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Cronaca

“Macelleria messicana” a Ivrea: chiesti 17 anni di carcere per le guardie penitenziarie

La Procura Generale ha chiesto la condanna di dodici agenti di polizia penitenziaria e tre assoluzioni

foto di repertorio

Foto di repertorio

Le urla si sentivano fino al corridoio dell’infermeria, ma nei verbali restava scritto che i detenuti erano “scivolati sul pavimento bagnato”. Dentro quelle mura, la Casa circondariale di Ivrea era diventata un luogo dove la legge finiva alle soglie dell’“Acquario”, la stanza delle punizioni, quella che la Procura generale ha definito “una macelleria messicana”.
Oggi, dopo anni di silenzi e carte insabbiate, sono arrivate le richieste di condanna: 17 anni complessivi per gli agenti imputati. Un anno e sei mesi per Giovanni Simpatico, Rocco Firenze, Franco Rao, Pietro Semeraro, Marco Fiorino, Giuseppe Picerno, Salvatore Avino, un anno e otto mesi per Francesco Ventafridda, e un anno e quattro mesi per Paride Petruccetti, Emanuele Granato e Massimo Genovesi, accusati di aver picchiato il detenuto Mouhssin Amriti, reato inizialmente qualificato come tortura e poi derubricato in lesioni.

È la richiesta, formulata oggi in Tribunale a Ivrea dai sostituti procuratori generali Giancarlo Avenati Bassi e Sabrina Noce nel processo sulle violenze e i depistaggi che avrebbero segnato la Casa circondariale di Ivrea per anni. Condanne alleggerite dalla concessione delle attenuanti generiche: "Non siamo dei marziani - ha detto il sostituto PG Avenati Bassi motivando la concessione delle generiche equivalenti alle aggravanti contestate - riconosciamo la difficoltà di lavorare in quell'ambiente, in quelle condizioni, fare quel lavoro e rapportarsi con persone rispetto alle quali non si hanno gli strumenti adeguati per fronteggiarli". 

A fronte di quelle istanze punitive, il fascicolo registra anche tre assoluzioni: Mickael Palumbo, Giuseppe Carabotta e Giuseppe Pennucci sono stati assolti perché il fatto non sussiste (non erano di servizio al momento dei fatti contestati). Per «altri capi» è intervenuta la prescrizione. Ma l’ossatura del processo resta: falsi d’ufficio che parlano di detenuti «scivolati sul pavimento bagnato» o «autolesionisti» e cartelle cliniche mancanti nei diari sanitari interni; un carcere indicato nei decreti dell’avocazione della Procura generale come luogo punitivo in cui, secondo l’ipotesi accusatoria, la violenza sistematica veniva occultata da relazioni costruite a tavolino.

Dentro questo mosaico, una tessera ha pesato come un macigno: la testimonianza di Alfio Garrozzo, già detenuto a Ivrea, ex figura apicale della criminalità organizzata, ascoltato in video-collegamento. Le sue parole, incastrate in mesi di udienza, hanno dato corpo a quel clima di omertà istituzionale che — nelle tesi di parte civile — avrebbe protetto i pestaggi nell’“Acquario” e nella “cella liscia”.

Garrozzo ha spiegato di aver vissuto nel reparto semilibertà e di conoscere «per fama e per rumore» ciò che accadeva pochi metri più in là. Ha descritto l’“Acquario” come una stanza-vetrina di fronte all’infermeria, «a dieci passi dalla postazione dei medici», dove «si sentivano le urla» e dove «si poteva vedere» attraverso lo spioncino. Ha ricordato di aver scritto di getto alla direttrice dopo uno dei picchi più violenti: non una denuncia di comodo, ma «un gesto di indignazione», tanto da accettare il rischio di violare le prescrizioni della semilibertà pur di essere trasferito e sottrarsi a quel contesto.

Il suo racconto ha un passaggio-chiave: la differenza tra «uno schiaffo a testa calda» — espressione usata per dire che in carcere la tensione può accendersi — e il pestaggio prolungato, «oltre dieci minuti contro un detenuto immobilizzato». È lì che, per Garrozzo, si spezza il confine tra un eccesso sporadico e una pratica, «un metodo». È lì che, a suo dire, l’istituto smette di essere luogo di pena e diventa luogo di punizione.

