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Ombre su Torino
26 Marzo 2025 - 23:54
Uscire al pomeriggio e sparire nel nulla. Il mistero di Camilla Bini
8 agosto 1989.
È un pomeriggio caldo a Torino, uno di quelli in cui la città sembra rallentare. Le serrande sono abbassate, le strade quasi vuote e nei cortili dei palazzi l’aria è ferma, appiccicosa. In via Limone 13 bis, nel quartiere Borgo San Paolo, Camilla Bini sta uscendo di casa.
Ha 34 anni, lavora da sedici alla Bolaffi di via Cavour e conduce una vita ordinata, quasi metodica. È una donna riservata, educata, di quelle che salutano sempre i vicini e che difficilmente si fanno notare. Quella giornata però segnerà l’ultima traccia certa della sua esistenza.
Intorno alle 16 Camilla Bini incontra due vicini sulle scale del palazzo. Si fermano a parlare qualche minuto, una conversazione leggera come se ne fanno tante nei pianerottoli dei condomini: il caldo soffocante di quell’estate, le ferie ormai imminenti, i programmi per le vacanze. Camilla racconta che probabilmente andrà in Puglia con un’amica. Non è ancora tutto deciso, ma l’idea di lasciare Torino per qualche giorno la entusiasma.
Sorride, saluta cordialmente e scende in strada.
Ad aspettarla c’è un uomo. È accanto a una Lancia Beta blu parcheggiata poco distante dall’ingresso del palazzo. Camilla Bini sale in auto senza esitazioni e i due partono, imboccando la strada in direzione del centro. È l’ultima volta che qualcuno la vede.
Passano venti giorni.
Il 28 agosto negli uffici della Bolaffi, in via Cavour, qualcuno inizia a chiedersi dove sia finita Camilla Bini. Le ferie estive stanno terminando e molti dipendenti stanno rientrando al lavoro. Camilla però non si presenta. Avrebbe dovuto riprendere servizio proprio quel giorno, ma la sua scrivania resta vuota.
All’inizio qualcuno pensa a un ritardo, magari a un imprevisto durante il viaggio di ritorno. Ma più passano le ore e più la situazione appare strana. Tutti in azienda la descrivono allo stesso modo: precisa, affidabile, puntuale fino all’ossessione. In sedici anni di lavoro non è mai arrivata in ritardo. Nemmeno una volta.
Il sospetto si fa strada lentamente, ma quando diventa chiaro che nessuno ha sue notizie da settimane la situazione prende un’altra piega.
Le indagini partono quasi subito. Gli investigatori scoprono presto un dettaglio inquietante: dall’8 agosto, il giorno in cui è stata vista salire sulla Lancia Beta blu, Camilla Bini sembra essersi dissolta nel nulla.
Il fatto che fosse single e molto riservata, in un’epoca in cui i telefoni cellulari sono ancora un lusso per pochi, aveva inizialmente attenuato le preoccupazioni. Durante le vacanze estive, dopotutto, non è raro che qualcuno sparisca per qualche settimana senza dare notizie.
Ma la perquisizione della sua casa cambia il quadro.
L’appartamento di via Limone appare perfettamente in ordine. Il frigorifero è pieno, come se Camilla Bini avesse fatto la spesa da poco. Le valigie sono al loro posto, i vestiti nell’armadio, nulla lascia pensare a una partenza improvvisa per il mare. Tutto sembra sospeso, congelato nel momento esatto in cui lei è uscita di casa.
C’è però un particolare che attira l’attenzione degli investigatori.
Nel lavello della cucina ci sono due tazzine da caffè, una delle quali sporca di rossetto, e due bicchierini da amaro. Segni evidenti che Camilla non era sola poco prima di uscire. Che qualcuno era stato con lei.
Eppure, su quegli oggetti non verranno mai rilevate impronte digitali né estratto DNA. Un’omissione che, col passare degli anni, peserà come un macigno sulle indagini.
Le ricerche si allargano rapidamente. La polizia raccoglie testimonianze, controlla segnalazioni, batte piste in tutta Italia. Anche la trasmissione “Chi l’ha visto?” dedica alcune puntate al caso di Camilla Bini.
Ma non serve.

Per mesi, poi per anni, arrivano segnalazioni da ogni parte del Paese. Qualcuno giura di aver visto Camilla su un treno, qualcun altro in una località turistica, altri ancora in piccoli paesi del Sud. Ogni volta le verifiche smentiscono tutto.
Camilla Bini diventa lentamente un fantasma.
Poi il caso scivola nel silenzio.
Per sette anni non succede praticamente nulla.
Finché, l’8 maggio 1996, un’altra donna torinese sparisce nel nulla.
