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Ivrea

C’è l’ex brigatista? Il Comune nega soldi e patrocinio...!

Un evento di straordinaria importanza. Saranno presenti Agnese Moro e Adriana Faranda

Agnese Moro e Adriana Faranda

Agnese Moro e Adriana Faranda

In questi giorni, sui giornali di tutta Italia, il “carcere” è tornato alla ribalta con tutte le sue disgrazie. 

A Torino l’ennesimo suicidio ha fatto emergere una situazione resasi ormai ingestibile per molti detenuti in attesa di giudizio. Stesso film a Ivrea dove il sovraffollamento e la mancanza di sbocchi di speranza per la scarcerazione sta creando contrapposizione e violenza anche nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria. 

Adriana Faranda (Tortorici, 7 agosto 1950) è un'ex brigatista italiana, militante delle Brigate Rosse durante gli Anni di piombo.

Dopo aver militato in alcune formazioni minori di lotta armata attive a Roma, entrò a far parte delle Brigate Rosse, insieme al suo compagno Valerio Morucci, nell'estate del 1976, dirigendo la colonna romana e svolgendo un ruolo importante durante il sequestro Moro. Si distaccò dalle Brigate Rosse per contrasti sulle scelte strategiche dell'associazione terroristica nel gennaio 1979, aderendo al Movimento Comunista Rivoluzionario. Arrestata il 30 maggio 1979 insieme a Morucci, durante gli anni ottanta si è dissociata dal terrorismo beneficiando successivamente delle riduzioni di pena previste dalla legge 18 febbraio 1987 n.34, e uscendo dal carcere nel 1994.

Morale? Questi ultimi sono entrati in stato di agitazione. Hanno denunciato d’essere stati lasciati soli e interrotto ogni tipo di relazione sindacale. 

E che siano stati “lasciati soli” è una verità oggettiva considerando che nel carcere di Ivrea un direttore non c’è.

S’aggiungono i problemi di sempre: mancanza di scelte della direzione, assistenza sanitaria sempre in grave ritardo, pochissime relazioni con l’esterno e scarsità di lavoro retribuito anche all’interno.

La speranza è tutta aggrappata al nuovo governo di Giorgia Meloni, anche se su questo fronte però, le ambiguità che si sono sentite e chi si stanno sentendo, sono davvero molte. 

Da un lato il Ministro di grazia e giustizia denuncia l’inciviltà della carcerazione in Italia, di sottofondo la richiesta per nuovi carceri, nuovi luoghi di detenzione e una recrudescenza delle pene.

C’è chi dice no! Sono i garanti dei detenuti di tutta Italia.

In un documento preparatorio dell’assemblea  provano a offrire al nuovo Ministro alcune riflessioni.

Orso Giaccone

 Il garante dei detenuti di Ivrea Raffaele Orso Giaccone

“Le cose più importanti - ci spiega il garante di Ivrea Raffaele Orso Giaccone - sono la rilevazione dei problemi più noti: il sovraffollamento e la mancanza di prospettive per il futuro, le gravi difficoltà del servizio sanitario e il grandissimo numero dei suicidi in cella (di qualche giorno fa la notizia di un giovane agente suicida: il carcere fa morire! ndr). I problemi non sono assolutamente di facile e immediata soluzione e occorre considerare seriamente la trasformazione di tutto il sistema carcerario: non possiamo illuderci che basti costruire nuovi alloggi: statistiche internazionali e anche solo analisi empiriche post pandemia dicono che più posti si creano, più facilmente si riempiono! Insomma non funziona più! Occorre pensare a nuove soluzioni, nuovi spazi per espiare la pena. Nella riforma Cartabia il nuovo sistema giudiziario prevede ad esempio un maggiore spazio alla giustizia riparativa. Ma occorre cambiare la nostra mentalità e il nostro modo di pensare. Guardare i conflitti con un occhio e una finalità di riconciliazione non è solo una possibile soluzione ma anche una ricetta per superare i mille conflitti che ci circondano...”.

