Il braccio di ferro, durato oltre un anno, si era concluso, nel giugno scorso, con Padre Enzo Bianchi (classe 1943) che lasciava la Comunità di Bose rispettando un provvedimento della Santa Sede del maggio dell’anno prima con tanto di richiesta di allontanamento dalla comunità monastica del Biellese, da lui fondata.
“Cari amici/e per alcuni giorni sono stato silente e non vi ho inviato i pensieri emersi nel mio cuore ma un faticoso, sofferente trasloco me lo ha impedito: per noi vecchi migrare è uno strappo non pensabile anche perché ci prepariamo all’esodo finale, non a cambiar casa e terra”, aveva scritto Bianchi nelle ultime ore su Twitter.
L’ex priore di Bose si era trasferito in un alloggio a Torino, messogli a disposizione da conoscenti dopo una ristrutturazione.
Adesso si è appreso che si trasferirà niente meno che nel castello vescovile di Albiano su invito del vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi, classe 1923. Per il piccolo e ridente paesino abbarbicato su La Serra la ghiotta occasione di diventare roccaforte di un nuovo “cattolicesimo”, alla sinistra di Papa Francesco.
Dovesse mai accadere (ed è quasi certo che accadrà) ci si chiede che cosa non dirà l’attuale vescovo di Ivrea, monsignor Edoardo Cerrato (che progressista proprio non lo è) già costretto all’ingombrante e onnipresente figura del suo predecessore con cui, nella Diocesi di Ivrea, continuano ad avere rapporti decine e decine di preti, diaconi e viceparroci.
Tutto e bene quel che finisce bene, termina così un lungo e doloroso tira e molla, che a tratti aveva preso anche i contorni di una specie di ‘telenovela’, seguito alla decisione della Santa Sede prima di inviare a Bose a fine 2019 un visitatore apostolico – Padre Amedeo Cencini – e poi di risolvere con l’allontanamento del fondatore la situazione di contrasti ai vertici della Comunità, “tesa e problematica” nell’”esercizio dell’autorità”, e il difficile passaggio di consegne al successore di Bianchi, Fra’ Luciano Manicardi, priore dal 2017.
E’ stato un “decreto” del 13 maggio 2020, approvato in forma specifica da papa Francesco, a sancire l’allontanamento a tempo indeterminato di Bianchi da Bose e quello di altri tre membri per un periodo di 5 anni.
La sanzione pontificia, senza formulare specifiche accuse, non ammetteva appello, e negli ambienti vicini alla Comunità si è sempre fatto fatica a comprenderne la ‘ratio’ e, in qualche modo, la brutalità. Bianchi, comunque, accampando anche ragioni di età e di salute, in un primo momento non si era mosso di un millimetro.
Nel febbraio 2021 era però arrivato un nuovo decreto, a firma del delegato pontificio, (cioè di padre Cencini) con invito rivolto a Bianchi di andare a vivere nella pieve di Cellole di San Gimignano, di proprietà della Comunità stessa. Le condizioni poste dal decreto e dal contratto di comodato d’uso però vennero ritenute dall’ex priore “lesive della dignità” sue e dei suoi fratelli, e per questo motivo il monaco non accettò e iniziò la ricerca di una struttura che lo potesse accogliere senza “disumane” richieste. In molti si appellarono in allora al Papa, ma in un incontro col nuovo priore e il delegato pontificio, alla vigilia del suo viaggio in Iraq, Francescoribadì che Bianchi doveva lasciare la Comunità di Bose, al cui interno, peraltro, il clima si era fatto sempre più pesante, prefigurando addirittura una scissione.
In tutti questi mesi,Padre Bianchi non ha mai smesso la sua attività di commentatore, editorialista e scrittore, più volte manifestando il suo pensiero anche su Twitter. “Stiamo attenti quando parliamo di sofferenza – aveva scritto ad esempio il 3 maggio -: perché non è vero che il dolore purifica, redime, rende più buoni, anzi rende irritabili, abbrutisce, e ci induce all’egoismo. Il dolore è sempre in-sensato e al dolore insopportabile abbiamo il diritto di dire basta!“.
Tant’è! Punto e a capo.
Ora Padre Bianchi una casa, anzi addirittura un castello, ce l’ha. E parliamo di un edificio appartenuto, fin dall’anno 1000, ai vescovi conti d’Ivrea che lo utilizzavano come residenza estiva. Dal 1999 ospita stabilmente l’emerito degli emeriti:monsignor Luigi Bettazzi,già ausiliare del cardinale Giacomo Lercaro, vescovo di Ivrea dal 1966 al 1996, già presidente di Pax Christi e autore di numerosi libri. Ricordiamo “Sognare eresie. Fede, amore e libertà (2021)”,“Aprirsi agli altri, aprirsi a Dio. Ragione, intelligenza, fede nella nostra vita , 2020”, “Il Mio concilio Vaticano II. Prima. Durante. Dopo” (2019), “Apocalisse. Messaggio di speranza” (2018), “Ma liberaci dal male... Amen!” (2017). E poi i più famosi di tutti: “La sinistra di Dio. Dio e il suo lato minore” del 1996 e “L’anima della sinistra. Umanesimo, passioni e storia nel carteggio fra un vescovo e il leader del PCI” scritto a quattro mani con Enrico Berliguer.
Nel 1978, Bettazzi, insieme al vescovo rosminiano Clemente Riva e al vescovo Alberto Ablondi, chiese alla Curia romana di potersi offrire prigioniero in cambio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. La richiesta venne fermamente respinta.
Diventò celebre anche per lo scambio di lettere con il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, per il quale fu aspramente criticato, “sul rapporto fra la conciliabilità o meno della fede religiosa con l’ideologia marxista...”.Bettazzi è sempre stato da tutti considerato il terminale in Piemonte della potente cordata curiale che faceva capo al cardinale Achille Silvestrini, suo coetaneo e corregionale, nonché capofila di quella «raggruppamento di San Gallo» grazie alla quale fu eletto papa Francesco. Quasi un anno prima degli eventi, l’ex vescovo di Ivrea profetizzò infatti – stupendo tutti –che Benedetto XVI si sarebbe dimesso e che al suo posto sarebbe asceso al Soglio di Pietro il cardinale Jorge Mario Bergoglio. Sempre in tema di profezie, recentemente, l’arzillo e attivissimo quasi centenario Bettazzi, ha preconizzato che il successore di Cesare Nosiglia a Torino sarà il vescovo di Pinerolo Derio Olivero. Vedremo se anche questa volta il castellano di Albiano ci azzeccherà.
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