Il valore delle parole di Garrozzo, al netto della sua biografia criminale, è stato calibrato su tempestività e coerenza. Il racconto è collocato in giorni e luoghi precisi: la notte della “rivoltina” (ottobre 2016), i corridoi dell’infermeria, la vetrata dell’“Acquario” «che allora non era oscurata», la presenza sanitaria «a vista». Garrozzo ha spiegato di aver «più volte sentito schiaffi» — «può succedere» — ma di aver visto (o appreso nell’immediatezza da chi vedeva) azioni di squadra «oltre la soglia della necessità», «dieci minuti di botte su un uomo». Ha riferito della lettera alla direttrice e di altre missive interne; ha ricordato l’urlo che torna in una relazione di servizio di Simpatico («basta, basta, non ce la faccio più»), citandolo come spia di una soglia di tollerabilità superata.

Il suo è un tassello che si combacia con altre voci: Marco Dolce — lividi alla visita medica e una prognosi di 5 giorni, con dinamica incompatibile rispetto al presunto «scivolamento»; Angelo Grottini, che «scivola nel corridoio allagato» nelle carte, mentre in aula boccia quel quadro come inverosimile; Rabi Raji e Gerardo Di Lernia, quest’ultimo restio a denunciare «per paura»; Mouhssin Amriti, il pestaggio nell’“Acquario” che lo spinge a un gesto autolesivo gravissimo (si recide un’arteria), con successivo capo di imputazione derubricato.

Il cuore giuridico del dibattimento batte su due corde. La prima: le false relazioni. I Pg contestano alle guardie di aver ricostruito gli episodi con un copione ripetuto — «scivolamenti su pavimento bagnato», «testate auto-inferte», «frutta macerata» che avrebbe fatto ubriacare intere sezioni — mentre referti e riscontri (quando esistono) parlano di ecchimosi, graffi da manette, contusioni «incompatibili» con quelle dinamiche. La seconda: l’impianto culturale. L’“Acquario” e la “cella liscia” non erano locali sanitari; la prima, dicono i Garanti, era una stanza di contenimento senza sedute né aria, la seconda uno spazio spoglio e degradato usato come isolamento in violazione dei principi dell’ordinamento penitenziario.

A fare da detonatore all’intero procedimento, non furono esposti dei detenuti — e questo è uno dei punti su cui insiste l’avvocata Simona Filippi per Antigone, parte civile — ma interventi esterni di garanzia: l’esposto del Garante comunale (marzo 2016), le segnalazioni del Garante regionale Bruno Mellano, la visita della Garante nazionale Emilia Rossi, fino alla opposizione alle archiviazioni e al decreto di avocazione del 25 ottobre 2020 firmato dai vertici della Procura generale di Torino. «I detenuti non denunciano — ha ricordato Filippi — hanno paura: temono ritorsioni e trasferimenti. Senza figure terze, quei fatti non emergono».

Sul banco di chi, fuori dalle aule, ha pagato un prezzo personale c’è la Garante comunale Paola Perinetto, oggi rappresentata dall’avvocata Maria Luisa Rossetti insieme a Emilia Rossi (Garante nazionale) e Bruno Mellano (regionale). Perinetto — ha ricordato la legale — telefonava in lacrime: le impedivano l’accesso. Per Rossetti il danno non è «alla persona», ma all’istituzione del Garante, «interdetta nel suo compito di controllo».

Il ruolo dei Garanti e di Antigone, dal 2016 a oggi

La catena istituzionale è chiara. Ottobre 2016: scoppia la “rivoltina”; il Garante comunale entra subito, poi due giorni dopo il Garante regionale Mellano; quindi la visita congiunta della Garante nazionale Emilia Rossi. Da quel circuito nascono relazioni ispettive: l’“Acquario” descritto come non-luogo (privo di sedute, aria, luce), la “cella liscia” come indegna; si annotano mancanze di registri per eventi critici, trasferimenti rapidi di detenuti testimoni, referti disallineati rispetto ai racconti ufficiali. Antigone si costituisce parte civile con l’avvocata Filippi, affiancata dall’avv. Rossetti per i Garanti. «Nessuno dei processi dove Antigone è parte civile — ha ricordato Filippi — è nato da una querela di detenuti. Sono sempre state figure terze a far partire i procedimenti».

