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Cronaca

Sesso orale in bagno e masturbazioni col cronometro: maestro di canto a processo per abusi (VIDEO INTERVISTA)

Vittima delle violenze durate quasi due anni, un allievo ancora minorenne

Quella discussa oggi in Tribunale ad Ivrea, è una storia di fiducia tradita, di silenzi rimasti troppo a lungo sotto la superficie. È la storia di un ragazzo che qui chiameremo Luca, un nome di fantasia, e della discesa agli inferi che lo ha portato dalla passione per il canto all'aula di giustizia, dove si procede per quegli abusi che avrebbe subito quando era ancora un ragazzino fragile, con una storia di bullismo alle spalle e una famiglia in frantumi.

A processo per violenza sessuale c'è il suo maestro di canto Marco Peroglio, che oggi, in aula, ha raccontato anni di legami, confidenze, errori, sconfitte e sospetti che si trascineranno fino alla notte della denuncia.

L’aula presieduta dalla giudice Stefania Cugge, con i giudici a latere Antonella Pelliccia e Magda D’Amelio, ha ascoltato una versione dei fatti lunga, contraddittoria, complessa. Il pubblico ministero Mattia Francesco Cravero ha incalzato per ore, tornando più volte sui messaggi, sulle confidenze, sulle dinamiche emotive nate tra il maestro e l’allievo. Ma per comprendere il peso di ciò che oggi viene discusso in tribunale, bisogna tornare all’estate che precede l’inizio delle lezioni.

Peroglio ha raccontato di aver incontrato Luca durante una notte bianca a Ciriè. «Mi avevano sconsigliato di prenderlo nel gruppo per la cattiva reputazione della famiglia», ha detto. «Poi ho pensato che una possibilità si dà a tutti». Da novembre 2018 iniziano le lezioni di canto, un’ora alla settimana tra Cirié e gli altri spazi in cui insegnava: una chiesa evangelica nella vecchia sede Cepu di Ciriè, l'appartamento di Caselle dove Peroglio viveva all'epoca dei fatti, la villa di Rocca Canavese, dove vivono i genitori del maestro di canto. 

Luca si presenta come molti ragazzi che coltivano un sogno. Appare motivato, poi incostante. Paga sempre, a volte in ritardo, quella retta mensile di 100 euro. Il suo passaporto verso un sogno, pagato col sudore di una madre abbandonata da un uomo che ha svuotato il conto di famiglia ed è sparito, lasciando lei e il ragazzo in grosse difficoltà. Luca è un ragazzo problematico, fragile, con una brutta storia di bullismo alle spalle e la fatica di vivere in una famiglia in cui è complicato mettere insieme il pranzo con la cena, arrivare a fine mese, trovare una casa dopo lo sfratto. E' seguito dai servizi sociale. E' l'educatore che lo guida a suggerire alla madre di incoraggiarlo a seguire la sua passione per il canto. Un modo per uscire dal grigio di giornate tutte uguali.

Tra maestro e allievo si crea un rapporto complesso. Luca si confida con Marco che ben presto entra nella sfera delle persone di cui sente di potersi fidare.  «Io sono anaffettivo», ha spiegato Peroglio in aula. «Non do abbracci». Eppure nel 2019, col passare dei mesi, il legame si approfondisce. Luca parla della propria identità sessuale, delle proprie incertezze. «Fu lui a tirar fuori il discorso dal nulla», ha sottolineato l’imputato. «Mi disse che forse era bisessuale. Poi portò una ragazza, Valentina». Peroglio sostiene di aver risposto con franchezza: «Gli dissi che ci sono tanti uomini sposati che sono gay». Secondo lui, il ragazzo era «inconsapevole del suo orientamento».

Nella ricostruzione dell’allievo, quei momenti diventano atti di violenza. Il ragazzo racconterà di essere stato chiuso in un bagno nel novembre 2018 a Cirié e costretto a un rapporto orale. Di essere stato baciato, palpeggiato. Di aver continuato a frequentare le lezioni perché affascinato dal maestro, che gli avrebbe riferito di conoscere la cantante gospel Cheryl Porter. «Era una persona dolce», aveva detto in aula. «Ti accorgi solo dopo che quelle attenzioni ti provocano un malessere».

