che Consales lega definitivamente la propria figura a uno degli episodi più sanguinosi e brutali della storia della criminalità comune piemontese.

È il 24 marzo 1980. La corriera Torino-Barge parte, come ogni mattina, dal capolinea di corso Marconi. Un viaggio apparentemente ordinario, uno dei tanti che collegano il capoluogo con la provincia. A bordo, quel giorno, ci sono soltanto tre carabinieri in borghese. Non è una coincidenza. Oltre ai passeggeri, quell’autobus trasporta anche valori postali, che vengono caricati e scaricati lungo il percorso. Una soffiata ha messo in allerta le forze dell’ordine: qualcuno starebbe pianificando un assalto. Per questo, a distanza, segue il mezzo anche un’auto civetta.
L’informatore non si sbaglia. I rapinatori entrano in azione. Tre uomini salgono a bordo: uno subito, gli altri due in piazza Carlo Felice. Dietro, a fare da copertura, una Fiat 127 con altri due complici. Tra loro c’è anche Calogero Consales.
Quando la corriera arriva in corso Settembrini, qualcosa cambia. L’auto civetta si accorge di essere seguita proprio da quella 127. Un controllo rapido sulla targa rivela che è rubata. I carabinieri rallentano, la fanno passare. Dall’altra parte, però, il segnale viene colto: i malviventi capiscono di essere stati scoperti e tentano la fuga. I militari si lanciano all’inseguimento, lasciando di fatto il bus senza protezione.
È l’attimo decisivo. Quasi un segnale convenuto. All’interno della corriera, la tensione esplode. Uno dei tre rapinatori si alza, urla che è una rapina. I carabinieri cercano di reagire, ma non hanno il tempo. Dieci colpi di pistola vengono esplosi contro di loro. Non c’è scampo. Muiono sul colpo. Si chiamavano Sergio Petruccelli, Paolo Centroni e Giuseppe De Montis.
Sotto la minaccia delle armi, l’autista è costretto a deviare il percorso, a imboccare l’autostrada. Dopo alcuni chilometri, il mezzo si ferma in una piazzola. Lì, ad attenderli, c’è la 127. Il passaggio è rapido, organizzato. I rapinatori si dileguano, scompaiono. Da quel momento, Consales è un latitante.
Un latitante che, però, ha anche una vita privata che si sta sgretolando. Una moglie stanca, esausta, logorata da anni di attese e di assenze.
Rosa D’Avino ha 28 anni. È una donna giovane, descritta come bella, ma soprattutto segnata da una relazione lunga più di dieci anni con un uomo che è stato quasi sempre altrove: in carcere, in fuga, o comunque distante. Da lui ha avuto due figli, cresciuti di fatto da sola, tra sacrifici e solitudine. Quando Consales si presenta da lei, il 10 agosto 1980, a Moncalieri, non trova accoglienza. Trova un rifiuto netto.
Rosa non vuole più quella vita. Non vuole tornare indietro. Non solo gli nega una riconciliazione, ma gli chiude anche la porta come rifugio durante la latitanza. La discussione che segue è violenta, feroce, ma breve. Si conclude nel modo più tragico: quattro colpi di pistola. Rosa D’Avino cade a terra, uccisa. Consales fugge ancora una volta. Da quel momento, non è più solo un rapinatore o un latitante. È, a tutti gli effetti, un assassino.
La sua fuga dura pochi mesi. Il 3 dicembre 1980 viene arrestato dopo un colpo in un ufficio di cambio in piazza Paleocapa. I processi che seguono tra il 1981 e il 1982 mettono in fila le responsabilità: dieci anni per rapina, trent’anni per l’omicidio della moglie, l’ergastolo per l’eccidio dei carabinieri.
Una condanna definitiva, apparentemente senza appello: fine pena mai.
Eppure, anche dentro il carcere, la storia di Consales non si ferma. Il suo comportamento è quello di un detenuto modello. Rispetta le regole, si adegua, costruisce un profilo che gli consente di ottenere progressivamente benefici: permessi premio, fino all’ammissione al lavoro esterno nel 1995.
È in questo contesto che entra nella sua vita Rosaria Pacifico. Ha 32 anni, vive a Torino, in una piccola casa di via Bologna, ed è segnata da problemi di tossicodipendenza. Tra i due nasce una relazione complicata, fatta di tensioni continue, litigi frequenti. Un rapporto instabile, attraversato da episodi inquietanti. La donna racconta alla madre di minacce di morte, di guanti mostrati come strumenti per ucciderla, di una pistola puntata contro di lei.
Il 7 giugno 1997, i due vengono visti discutere animatamente sulle scale dell’abitazione. È l’ultima volta che Rosaria Pacifico viene vista. Da quel momento, scompare nel nulla.
Le indagini si riaprono attorno a Consales. Voci provenienti dal carcere, elementi raccolti nell’appartamento, tra cui tracce di sangue riconducibili alla donna, portano gli inquirenti a formulare un’ipotesi precisa: omicidio. Si ritiene che il corpo sia stato fatto sparire, forse smembrato e occultato. Ma non verrà mai ritrovato.
Il processo che segue è di natura indiziaria. Non ci sono certezze assolute, ma un insieme di elementi che, nel loro complesso, portano a una condanna. Nel 2001, Consales viene riconosciuto colpevole e condannato a 26 anni e mezzo di reclusione.
È l’ultimo capitolo, almeno per ora, di una vicenda che attraversa decenni di cronaca nera. Una storia che non si lascia facilmente ridurre a una sequenza di reati, ma che sembra invece confermare, passo dopo passo, quella distinzione iniziale. Non tutti i criminali sono uguali.
E Calogero Consales, per ciò che emerge dalla sua vita, appare appartenere senza esitazioni a una categoria precisa. Quella dei criminali dentro.
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