Mellano: “In piedi, al buio. L’Acquario era una cella”

Calato nel contesto dell’udienza di oggi, il racconto del Garante regionale Bruno Mellano torna come prova d’ambiente. Nel 2016, a pochi giorni dalla “rivoltina”, Mellano entra e documenta: l’“Acquario” «senza panca, senza ossigeno, luce filtrata da un vetro opaco», persone «tenute in piedi per ore», assenza di finalità sanitarie, uso «improprio e reiterato» «per contenere o “raffreddare” i soggetti problematici».

La “cella liscia” è «spoglia, senza riscaldamento, bagno indecoroso»; la definizione è netta: violazione strutturale della dignità. Mellano racconta di detenuti visti con lividi ancora a distanza di giorni, di referti che non tornano con i «pavimenti bagnati» e le «testate al vetro» delle versioni ufficiali. E chiude, oggi come allora, sulla necessità di un cambio di cultura: trasparenza, formazione, stabilità dei vertici, «togliere ossigeno all’omertà» perché diritti dei detenuti e diritti degli agenti «non sono in conflitto: sono la stessa medaglia**.

Ciò che è stato osservato durante la visita – scrive il Garante nella sua relazione – conferma le denunce ricevute negli anni, restituendo un’immagine di abbandono istituzionale, disorganizzazione e, in certi casi, vera e propria violazione dei diritti fondamentali”.

Il dossier integrale, ora pubblico, fa luce su un carcere che per anni ha operato in zone grigie, dove l’assenza di controlli sistematici ha permesso l’instaurarsi di pratiche che nulla hanno a che vedere con la legalità costituzionale. La casa circondariale di Ivrea non è un luogo qualunque: è una ferita ancora aperta nel cuore dello Stato di diritto.

In aula, oltre ad Antigone e ai Garanti, si sono costituiti Amriti (pestaggio nell’“Acquario”) e Grottini (tra i feriti della “rivoltina”), assistiti dall’avvocata Manuela Perego. Le false relazioni — «corridoi allagati», «liquori di frutta macerata» che avrebbero stordito intere sezioni — sono il ponte tra presunte violenze e depistaggi: documenti falsi a valle di lesioni per dare all’esterno una scena credibile. È su questo che si appoggia parte centrale della richiesta punitiva dei Pg.

Il punto di diritto e quello di coscienza
La sentenza non è ancora scritta. Ma il processo ha già fissato un perimetro: non si trattava di fatti in un luogo privato, bensì di uno spazio di sovranità pubblica in cui i detenuti, per definizione, sono in posizione di inferiorità e dipendono — in tutto — dagli agenti e dai sanitari. Da qui la responsabilità rafforzata di chi lavora «dalla parte della chiave».

La parola torna ora ai giudici. Al netto delle assoluzioni già pronunciate, delle pene richieste, delle prescrizioni intervenute, resta il dovere di un accertamento che vada oltre le formule: dire cosa è accaduto nell’“Acquario”, come sono nati i falsi, chi ha tradito la fiducia di uno Stato che nella pena deve essere fermo, mai feroce.

Nel frattempo, un monito resta scolpito: senza Garanti che bussano, associazioni che insistono, medici che scrivono, testimoni che parlano anche quando tremano, quei luoghi restano buio. E nel buio, lo sappiamo, le voci si spengono e le carte mentono.

