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Lo Stiletto di Clio
07 Febbraio 2025 - 19:26
Fornaciai a Settimo Torinese
Quando ci si riferisce agli antichi mestieri, il pensiero corre subito alla civiltà contadina e alle attività manuali che ne erano parte integrante. Chi non ha sentito parlare di carbonai, bachicoltori, mondariso, malgari, carradori, zoccolai, spigolatori, filatrici e così via? In realtà, molti mestieri non più esercitati da lungo tempo hanno ben poco a che vedere col mondo rurale.
Emblematico è il caso di Settimo Torinese, dove l’industria, all’inizio del Novecento, appariva ormai radicata nel territorio e costituiva una sorta di volano per i commerci, l’artigianato, l’edilizia e i servizi d’interesse generale, fra cui i trasporti. Nuovi problemi cominciavano contestualmente ad affliggere le classi subalterne, come si diceva un tempo. Infatti, la vita nelle manifatture tessili non era affatto facile. Donne e ragazze giovanissime venivano abitualmente impiegate in attività faticose, ripetitive e stressanti. Per lavorare nelle ore serali, le operaie a cottimo dovevano portarsi il lume da casa, con un’adeguata riserva di petrolio.
Caratteristico dell’area settimese, il mestiere del bottonaio fu esercitato con continuità per oltre un secolo a partire dal regno di Carlo Alberto (1831-49). La materia prima per produrre i bottoni erano gli ossi dei bovini, soprattutto i femori e gli stinchi, importati in grande quantità. Con l’osso gli artigiani di Settimo fabbricavano pure una vasta gamma di piccoli oggetti: anelli per tendaggi, agorai, attrezzi per l’uncinetto e il ricamo, interruttori elettrici, pedine per il gioco della dama e degli scacchi, bocchini portasigarette.
Le lavanderie, a cui il nome di Settimo era abitualmente associato sino a sessant’anni or sono o poco più, si affermarono dopo la metà del diciannovesimo secolo, in seguito alla bonifica degli acquitrini che ammorbavano la parte meridionale del territorio. I lavandai – che non erano affatto legati al mondo rurale, ma alla crescita demografica della vicina Torino – organizzavano il proprio lavoro su base settimanale. Il lunedì era il giorno in cui effettuavano le consegne della biancheria pulita e ritiravano quella sporca. Il martedì procedevano alla cernita dei capi e alla loro segnatura con qualche punto di filo colorato, in modo da risalire, in seguito, ai rispettivi proprietari. Il mercoledì, prima dell’alba, s’iniziava a lavare sotto le caratteristiche tettoie edificate sulle diramazioni dei corsi d’acqua. Una volta puliti, i capi venivano stesi al sole. Durante i mesi più freddi, quest’ultima operazione era ripetuta più giorni. La domenica sera, i lavandai caricavano il carro per procedere, l’indomani, alle consegne.

Una rarissima immagine della tranvia a vapore Torino-Settimo
Un’attività produttiva molto diffusa in Settimo era quella dei fornaciai, anch’essa da porre in relazione con lo sviluppo edilizio e demografico di Torino. Il mestiere era stagionale: di solito il periodo lavorativo andava da aprile a settembre. La giornata del fornaciaio iniziava alle quattro del mattino e si concludeva attorno alle venti. Le donne e i fanciulli coadiuvavano gli uomini riempiendo gli stampi con l’argilla e allineando i mattoni all’aria aperta.
La strada ferrata per Rivarolo entrò in attività nel 1866. Sino al 1892, quando i convogli poterono raggiungere direttamente Torino, il capostazione di Settimo rivestì un ruolo di particolare responsabilità poiché la stazione era uno dei due scali di testa della linea. Tra il 1866 e il 1885 il servizio fu esercito con vetture a trazione animale: coppie di cavalli tiravano i convogli, costituiti da due carrozzoni che si seguivano a brevissima distanza.
Per un paio di decenni sul finire dell’Ottocento, nella figura del tranviere s’incarnò il concetto di modernità e di progresso. Al pari del treno, infatti, il tram simboleggiava molto bene le conquiste della tecnica moderna. La linea Torino-Settimo fu esercita con piccole vaporiere sino al 1924, poi subentrarono le elettromotrici, soppresse dopo la seconda guerra mondiale.
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