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Cronaca
24 Marzo 2026 - 19:36
“Siamo a metà dell’opera, non abbiamo ancora finito”. Commenta così l'avvocato Celere Spaziante fuori dall'aula dopo la lettura del dispositivo che condanna otto agenti del carcere di Ivrea.
Le parole dell’avvocato Spaziante fotografano meglio di ogni altra cosa il clima che si respira dopo il verdetto: nessuna resa, nessuna chiusura definitiva, ma l’idea che il processo sia solo al primo tempo.
L’avvocato Celere Spaziante assiste Giovanni Simpatico, Francesco Ventafridda, Pietro Semeraro, Giuseppe Pennucci, Domenico Sorrenti, Giuseppe Picerno, Marco Fiorino, Paride Petruccetti, Emanuele Granato e Massimo Genovesi; l’avvocato Alessandro Radicchi difende invece Salvatore Avino. Enrico Scolari assiste Rocco Firenze e Franco Rao, Mauro Pianasso Mickael Palumbo, Antonio Mencobello Giuseppe Carabotta.
“Siamo moderatamente soddisfatti, limitatamente all’episodio più recente dove c’è stata un’assoluzione piena — spiega —. Prendiamo atto della sentenza per gli altri episodi e certamente faremo appello dopo aver letto le motivazioni. In buona sostanza siamo a metà dell’opera”.
È una linea chiara: riconoscere il risultato parziale, ma contestarlo nel merito. Spaziante rivendica anche il lavoro fatto in aula: “Siamo riusciti nelle prime udienze a togliere buona parte degli imputati. Oggi abbiamo mandato assolto altri imputati, ne residuano altri che meritano un appello, che abbia una decisione differente”.

L'avvocato Celere Spaziante
Il punto, per la difesa, non è solo il verdetto di oggi, ma il suo valore giuridico. “La sentenza non è un giudicato penale — ricorda —, è come se fosse un primo tempo. Attendiamo i successivi gradi di giudizio per la cristallizzazione della decisione”. Un passaggio tecnico, ma fondamentale: la partita è ancora aperta.
E nel frattempo si apre un’altra questione, tutt’altro che secondaria. L’interdizione dai pubblici uffici per 1 anno e 6 mesi, disposta per la maggior parte dei condannati, potrebbe tradursi in una sospensione dal lavoro. “Potrebbero essere sospesi, sì - spiega l'avvocato - ma non è automatico. E' l'ente a dover decidere”.
Più prudente, quasi sospeso, l’avvocato Alessandro Radicchi, che aveva costruito una delle difese più tecniche e articolate del processo. “Aspetto le motivazioni della sentenza per commentare”, dice. Novanta giorni, il tempo indicato dal giudice per il deposito, prima di entrare nel merito di una decisione che — per la difesa — va letta riga per riga.
Di segno opposto la soddisfazione dell’avvocato Antonio Mencobello, difensore dell’ispettore Giuseppe Carabotta. “Assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste e non per insufficienza di prove. Abbiamo dimostrato che Carabotta è totalmente estraneo ai fatti perché non era neanche presente quando si sono verificati”. Una linea difensiva che ha retto fino in fondo e che diventa uno dei punti fermi della sentenza: non tutti gli imputati erano coinvolti, non tutti erano presenti.
Ed è proprio qui che si incrocia il verdetto del tribunale con le tesi sostenute per mesi dalle difese. Perché se da un lato la sentenza riconosce i falsi nelle relazioni di servizio, dall’altro smonta, almeno in parte, la narrazione accusatoria sulle violenze.
Gli avvocati lo avevano detto fin dall’inizio. “Non c’è stata violenza, solo paura e caos”, avevano sostenuto nelle arringhe. Un carcere in rivolta, detenuti agitati, fumo, oggetti che volano, agenti richiamati anche fuori turno per contenere una situazione fuori controllo. Non aguzzini, ma uomini dello Stato lasciati soli.
Spaziante lo aveva spiegato con una domanda che aveva attraversato l’aula: “C’è una prova medica che dimostri che Ahmed è stato picchiato?”. Per la difesa, no. Nessun referto decisivo, nessuna traccia oggettiva compatibile con un pestaggio sistematico. E ancora: la paura, la tensione, l’imprevedibilità di detenuti “che non hanno più nulla da perdere”.
Anche l’attacco all’impianto accusatorio era stato frontale. Il testimone chiave, Alfio Garrozzo, definito “astuto”, capace di costruire un racconto funzionale ai propri interessi. Le testimonianze dei detenuti descritte come un “magma incandescente di suggestioni”. Il “clima” evocato dalla Procura generale contestato come elemento non probatorio. “Il clima non è un fatto”, aveva detto Radicchi.
E poi la ricostruzione della “rivoltina” del 2016: detenuti ubriachi per il liquore fatto in cella con la frutta macerata, interventi rapidissimi, ordini impartiti dai superiori, agenti che eseguono e non decidono. “Se un comandante dà un ordine, perché processare gli agenti e non lui?”, aveva chiesto Spaziante.
Una linea che ha trovato almeno un parziale riscontro nella sentenza. Perché se il tribunale ha condannato otto agenti per falso ideologico, ha anche assolto diversi imputati e dichiarato prescritti i reati di lesioni e abuso di autorità.
Il verdetto parla chiaro: Francesco Ventafridda condannato a 1 anno e 8 mesi; Pietro Semeraro, Marco Fiorino, Giovanni Simpatico, Domenico Sorrenti, Giuseppe Picerno, Giuseppe Pennucci e Salvatore Avino a 1 anno e 6 mesi ciascuno. Totale: 12 anni e 2 mesi di reclusione.
Ma sul fronte più pesante — quello delle violenze — la sentenza non arriva a una condanna nel merito. I reati di lesioni vengono dichiarati prescritti, l’abuso d’ufficio non è più reato. E questo cambia completamente la lettura del processo.
È qui che si misura la distanza tra la requisitoria della Procura generale e l’esito finale. I sostituti procuratori generali Giancarlo Avenati Bassi e Sabrina Noce avevano chiesto 17 anni complessivi di carcere, parlando di falsi, lesioni e depistaggi, descrivendo il carcere di Ivrea come un luogo dove la violenza veniva nascosta dietro relazioni costruite.
Un anno e sei mesi per Simpatico, Firenze, Rao, Semeraro, Fiorino, Picerno e Avino. Un anno e otto mesi per Ventafridda. Un anno e quattro mesi per Petruccetti, Granato e Genovesi.
Oggi il quadro è diverso: diverse assoluzioni, pene ridimensionate, e soprattutto la caduta del cuore più duro dell’accusa. Resta però un punto fermo, ed è quello su cui il tribunale ha costruito la propria decisione: le relazioni di servizio erano false. Ed è su questo che si gioca ora la partita dell’appello. Per la difesa, il processo non è finito. È solo all’inizio del secondo tempo.

L'avvocato Antonio Mencobello
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