Jet da combattimento, missili che decollano, esplosioni riprese con taglio cinematografico. E sotto, in modo quasi surreale, un refrain che richiama la Macarena. Non è una parodia, non è un meme creato da qualche utente provocatorio: è uno dei video pubblicati dall’account Instagram ufficiale della Casa Bianca, intitolato “Epic Fury”, come il nome dell’operazione militare che ha portato all’attacco all’Iran.
La guerra trasformata in reel. L’operazione militare raccontata con le stesse logiche con cui si lancia un videogame o una serie Netflix. Montaggio serrato, ritmo incalzante, musica orecchiabile. Il risultato? Migliaia di commenti di apprezzamento per Donald Trump e per l’esercito americano, tra applausi virtuali e slogan patriottici. Ma anche una fetta consistente di utenti che sottolinea la stranezza – per usare un eufemismo – della colonna sonora.
Per alcuni è già “la colonna sonora della guerra”. Per altri, che magari approvano il contenuto ma non la forma, la scelta musicale è semplicemente fuori luogo. E c’è chi liquida tutto con una battuta amara: il content creator “sarà un ragazzino esaltato dai videogame”.
Il punto, però, è politico prima che estetico. Quando un’operazione militare viene comunicata con il linguaggio dell’intrattenimento digitale, il confine tra informazione istituzionale e propaganda spettacolarizzata si assottiglia fino quasi a scomparire. La guerra diventa prodotto, narrazione eroica da consumare in 30 secondi, con sottofondo ballabile. Il dramma geopolitico ridotto a clip virale.
Non è solo una questione di gusto musicale. È una questione di messaggio. La scelta di accompagnare immagini di un attacco militare con un motivetto pop non è neutra: normalizza, alleggerisce, quasi banalizza la portata di ciò che sta accadendo. Trasforma un’azione armata in un contenuto “engaging”. La logica è quella dell’algoritmo: catturare attenzione, generare interazioni, costruire consenso.
I social della Casa Bianca non sono un profilo qualsiasi. Rappresentano la comunicazione ufficiale della più grande potenza militare del mondo. Quando quel canale sceglie di raccontare un attacco con un’estetica da trailer e una musica da tormentone anni ’90, il segnale che passa è chiaro: la guerra può essere impacchettata, resa cool, trasformata in storytelling.
In questo cortocircuito mediatico, la politica si fonde con l’intrattenimento e la responsabilità istituzionale rischia di dissolversi nell’estetica del feed. Jet e missili diventano scenografia. Le operazioni militari assumono nomi epici, “Epic Fury”, come livelli di un videogioco. E il pubblico è chiamato a reagire con like e commenti, come se stesse giudicando un contenuto qualsiasi.
La domanda che resta sospesa è semplice e inquietante: quando la guerra diventa contenuto social, cosa resta della sua gravità?