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Cronaca

Botte in carcere, la parola alle difese: “Non c’è stata violenza. Solo paura e caos"

Le arringhe ribaltano la requisitoria dei Pm: “Si processano uomini delle istituzioni, non carnefici”. La sentenza verrà emessa nelle prossime settimane

Un detenuto aggredisce con un estintore due agenti

carcere

Le urla si sentivano fino al corridoio dell’infermeria. Ma nei verbali restava scritto che i detenuti erano “scivolati sul pavimento bagnato”. Dentro quelle mura, la Casa circondariale di Ivrea era diventata — secondo l’accusa — un luogo dove la legge si fermava alle soglie dell’“Acquario”, la stanza delle punizioni che la Procura generale aveva definito “una macelleria messicana”.

Oggi, però, dopo la voce dei sostituti procuratori generali Giancarlo Avenati Bassi e Sabrina Noce, che avevano chiesto 17 anni complessivi di carcere per gli agenti imputati, a parlare sono stati i difensori. E l’aula ha cambiato tono.

Gli avvocati Celere Spaziante, Enrico ScolariAlessandro Radicchi, Mauro Pianasso hanno preso la parola per smontare la narrazione accusatoria. Per loro, non si è trattato di un processo sulla violenza, ma di “un processo allo Stato che accusa se stesso”, come ha detto Scolari, “ai suoi uomini, lasciati soli in un sistema penitenziario abbandonato”.

Spaziante ha aperto la giornata con una domanda tagliente: «C’è una prova medica che dimostri che Ahmed è stato picchiato?». Nessuna, sostiene. “Non c’è un referto, non c’è una prognosi, non c’è traccia oggettiva di lesioni. Si parla di quattro o cinque agenti che lo avrebbero pestato con i guanti, senza lasciare un segno. È illogico”.

Ahmed — il detenuto che, secondo l’accusa, sarebbe stato malmenato nella cella dell’“Acquario” — viene descritto come “196 centimetri di altezza, fisico possente, appena uscito da un episodio autolesivo con 146 punti di sutura. Quando gli agenti lo affrontano, hanno paura. Hanno davanti un uomo che non ha più nulla da perdere”.

La paura – ha detto Spaziante – non è una colpa, ma un riflesso umano”. Gli agenti, ha aggiunto, “non sono aguzzini, ma servitori dello Stato. Indossano una divisa, hanno mantenuto rispetto e contegno anche in quest’aula, nonostante la sofferenza di essere accusati per aver fatto il loro dovere”.

Poi l’attacco diretto al testimone chiave dell’accusa, Alfio Garrozzo, ex detenuto e figura apicale della criminalità organizzata, la cui deposizione aveva pesato come un macigno nel processo. “Garrozzo è astuto, sa come muoversi, sa cosa dire per ottenere vantaggi”, ha detto Spaziante. “Ma la sua versione non regge ai fatti. Nessun referto dimostra ciò che racconta, e nessuna lesione corrisponde alle sue parole”.

La difesa ha ricostruito anche la notte della “rivoltina” del 2016, quando il carcere esplose dopo che un gruppo di detenuti, per protesta, appiccò il fuoco e distrusse televisori e suppellettili. Spaziante ha descritto la scena dal punto di vista degli agenti: “Fumo, cocci che volano, urla, caos. Il mio assistito Sorrenti non era nemmeno di servizio, ma è stato richiamato e si è precipitato per aiutare. Ha avuto paura. Tutti hanno avuto paura”.

Il carcere di Ivrea

Secondo la difesa, non c’erano scudi, né caschi per tutti. “I detenuti erano ubriachi, avevano preparato un liquore con la frutta macerata. L’intervento del mio assistito è durato quattordici secondi. Nessun pestaggio, nessuna violenza gratuita”.

Al centro del racconto difensivo c’è il comandante Capra, che — ha ricordato Spaziante — diede “l’ordine di usare i manganelli”, ma non è imputato. “Se un comandante dà un ordine, e gli agenti lo eseguono, allora perché processare loro e non lui?”, ha domandato il legale.

Spaziante ha citato anche i detenuti Dolce e Grottini, protagonisti della “rivoltina”, che “in aula hanno dichiarato di non essere mai stati toccati da agenti della penitenziaria di Ivrea. Hanno parlato di persone da fuori, ma non c’è traccia di personale esterno. Se le lesioni non ci sono, non c’è falso. E se non c’è falso, non c’è reato”.

L’avvocato Enrico Scolari, difensore di Firenze e Rao, ha spostato il discorso sul terreno giuridico. “Stiamo facendo un processo agli ultimi, a chi lavora in prima linea ogni giorno. Il carcere non è un ospedale, è una struttura gerarchica. Gli agenti rispettano gli ordini, non possono improvvisare”.

Scolari ha definito le testimonianze dei detenuti “un magma incandescente di suggestioni e interessi personali”. Ha ricordato il caso del detenuto Di Lernia, che, secondo la difesa, si procurò da solo le ferite per accusare gli agenti: “È stato visto prendere a testate la vetrata, gridando che lo avrebbe fatto così poi avrebbe potuto dire che erano stati loro. Tutto è verbalizzato”.

