Jet da combattimento, missili che decollano, esplosioni e grafica da videogame. Solo che questa volta non si tratta di un trailer di Hollywood o di una nuova uscita di Call of Duty, ma di un video pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca. La guerra, nel 2026, passa anche da qui: tra meme, reel e montaggi virali pensati per conquistare l’algoritmo.
A far esplodere la polemica è stato un video pubblicato sull’account X della Casa Bianca che mescola scene reali degli attacchi militari contro l’Iran con sequenze tratte da un videogioco. A notarlo è stato il giornalista del Washington Post Drew Harwell, che ha identificato l’animazione iniziale come proveniente da Call of Duty: Modern Warfare III, uno dei titoli più popolari della celebre saga di guerra.
Il risultato è un montaggio che mescola finzione digitale e immagini reali di operazioni militari. Un linguaggio visivo che ricorda più quello di un videogame o di un trailer cinematografico che una comunicazione istituzionale su un attacco armato.
La pubblicazione ha scatenato un’ondata di proteste sui social, compresa quella di organizzazioni di veterani americani. Tra le critiche più dure quella di Paul Rieckhoff, fondatore di Independent Veterans of America, che ha accusato apertamente l’amministrazione di trattare il conflitto come un gioco.
«Pensano che la guerra sia un videogioco», ha scritto Rieckhoff, definendo il video «inappropriato, infantile e inaccettabile».
Ma il video della Casa Bianca non è un caso isolato. Negli stessi giorni anche la comunicazione militare israeliana ha scelto una strada simile, utilizzando il linguaggio dei social per raccontare l’operazione militare contro l’Iran.
In un filmato diffuso dagli account ufficiali delle Israel Defense Forces, jet da combattimento e bombardamenti vengono accompagnati da una colonna sonora sorprendente: il tormentone virale dei social Nothing beats a Jet2 holiday. Nel montaggio compaiono i velivoli israeliani, le sequenze dell’operazione militare e le immagini della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei insieme ad altri leader iraniani, con la scritta “Eliminato” che appare sui loro volti.
Il prodotto finale sembra costruito con la grammatica tipica dei contenuti virali: ritmo rapido, immagini spettacolari e una musica immediatamente riconoscibile per chi frequenta TikTok e le piattaforme social.
La logica è quella dei contenuti progettati per circolare online: pochi secondi, forte impatto visivo e una colonna sonora che richiama trend e meme del momento.
Solo il giorno prima, il 3 marzo, anche la Casa Bianca aveva pubblicato un altro video della stessa operazione militare. Il filmato, intitolato “Epic Fury”, mostrava jet da combattimento, missili in azione ed esplosioni montate con taglio cinematografico. Il tutto accompagnato da un refrain musicale che richiama la celebre Macarena.
Il risultato era un prodotto comunicativo che ricordava più il trailer di un videogame o di una serie televisiva che un annuncio ufficiale su un’operazione militare.
Il video ha generato migliaia di commenti online. Molti utenti hanno espresso apprezzamento per Donald Trump e per l’azione militare americana, con applausi virtuali e slogan patriottici. Altri invece hanno criticato la scelta estetica, definendo fuori luogo la musica utilizzata per accompagnare immagini di bombardamenti.
Per alcuni osservatori la canzone è già diventata “la colonna sonora della guerra”. Per altri, anche tra chi sostiene l’operazione militare, il problema resta la forma: quando un attacco armato viene raccontato con motivetti pop e montaggi spettacolari, il rischio è che la guerra venga trasformata in intrattenimento.
Il fenomeno racconta una trasformazione più ampia della comunicazione politica e militare nell’era dei social. Quando un’operazione bellica viene raccontata con il linguaggio dei meme e dei reel, il confine tra informazione istituzionale e spettacolo si fa sempre più sottile.
Jet e missili diventano scenografia narrativa, i nomi delle operazioni sembrano titoli di videogiochi e il pubblico reagisce con like, commenti e condivisioni. La guerra entra così nel formato dei contenuti virali: pochi secondi di immagini spettacolari pensate per catturare l’attenzione dell’algoritmo.
Resta una domanda difficile da ignorare: quando la guerra viene raccontata come un video virale, quanto spazio rimane per la gravità di ciò che sta realmente accadendo?