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IVREA. A Qaladiza una statua in onore e in ricordo di Graziella Bronzini

IVREA. A Qaladiza una statua in onore e in ricordo di Graziella Bronzini

Graziella Bronzini

Quanto le manca?”. Domanda stupida e idiota. “Tutto!”, ci dice. La voce se ne va e prendono il sopravvento i ricordi di un’esistenza passata insieme, minuto dopo minuto, respiro dopo respiro, un istante dietro l’altro. Un sospiro. La felicità. Tutto comprensibile se a parlare di lei, di Graziella Bronzini, è Gastone Uccellatori,  per 34  al suo fianco, nella vita, nell’amore e nelle grandi battaglie condivise sempre con la stessa identica passione. Un legame solido e indistruttibile, anche oggi. Ma oggi, però, c’è un novità. Una gran bella novità. La notizia, trapelata nei giorni scorsi, arriva direttamente dal Consolato italiano in Kurdistan. A Qaladiza, alla fine di questo mese, verrà inaugurata una statua in onore di Graziella Bronzini, che in questo mondo e per le cose che ha fatto, è stata per tutti la versione femminile di Gino Strada. “E’ ufficiale da pochi giorni - ci dice con un groppo in gola Gastone Uccellatori - E’ una cosa molto bella! Toccherà al sindaco  renderla pubblica con tutti i particolari.... Io ci andrò? Certo che ci andrò!”. Altra conferma arriva da  Hajar Khoshnaw, assistente del Console italiano a Erbil. “L’evento - ci scrive - promosso dalla municipalità di Qaladiza e supportato dal Consolato, è in via di definizione...” Merito al merito di una donna che non s’è mai risparmiata. Per vent’anni e a partire dal 1992, infatti, Graziella Bronzini ha guidato il comitato per il gemellaggio Ivrea/Qaladiza finalizzato a portare aiuti umanitari nel Kurdistan iracheno. L’anniversario era stato festeggiato nel 2012, in Sala Dorata, in un incontro con l’allora Assessore alle Politiche Sociali Paolo Dallan. Ricordando gli inizi quando i componenti del comitato arrivarono, la città era stata completamente distrutta e rasa al suolo dall’esercito iracheno, e la popolazione deportata o dispersa. “Fu quello che ci portò e ci porta ancora oggi in quella zona – raccontava Bronzini nel 2012 - Si sono instaurati rapporti importanti, oggi per noi è una seconda casa. La mancanza di Saddam Hussein ha portato un cambiamento di vita a tutto campo. La città attualmente ha 80mila abitanti dai 25mila di quando era stata distrutta. E’ stata ricostruita e il nostro ospedale, prima in periferia, si trova in centro urbano. C’è oggi un problema grande: i turchi bombardano, e lo hanno fatto anche mentre c’eravamo noi. I partigiani turchi e kurdi si rifugiano nelle colline vicino alla città ed anche per questo il centro abitato si è maggiormente popolato”. In più di trent’anni, oltre a quell’ospedale, il Comitato ha adottato centinaia di bambini a distanza (oggi sono 70). Ha organizzato  corsi di formazione rivolti ai giovani di Qaladiza. Ha contribuito a mantenere viva la memoria della lunghissima lotta di liberazione del popolo kurdo con la mappatura dei sentieri dei peshmerga, per sostenere la diffusione in Kurdistan di un turismo e di una sensibilità per la tutela dell’ambiente del tutto nuovi per questa regione. Tra le ultime iniziative  di Bronzini in città la presentazione del libro “Il Grande Califfato” di Domenico Quirico, il giornalista della Stampa, inviato di guerra, rapito in Siria il 9 aprile del 2013 e liberato l’8 settembre, dopo cinque mesi di sequestro. Infine c’è ancora chi se la ricorda in quel suo ultimo viaggio in Kurdistan nel 2014, portato a compimento malgrado i già notevoli problemi di salute con l’obiettivo di acquistare un pulmino per portare i bambini a scuola, impedendo loro di saltare sulle mine. E ancora gli sforzi per portare in Italia decine di piccoli curdi  con le loro mamme, perché potessero essere curati nei nostri ospedali.  Due anni dopo, a 73 anni vissuti così intensamente che più intensamente non si sarebbe potuto, Graziella non c’era più. Sulle pagine di questo e altri giornali, a ricordarla si precipitarono tantissime persone che avevano avuto modo di conoscerla nelle battaglie e nei progetti di solidarietà. Dall’amica Rita Munari ad Armando Michelizza.  “Dopo la sua morte l’attività del comitato non s’è fermata - aggiunge Uccellatori - Abbiamo continuato con le adozioni a distanza in maniera concreta e costante. Il nostro ospedale, costruito con la solidarietà esiste ancora ma nel frattempo la città s’è quadruplicata e ne è stato costruito un altro, più grande e moderno. Il nostro è stato utilizzato come punto di primo soccorso per ospitare i profughi provenienti dalla Siria...”. E quella dell’ospedale fu davvero un’impresa quasi impossibile portata avanti ai tempi dell’embargo, con materiali di recupero. Quando Gino Strada lo vide fece agli eporediese dei complimenti sinceri Ambientalista e pacifista Graziella Bronzini è stata per molti anni, una figura di primo piano, in città.  Militante della sinistra comunista fino alla metà degli anni ‘80 e, successivamente, nel gruppo dirigente dei Verdi del Piemonte e di Torino prima e di Ivrea poi, ha continuato orgogliosamente a considerarsi comunista, fino alla fine. Consigliera comunale durante l’amministrazione Maggia, memorabili furono le sue battaglie in consiglio comunale contro la privatizzazione dell’acqua pubblica.  S’aggiunge quella contro il traforo di Montenavale che prevedeva di bucare, tramite esplosivi, la collina dioritica di Montenavale per una lunghezza di un chilometro e mezzo, partendo dalla rotonda di Pavone per arrivare nel quartiere San Grato. Venne nominata presidente del comitato che chiedeva l’archiviazione del progetto e insieme a Legambiente, ai Grilli eporediesi e al Comitato Pelle di Pavone, raccolse centinaia di firme per chiedere uno studio sulle soluzioni alternative al progetto. Negli ultimi mesi, a recarle visita, tutti i giorno, in ospedale, prima a Ivrea, poi a Cuorgnè, l’amica di sempre, Rita Munari.  E fu insieme a Munari che Bronzin s’incatenò in piazza La Marmora per dire “no” all’abbattimento dei platani di piazza La Marmora. “Prima di giudicare una persona cammina nei suoi mocassini per tre lune” amava dire Bronzin prendendo a prestito un famoso proverbio degli indiani d’America. Un principio al quale s’era sempre attenuta. Sempre al fianco degli ultimi. Sempre combattendo per gli ideali in cui credeva, senza mai preoccuparsi del prezzo da pagare. Non amava le bandiere, ma si è sempre battuta per tutte le bandiere negate.  Ne siamo certi lo farebbe anche oggi per l’Ukraina.
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