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Costume e società
30 Marzo 2026 - 14:52
Luciana Littizzetto torna a colpire. E questa volta lo fa con una delle sue armi più affilate: la letterina. Nell’ultima puntata di Che tempo che fa di domenica 29 marzo, la comica di Bosconero mette nel mirino il governo e, in particolare, due nomi ben precisi: Andrea Del Mastro e Daniela Santanché. Il pretesto è quello di una lettera “intercettata”, e il risultato è un monologo serrato, ironico e politicamente tagliente, che alterna satira, parodia e attacchi diretti.
Littizzetto costruisce il pezzo immaginando una Giorgia Meloni furiosa dopo la sconfitta referendaria. Una premier che, dietro una facciata di calma apparente, lascia emergere una rabbia incontrollata. È su questo registro che si muove tutta la letterina: una caricatura che esaspera toni e linguaggi già riconoscibili nel dibattito politico, portandoli all’eccesso.
Nel mirino finisce soprattutto Andrea Del Mastro, descritto come l’anello debole di una catena di episodi controversi. La comica ripercorre — deformandoli in chiave satirica — alcuni passaggi recenti della sua esposizione mediatica, costruendo un crescendo che porta a una sorta di “condanna” ironica: da uomo difeso dal partito a figura sacrificabile. Il tono è quello della farsa, ma il riferimento alla realtà politica resta evidente.
Non meno duro il passaggio su Daniela Santanché, bersaglio di una lunga sequenza di battute che giocano sulla sua immagine pubblica e sulle tensioni interne alla maggioranza. Qui Littizzetto insiste su un tema preciso: la difficoltà del potere nel gestire le proprie contraddizioni. La Santanché diventa così il simbolo di un equilibrio che si incrina, tra fedeltà politiche e necessità di tenuta mediatica.
La forza della letterina sta proprio in questo equilibrio: far ridere senza perdere il contatto con l’attualità politica. Littizzetto non costruisce un semplice sketch, ma una narrazione che parte da fatti reali e li trasforma in satira politica, spingendoli fino al paradosso. Il linguaggio è volutamente sopra le righe, carico di immagini e metafore, ma sempre riconducibile a un contesto ben preciso.
E poi c’è il bersaglio più ampio, quello che va oltre i singoli nomi. La letterina, infatti, è anche una riflessione — mascherata da comicità — sul funzionamento del potere politico. L’idea che, quando le cose vanno bene, il merito sia individuale, mentre quando vanno male la responsabilità ricada sugli altri. Un meccanismo che Littizzetto smonta con ironia, trasformandolo in uno dei passaggi più incisivi del monologo.
Il finale, come spesso accade, è una chiusura che resta impressa: l’annuncio ironico della ricerca di un nuovo ministro del Turismo, con requisiti volutamente surreali ma chiaramente allusivi. Un modo per chiudere il cerchio e riportare tutto dentro la dimensione della satira, senza mai uscire davvero dalla realtà.
Luciana Littizzetto non fa sconti a nessuno. E anche questa volta conferma il suo ruolo: quello di una voce capace di trasformare la cronaca politica in racconto, mantenendo sempre una distanza ironica ma mai superficiale. Ridere, sì. Ma con un bersaglio preciso.

Il passaggio su Andrea Delmastro
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