Il penalista ha richiamato un fonogramma ufficiale del 16 giugno 2016: “La direzione del carcere ordinava di collocare Di Lernia in una cella priva di arredi per motivi di sicurezza. Non è una decisione degli agenti, ma un ordine gerarchico. Questo processo sta travolgendo la logica delle responsabilità”.

Scolari ha anche ricordato che le “celle lisce” e l’“acquario” — indicati dall’accusa come luoghi di punizione — “sono ancora in uso oggi e servono per gestire l’emergenza. Non sono simboli di tortura, ma strumenti di lavoro. Il processo deve restare ancorato ai fatti, non al clima”.

L’avvocato Alessandro Radicchi ha spinto l’analisi sul piano tecnico giuridico. “La Procura generale – ha detto – ha spostato il processo dal fatto alle impressioni. Si è parlato di un ‘clima di impunità’, ma il clima non è una prova”.

L’avvocato Alessandro Radicchi ha impostato la sua arringa concentrandosi sul nodo dell’attendibilità dei testimoni detenuti e sulla differenza tra la prova e la percezione del “clima” evocato dall’accusa. Secondo lui, la Procura generale ha costruito la requisitoria su un impianto suggestivo — un’atmosfera di omertà e impunità dentro le mura del carcere — trasformando il contesto in una prova. “Non si è valutata la credibilità dei dichiaranti secondo le regole del diritto, ma secondo il clima”, ha detto, “e il clima non è un fatto”.

Radicchi ha ricordato come, su casi analoghi, la Corte d’appello di Torino — nella recente sentenza che ha assolto direttore e comandante del carcere di Torino — abbia tracciato un principio preciso: il detenuto non è un testimone come gli altri, perché è portatore di interessi in conflitto con l’ordinamento, e per questo la sua attendibilità deve essere valutata con maggiore severità. “Non si tratta di negare la parola a chi è ristretto”, ha spiegato, “ma di applicare le regole di verifica che la Cassazione impone: analizzare carattere, temperamento, condizioni cliniche, rapporti con l’accusato, motivi del racconto e coerenza nel tempo”.

Invece, ha osservato, la requisitoria avrebbe saltato questo vaglio, costruendo un racconto in cui “il detenuto è credibile a prescindere, mentre l’agente penitenziario è sospetto per definizione”. È qui, secondo la difesa, che il processo smette di essere un esame dei fatti e diventa “una narrazione fondata sulle impressioni”.

Radicchi ha messo in discussione anche la tendenza a unificare episodi molto diversi — Ahmed nel 2014, la rivoltina del 2016, il caso Amriti nel 2021 — in un’unica cornice accusatoria: “Eventi lontani nel tempo e nelle circostanze, che non hanno legami né di persone né di dinamiche. Se davvero ci fosse stato un sistema organizzato, sarebbero coinvolti anche i vertici, e non soltanto gli agenti”.

Il legale ha poi richiamato un documento ministeriale del 2018, che impone agli educatori penitenziari di invitare i detenuti a presentare denuncia formale prima di scrivere relazioni interne: “Un testo che dimostra come il clima sia cambiato e che non si può retrodatare al 2016 una prassi che allora non esisteva”.

Ha concluso con un appello alla prudenza: “Le impressioni non possono sostituire le prove. Se trasformiamo un contesto in una condanna, allora il diritto cede il passo alla suggestione. E chi lavora in carcere — l’ultima ruota del carro delle istituzioni — sarà ancora più solo”.

La Procura generale, nella requisitoria, aveva invece parlato di falsi d’ufficio, lesioni e depistaggi, descrivendo il carcere di Ivrea come “un luogo punitivo dove la violenza era occultata da relazioni costruite a tavolino”. Aveva evocato “corridoi allagati”, “frutta macerata”, “testate autoinferte” come formule di comodo per coprire episodi di forza eccessiva.

LE PENE RICHIESTE DALLA PROCURA GENERALE

Un anno e sei mesi per Giovanni Simpatico, Rocco Firenze, Franco Rao, Pietro Semeraro, Marco Fiorino, Giuseppe Picerno, Salvatore Avinoun anno e otto mesi per Francesco Ventafridda, e un anno e quattro mesi per Paride Petruccetti, Emanuele Granato e Massimo Genovesi, accusati di aver picchiato il detenuto Mouhssin Amriti, reato inizialmente qualificato come tortura e poi derubricato in lesioni.

Le parti civili — Antigone, i Garanti dei detenuti e i legali di Amriti e Grottini — avevano ricostruito un sistema di omertà istituzionale in cui la violenza diventava prassi, l’“acquario” una stanza di contenimento e la “cella liscia” un isolamento indegno.

Oggi, con le arringhe difensive, il processo ha toccato l’altra faccia del suo perimetro: quella degli agenti, delle paure, della catena di comando, della solitudine operativa in un carcere che — come ha ricordato Spaziante — “lo Stato ha lasciato marcire nei suoi stessi limiti”.

La sentenza non è ancora scritta. Ma le due narrazioni, ormai, corrono parallele. Da un lato, il racconto delle urla che si sentivano fino all’infermeria. Dall’altro, quello di chi dice di aver agito per contenere il caos. Tra le due, resta un carcere — quello di Ivrea — che continua a essere una ferita aperta nello Stato di diritto.

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