L'ex caserma Valcalcino non è sicura. Lo dice il nuovo dirigente dell’ufficio tecnico Jgor Nolesio. Ci mette la faccia il vicesindaco Elisabetta Piccoli, sempre in cerca com’è di scheletri nell’armadia. Infine, suona le campane il primo cittadino Stefano Sertoli. Si salvi qui può! Si salvi chi può!Urla da tribordo (il lato destro della nave, ndr).
valcalcino
Tutti fuori e in mezzo ad una strada. Fuori l’Anpi. Fuori la Casa delle donne. Fuori i Radioamatori e la Forestale. Fuori i Pifferi, l’Associazione Sclerosi Multipla, l’associazione Eshorouk e il CPIA. Fuori anche l’Anpi. Trenta giorni al massimo per recuperare le proprie cose e per i traslochi. Una bomba, non tanto ad orologeria. Una bomba - se proprio vogliamo - a scoppio ritardato. L’ha tirata l’Amministrazione comunale, senza troppi patimenti, nel bel mezzo della “bonaccia” di questa fine estate. Come? Con un’ordinanza (vai a capire chi la firmerà) ancora da pubblicare all’albo pretorio. Vi si leggerà di un’ispezione dei tecnici della Città Metropolitana risalente (pare) al 2010 e messa in pista in seguito alla tragedia dell’istituto scolastico Darwin di Rivoli dove il 22 novembre 2008 perse la vita uno studente di 17 anni, Vito Scafidi, travolto da un tubo di ghisa crollato insieme al controsoffitto della sua classe.
A Ivrea, i tecnici pare avessero appurato (ma nessuno salvo sindaco e assessori han letto la perizia) che all’Ex Valcalcino il controsoffitto dello stabile “numero uno” non era in buone condizioni, quindi per il principio delle “analogie”, secondo l’attuale Amministrazione comunale, se non regge il “numero uno” non regge anche lo stabile “numero due”, costruito negli stessi anni.
Una roba mai più vista, ma tant’è!
Le associazione interessate avrebbero appreso la lieta novella giovedì pomeriggio, ma, ci dicono, che anche loro non hanno avuto la possibilità di prendere visione della fantomatica perizia. “Fate un accesso agli atti…” han detto loro.
In verità, negli uffici comunali, era da un bel po’ che la notizia stava circolando, frutto, “pare”, del lavoro di analisi svolto dal vicesindaco Elisabetta Piccoli sul patrimonio comunale. Ad un certo punto, al fondo di un cassetto polveroso, non c’è il 2 senza il 3 (Movicentro, Anfiteatro Romano, ndr) avrebbe trovato la relazione tecnica e le sarebbero quasi caduti gli occhi sulla scrivania. Da qui un giro (alquanto sospetto) di telefonate per capire quanto, come e, se le Associazioni stessero utilizzando effettivamente quei locali. Tutto giusto? Più o meno...
Qualcosa nella storytelling non torna. Passi la perizia del 2010, ma quale Amministrazione e, soprattutto, quale ufficio tecnico, di fronte ad una perizia definita da qualcuno “scandalosa”, se davvero lo fosse stata, si sarebbe preso la responsabilità di non dire nulla.
In verità c’è chi si ricorda della ristrutturazioni degli anni 2000. C’è chi sottolineache, dopo quella perizia, Città Metropolitana decise di sgomberare l’edificio uno, occupato dall’ex Istituto Ipsia, da anni in crisi di studenti, optando per il Colle Bellavista. C’è infine chi punta il dito proprio sulla perizia, sostenendo che seguirono una serie di controlli da parte dell’Ufficio tecnico.
Ora delle due l’una: o c’è materiale per la Procura della Repubblica o questo materiale non c’è. Ci fosse, bene si farebbe a farglielo pervenire richiamando dirigenti e funzionari alle proprie responsabilità.
Tra le domande, peraltro, ce ne sono almeno un paio senza risposta.
La prima: Come si può definire a rischio di crollo un fabbricato per “analogia” e senza una perizia che lo attesti? E poi ancora. Se è vero che basta il dubbio per chiudere un fabbricato comunale, come mai nessuno si è mai preoccupato della biblioteca da anni priva di certificati anti-incendio?
Tant’è! La fortuna di chi amministra vuole che i rischi si concentrino solo in quei locali occupati da associazioni vicine al centrosinistra
“Ci han detto della perizia e del rischio di crollo – ammette il presidente dell’Anpi Mario Beiletti - E che loro non se la sentono di dare garanzie. Ci hanno promesso che entro un paio di settimane troveranno una sistemazione alternativa per tutti, cominciando dal CPIA e dalla Case delle Donne. Siamo costretti a credere a quello che ci dicono e non ho motivo di dubitarne. Insomma, sono senza parole…”.
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