Tutto ciò, Peroglio lo ha negato. E in aula lo ha ripetuto punto per punto.

Il pubblico ministero gli contesta una GIF a sfondo sessuale. «Non ero io in quella GIF», ribatte. «C’era un pene con la scritta “buon ferragosto”, una di quelle immagini che girano». Nega di aver inviato materiale proprio, tranne di ammettere che nell’ottobre 2020, dopo essere stato lasciato dal compagno, «avevo alzato il gomito» e di aver mandato foto intime «ma non a lui». Aggiunge che i messaggi erano «irriverenti, sboccati, ma non corrispondono al mondo reale dove ho regole rigide».

Il 6 agosto 2020 Luca compie 18 anni. Da quel momento, sostiene l’imputato, sarebbero iniziati messaggi più frequenti, compresi quelli che il PM ha citato per dimostrare inviti e allusioni. «Inviti al bacio sì», ha ammesso Peroglio. «Per il resto no. Ho altri gusti». Ma la chat è vasta, piena di battute che oggi, rilette al microfono del pm, assumono un peso diverso. Come il riferimento alla “limonata sulla cappella”, o alla frase «Luca urlerà come una ragazzina», o alle allusioni per cui Peroglio, parlando con Stefano, il nuovo fidanzato di Luca, scriveva: «Hai avuto un ottimo maestro… e non mi riferisco al canto».

Peroglio in aula si è difeso: «Era tutto scherzo, ironia, provocazioni». E nega ogni rapporto fisico con Luca. Di quell’unica volta a casa propria, a Caselle, dice: «Ho fatto i tarocchi, acceso candele. Nessun bacio, nessun atto sessuale». L’accusa, invece, parla di masturbazioni con il cronometro alla mano. «Assolutamente no», ha risposto l’imputato.

Il nodo emotivo più forte emerge nel racconto del triangolo Valentina–Luca–Stefano. Un intreccio di sentimenti e gelosie che, sommato ai contrasti familiari, porta agli episodi cruciali di febbraio 2021. Il 21 febbraio Luca trascorre tre ore nella casa dei genitori di Peroglio. È presente la madre dell’imputato, che in aula ha ricordato: «Parlava solo del dubbio tra maschio e femmina. Non ha mai detto di aver subito abusi». La famiglia di Luca, ha raccontato ancora Peroglio in aula, avrebbe iniziato a avanzare richieste: «Dacci dei soldi e non faremo denuncia».

La denuncia arriva il 28 febbraio 2021. Alcuni giorni prima, riferiscono i testi, ci sarebbero state quelle richieste economiche. Arriva anche una telefonata dal padre del ragazzo, con minacce gravi a Peroglio. Ma a prendere quella telefonata era stato il suo nuovo compagno: «Diceva, riferendosi a Marco: io vengo e ti apro come un maiale. E' stato terribile».

Il processo oggi confronta due verità che non si incontrano. Da una parte il racconto del ragazzo, che negli articoli del 2024 aveva descritto l’abuso come un trauma lungo anni. Dall’altra la versione dell’imputato, che ha parlato di un ragazzo lasciato solo, seguito dai servizi, in crisi sentimentale, vittima di una famiglia che avrebbe sfruttato la propria confusione per muovere accuse pesantissime.

«Ho chiesto scusa per i messaggi, non per il fatto», ha ripetuto più volte Peroglio. «Da lì a violentare una persona ce ne passa». E ha insistito su un punto: «Sono sereno. Per questo ho scelto di affrontare il processo».

Il processo dovrà distinguere fra la verità giudiziaria, i silenzi di un ragazzo che viveva un conflitto identitario, e la leggerezza — spesso dichiarata in aula — con cui un maestro adulto inviava messaggi che oggi pesano come macigni.

Il dibattimento continua. La storia, invece, resta aperta, fragile e irrisolta come tutte quelle in cui affetti, debolezze e identità ferite si intrecciano fino a diventare materia di tribunale.

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