Occorre pensare a nuove soluzioni, nuovi spazi per espiare la pena. Nella riforma Cartabia il nuovo sistema giudiziario prevede ad esempio un maggiore spazio alla giustizia riparativa. Ma occorre cambiare la nostra mentalità e il nostro modo di pensare. Guardare i conflitti con un occhio e una finalità di riconciliazione non è solo una possibile soluzione ma anche una ricetta per superare i mille conflitti che ci circondano...”..

Parole sante, parole di uno dei tanti volontari che con passione, con generosità (anche economica) e con continuità (tutti i giorni) cerca di fare qualcosa per il prossimo fornendogli gli strumenti per incamminarsi nella strada del riscatto sociale.

Un lavoro difficile che gli Amministratori della cosa pubblica dovrebbero sempre tenere bene a mente. 

E invece? Se ne “strafottono”.

L’ultima fa riferimento alla richiesta di un contributo anche minimo (una  manciata di euro ad un convegno “evento” di indubbio spessore, organizzato dall’Associazione Volontari Penitenziari di Ivrea (AVP) “Tino Beiletti” e dalla comunità di Lessolo, per il prossimo 24 novembre all’Auditorium Mozart.

Niente da fare anche per il semplice patrocinio.

Motivo del diniego?

Non favorire o, se si preferisce, “non prestare il fianco” ad un ex di lotta armata.

“Una scelta lecita - storce il naso Giaccone - ma a mio parere miope e senza una pur minima apertura per il futuro. Sarà una rara occasione di ascoltare  il resoconto di una esperienza in corso dal 2007 e che vede decine di persone vittime e carnefici e testimoni della società, protagonisti degli anni di piombo che si sono impegnati a riflettere e a provare a costruire una memoria condivisa di quello che è successo...”.

E a proposito di “soldi”. Nel luglio del 2021 la giunta s’era impegnata (Giurin giuretto) a portare l’indennità del garante da 300 a mille euro al mese. Lo ha fatto? Non lo ha fatto? Sarà mica stata la solita promessa da “marinaio”?

Verso una giustizia riparativa: Padre Guido Bertagna,
Agnese Moro e Adriana Faranda a Ivrea il 24 novembre

E’ con gioia ed emozione che vi presentiamo una iniziativa che le nostre associazioni realizzeranno il prossimo 24 novembre.

Saranno nostre ospiti per un’intera giornata, le Signore Agnese Moro e Adriana Faranda e Padre Guido Bertagna

Agnese Moro, oggi giornalista e pubblicista, aveva solo 25 anni quando il padre, Aldo Moro, venne rapito e ucciso dalle Brigate Rosse nel maggio del 1978. 

Adriana Faranda, ex brigatista, fu invece una delle persone responsabili dell’organizzazione del sequestro.

Come è raccontato ne “Il libro dell’incontro” di Guido Bertagna, Claudia Mazzucato e Adolfo Ceretti, le nostri ospiti sono le artefici di un percorso di ricerca della verità, e di una possibile ricomposizione delle ferite lasciate dal terrorismo che negli anni ‘70 e parte degli ‘80 ha tormentato il nostro Paese.

E’ un percorso che, lontano da riflettori mediatici, coinvolge decine di persone vittime e responsabili della lotta armata.

E’ una ricerca che va conosciuta e raccontata, e per questo vengono organizzati incontri pubblici, che registrano sempre una grande e appassionata partecipazione di pubblico.

E’ un contributo fondamentale per la costruzione di una Giustizia che, come auspicava Valerio Onida, “non si fermi all’accertamento dei fatti e delle responsabilità, ....... ma riesca, in qualche modo, a “riparare” il tessuto personale e sociale lacerato, e a migliorare il futuro di tutti”.

Nella giornata in cui saranno presenti nella nostra Città, i nostri ospiti parteciperanno a due incontri.