Bruno Mellano, all'epoca dei fatti contestati, garante regionale dei diritti dei detenuti

LETTERE DAL CARCERE

Di seguito la lettera, a firma di alcuni detenuti, scritta l'11 novembre 2016, dopo la sommossa e i pestaggi del 25 e 26 ottobre 20216

Noi sottoscritti Agostino Stefano, Esposito Giovanni, Palo Matteo, Maccarone Francesco dichiariamo quanto segue:

Siamo detenuti presso la Casa Circondariale di Ivrea, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016 sono accaduti pestaggi ed abusi verso sei detenuti, tra cui: Angelo, Boccale Francesco, Edoardo Surco,Dolce Marco, Alex sudamericano e Paparazzo.

La sera del 25 ottobre al 4° piano si trovavano 4 dei ragazzi sopra indicati, che con delle urla gridavano e gridavano per farsi sentire da noi e da tutti i detenuti con la speranza che li sentissimo e potessimo capire cosa stesse accadendo lassù.

Verso le 23.00 sentivamo le urla di Surgo Edoardo:“Stanno entrando!” In quel momento capimmo che gli assistenti si stavano preparando per fare irruzione nelle celle, sentimmo ancora i compagni gridare: “venite uno alla volta.” Gli assistenti di Ivrea avevano chiamato in rinforzo i colleghi di Vercelli, presentatisi in assetto antisommossa muniti di manganello e scudi, causando con questi abusi e violenze verso i nostri compagni.

Addirittura noi del 1° piano abbiamo sentito gli assistenti che ad un certo punto urlavano: “Basta così li ammazzate.” Allora ad un certo punto dopo il pestaggio e gli idranti, tutto si è fermato. Silenzio.

Poi la mattina seguente verso le 13.00, prima io (Palo Matteo) passando per l’infermeria mi accorgo che nella saletta detta “l’acquario” c’era Surco Edoardo sdraiato per terra con un evidenti trauma alle braccia e al corpo. Ma la cosa più atroce è che io, Esposito Giovanni, Agostino Stefano mentre andavamo in infermeria come tutti i giorni alle 13.30, di sfuggita dai vetri oscurati del ”acquario” vedemmo una coperta e sotto una forma di un corpo.

Subito cominciammo a battere la prima volta con esito negativo, interrotti dall’assistente dell’infermeria che ci disse:”Dai facciamo presto e andate su”. Non contenti al nostro ritorno facemmo presente alla Dottoressa del Sert quello che avevamo visto: “Un corpo coperto, che al nostro battere sul vetro non dava segni di vita!”

Subito la Dottoressa si alzò e venne a controllare, ma nel frattempo giungevano una quindicina di assistenti per allontanarci. In quel momento Edoardo Surco si alzò e tutto barcollante ci disse: “Guardate cosa mi hanno fatto.” Aveva tutto il corpo tumefatto ed era in mutande e canotta, dopodiché gli Assistenti con vigore ci hanno allontanato.

Tutto questo è successo anche con Grottini e Alex il sudamericano. La sera del 26 ottobre i due furono trasferiti verso altri carceri, tra cui Novara e Cuneo, questo per non far vedere ai dottori e agli altri detenuti quello che era successo.

Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone.

Il caso che abbiamo appena spiegato è stato scaturito per questi seguenti motivi: in questa struttura detentiva dove tutti noi dobbiamo stare è malfunzionante e mal gestita, ci sono problemi igienico sanitari, il vitto non funziona adeguatamente.

La televisione in alcune celle non esistono e dove ci sono hanno il tubo catodico non più a norma, di conseguenza si ricevono alcuni canali, i materassi sono putridi e fatiscenti.

Le reti fuori dalle sbarre delle finestre anch’esse non più a norma per la vista; le brande sono bullonate al pavimento e i blindi delle celle non rispettano le norme vigenti, all’interno di queste la capienza sarebbe per una singola persona ma sono occupate da due detenuti.

Il sopravvitto è il più caro del Piemonte, ad esempio 1 bombola di Gas qui costa 2,50 euro mentre al LoRusso e Cotugno di Torino costa 1,50 euro e così per tutto il resto del sopravvitto.

La fornitura amministrativa non viene data quasi mai, un detenuto con due rotoli di carta igienica. La dignità non esiste.

I Firmatari:

Agostino Stefano
Palo Matteo
Esposito Giovanni
Maccarone Francesco

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