Si chiama Marina Di Modica, ha circa quarant’anni e appartiene alla buona borghesia della città. La sua scomparsa scuote l’opinione pubblica e porta gli investigatori su una pista che, improvvisamente, sembra collegarsi al caso Bini.
Il principale indagato si chiama Paolo Stroppiana.
È un filatelico, lavora anche lui alla Bolaffi di via Cavour. Marina di Modica lo ha conosciuto attraverso un’amica comune, la dottoressa Bianca Tovo. I due si sono dati appuntamento proprio il giorno della scomparsa della donna: Marina vuole vendere alcuni vecchi francobolli e Stroppiana è considerato un esperto del settore.
A quel punto emerge un dettaglio che riapre un capitolo che sembrava ormai chiuso.
Paolo Stroppiana e Camilla Bini non sono soltanto colleghi.
C’è chi sostiene che tra i due ci fosse una relazione sentimentale. Alcuni vicini giurano di aver visto Stroppiana più volte in via Limone, sotto casa di Camilla Bini. L’uomo respinge ogni accusa, negando qualsiasi coinvolgimento, proprio come farà per la scomparsa di Marina Di Modica.
La situazione si complica ulteriormente quando emerge un’altra coincidenza.
L’amica con cui Camilla Bini aveva detto ai vicini di voler andare in vacanza in Puglia è Beatrice Croce Di Dojola. E Beatrice Croce Di Dojola è la fidanzata di Paolo Stroppiana. Anche lei, guarda caso, dipendente della Bolaffi.
Le connessioni diventano sempre più fitte, quasi soffocanti.
Una rete di relazioni incrociate che sembra uscita da un romanzo giallo: colleghi, amicizie, relazioni sentimentali, appuntamenti misteriosi. Eppure, nonostante tutto, nessuno di questi elementi riesce a trasformarsi in una prova concreta.
Le indagini sulla scomparsa di Camilla Bini restano bloccate.
Gli errori investigativi commessi nel 1989 impediscono di recuperare elementi scientifici utili. Testimonianze e sospetti non bastano a costruire un’accusa. Anche l’uomo della Lancia Beta blu, l’ultima persona vista con Camilla, non verrà mai identificato.
Intanto il caso Di Modica prosegue il suo lungo percorso giudiziario.
Dopo anni di indagini e processi, nel 2011 Paolo Stroppiana viene condannato a 14 anni di carcere per l’omicidio di Marina Di Modica.
La sentenza riaccende le speranze di fare luce anche sulla scomparsa di Camilla Bini. Gli investigatori riaprono i fascicoli, riconsiderano vecchie testimonianze, provano a ricostruire ancora una volta i legami tra i protagonisti di questa storia.
Ma il tempo, ormai, ha cancellato troppe tracce.
Dopo undici anni di ulteriori accertamenti, nel 2022 il caso Bini viene definitivamente archiviato. Nessun colpevole, nessuna verità giudiziaria. Solo una lunga serie di coincidenze.
Coincidenze che, in questa vicenda, sembrano inseguirsi senza mai comporsi in un disegno chiaro.
Come quella che riguarda un’altra donna: Fiorella Rolfo, 33 anni.
Nell’agosto del 1985 Fiorella Rolfo parte per il Kashmir insieme a un gruppo di amici. È appassionata di montagna, ama le escursioni ad alta quota. Durante una gita si sente improvvisamente male e decide di fermarsi nei pressi di un fiume, mentre il resto del gruppo prosegue.
Quando i compagni tornano indietro a prenderla, Fiorella Rolfo non c’è più.
Di lei non verrà mai ritrovato il corpo. Si ipotizzerà una caduta da un ponte, ma resterà soltanto una teoria. Anche quella scomparsa finirà senza risposte.
Tra gli amici in viaggio con lei c’è proprio Bianca Tovo.
La stessa Bianca Tovo che qualche tempo dopo presenterà Paolo Stroppiana a Marina Di Modica.
La stessa Bianca Tovo che, poche settimane prima di quella tragedia, era rimasta profondamente colpita da un altro episodio.
Il 2 luglio 1985 Edvige Porta, cinquantenne, funzionaria della USL da cui dipende l’ospedale in cui lavora la Tovo, viene trovata morta nel suo ufficio. È legata, pestata brutalmente e accoltellata.
Un delitto feroce, rimasto senza colpevoli.
Anche Edvige Porta, non a caso, era una collega di Marina Di Modica.
E così, tra sparizioni, omicidi irrisolti e legami che continuano a intrecciarsi, la storia di Camilla Bini resta sospesa nel tempo.
Come se, da quel pomeriggio dell’8 agosto 1989, qualcuno avesse semplicemente chiuso una porta — lasciando dietro di sé soltanto silenzi e coincidenze.
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