Con gli studenti delle scuole medie superiori della Città alle ore 10,00 presso il Cinema Politeama; alle 21,00 all’Auditorium Mozart in C.so Massimo d’Azeglio 69 per la cittadinanza che potrà accedervi liberamente fino ad esaurimento dei posti

L’evento è organizzato per sostenere la cultura e il lavoro di chi opera perché si affermi, anche nel nostro Paese, come richiesto dall’UE e dal buon senso, una Giustizia che si prenda maggior cura delle vittime e non escluda un possibile volontario contributo da parte del colpevole, alla riparazione della lacerazione prodotta.

Presso il Comune di Ivrea, fin dal febbraio 2015, fu istituito un “Punto promozionale della giustizia riparativa” che andrebbe rianimato nella convinzione che una comunità più coesa e sicura non possa fare a meno di avere attive, accanto alle azioni educative e preventive, anche di quelle riparative. 

Ringraziamo per la collaborazione Mondadori Bookstore & Mondolibri Ivrea e Salt&Lemon.

I volontari di AVP Ivrea, “Tino Beiletti”

Storia dei volontari che si occupano del carcere di Ivrea

Va detto innanzitutto che fin dagli anni settanta alcuni volontari della San Vincenzo andavano a trovare i detenuti nel Castello di Ivrea, luogo in cui era allora situato il carcere. Le condizioni erano veramente dure, quasi invivibili, finché è stato chiuso e i detenuti trasferiti a Cuorgnè. Anche là, dove per altro c’erano solo alcune celle (era quello che veniva chiamato “carcere mandamentale”, che adesso non esiste più), gli stessi volontari cercavano talvolta di essere presenti.

Ma è solo nel 1980 che viene inaugurato il carcere che oggi conosciamo; era stato preceduto da molte polemiche (sull’opportunità di farlo e su dove costruirlo), ma fortemente voluto dalla Giunta di allora. Purtroppo erano gli anni delle cosiddette “carceri d’oro”, per cui la struttura ha rivelato fin da subito molte magagne dovute ai materiali scadenti usati; inoltre, per aprirla, sono stati mandati ad Ivrea dalle varie carceri d’Italia, le persone che più davano noia, non tanto tra i detenuti quanto per il personale; ci sono stati quindi alcuni anni molto difficili, in cui nessuno in città voleva dare casa in affitto agli agenti, in cui questi facevano i bulli in giro, in cui insomma la convivenza era piuttosto difficile, e i volontari si dovevano molto occupare anche di questi problemi. In carcere però, oltre ai detenuti comuni, erano stati mandati un certo numero di appartenenti al terrorismo, soprattutto rosso; la vita interna era quindi facilitata sia dal numero ridotto di detenuti (erano allora uno per cella) sia dal livello culturale dei detenuti, ben consci dei loro diritti, ben capaci di organizzarsi e di occupare tutti gli spazi di autonomia possibile.

La struttura del carcere, di per sé, non si prestava ad attività comuni (come del resto tutte le carceri cosiddette moderne, dove le celle sono in fila lungo un corridoio e dove esistono pochissimi spazi comuni); ma i brigatisti hanno accolto con molta gioia la presenza del gruppetto di volontari, capeggiato da Tino Beiletti e da Meinardi, che aveva subito iniziato a frequentare l’istituto; e così in quegli anni è nato un giornale (il Gabbiano) che veniva venduto nelle edicole, e all’interno erano possibili molti incontri e momenti condivisi, anche perché le celle erano allora tutte aperte.

La cosa evidente per Tino è stata fin da subito la convinzione che occorreva prepararsi seriamente al lavoro da volontari e che era necessario essere e restare sempre un gruppo compatto. Così ha dato vita a momenti formativi e ha iniziato a curare anche i rapporti con i gruppi di volontari presenti nelle altre carceri, fino ad arrivare a creare, verso la metà degli anni 90, un vero e proprio coordinamento regionale (che esiste ancora oggi), andando a visitare personalmente tutti gli istituti e organizzando momenti di incontro periodici. Dico questo per far capire come per Tino, pur all’interno della S.Vincenzo, fosse importante non tanto l’appartenenza religiosa quanto la disponibilità all’aiuto e la capacità di volersi bene.

Un primo grosso cambiamento è avvenuto verso la fine degli anni 90: sono improvvisamente stati portati a Ivrea moltissimi detenuti, pullman interi, praticamente nel giro di pochissimi giorni, per la maggioranza stranieri; non c’erano letti per tutti, mancavano le coperte, gli sgabelli, le lenzuola, e. di fronte alla confusione e alla rabbia delle persone, la risposta è stata la chiusura delle celle. E’ infatti da quell’epoca che è iniziata l’escalation delle carcerazioni, in seguito alle due leggi sugli extra-comunitari e sulla droga, che non si è più fermata e ha portato nel giro di poco più di 10 anni a quasi il raddoppio dei detenuti. Il gruppo dei volontari si è quindi trovato ad aver a che fare con una popolazione detenuta nuova: non più i colti brigatisti, ormai tutti fuori, o gli italiani più o meno del circondario (bisogna ricordare che quella di Ivrea si chiamava appunto Casa Circondariale), ma una massa di persone agitate per carenza di cure (tossicodipendenti) o per mancanza di qualsiasi bene e di vicinanza familiare (stranieri), e tutti inoltre chiusi per almeno 20 ore al giorno. Si sono quindi intensificate le attività sportive (il famoso Mundialito di calcio) e assistenziali, e i momenti comunitari dei concerti per tutti.

Il secondo passo importante ha preso origine dall’occasione del Giubileo, nel 2000. Richiamandosi al significato dell’anno giubilare del mondo ebraico, che prevedeva un periodo in cui i debiti erano condonati, gli schiavi liberati e persino alla terra era offerto riposo e possibilità di ripresa, i volontari hanno pensato di lanciare sul territorio il messaggio del perdono. Oltre ad una significativa presenza alla 3 giorni diocesana, sono stati lanciati dei percorsi di conoscenza e di presa in carico nelle parrocchie e nelle scuole. I testi preparati nell’occasione sono molto interessanti e andrebbero ripresi in considerazione. La presenza di volontari per alcuni anni ha animato le funzioni liturgiche di alcune parrocchie: venivano preparati in carcere le preghiere e i doni per l’Offertorio e i volontari portavano nelle omelie la lettura dei testi del giorno meditata in gruppo; svolgevano inoltre nelle scuole superiori di Ivrea e circondario dei percorsi formativi in collaborazione con gli insegnanti che si prestavano. L’attività nelle scuole continua tuttora, mentre alcune parrocchie sono rimaste sensibili ai nostri problemi e ci supportano quando possono. Si è comunque costituita, fin dal 2000, una Commissione Diocesana Giustizia, che voleva essere un tentativo di far assumere dalla Chiesa locale anche la responsabilità dei problemi della giustizia; di fatto, oltre ad alcune poche persone che non appartengono al gruppo dei volontari, questa commissione non è mai riuscita ad avere reale riconoscimento nella Diocesi.

Il terzo momento significativo è più recente, e riguarda la decisione, presa nel 2011, di uscire dalla S.Vincenzo e di costituirsi in Associazione. Il passaggio è stato molto laborioso e impegnativo e siamo ancora in fase di assestamento, perché appunto, benché abbiamo fatto uno statuto, non siamo ancora riusciti a fare il regolamento (che è proprio quello che dovrebbe porre i confini e definire le modalità del nostro comportamento, sia tra noi che coi detenuti e in carcere). Questa scelta ci ha dato però una libertà operativa che, dopo la morte di Tino (che sempre tutelava la nostra diversità rispetto alle rigide regole della S.Vincenzo) non avevamo più.

L’ultimo passaggio significativo è stato l’aumento considerevole del numero dei volontari, dopo il corso di formazione di fine 2011. Anche questo ha comportato e comporta difficoltà organizzative non indifferenti e l’omogeneizzazione del gruppo non è ancora avvenuta pienamente. Siamo tutti responsabili di portarla a compimento.

dal sito https://www.avpivrea.it

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