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Intervista

Da Chivasso a Milano a quindici anni, Diego Coppola e la danza come scelta radicale che vale una vita intera

Dall’infanzia davanti a un film fino all’Accademia Ucraina di Balletto, tra disciplina, sacrifici e un futuro da costruire passo dopo passo

Talento e dedizione, nella danza, non sono mai parole astratte. Sono orari, rinunce, stanchezza, lucidità. Diego Coppola ha quindici anni e da dieci pratica danza, ma soprattutto da quattro vive una quotidianità che pochi suoi coetanei possono davvero immaginare. A dodici anni ha lasciato Chivasso per trasferirsi a Milano, entrando all’Accademia Ucraina di Balletto, una scelta precoce e radicale che oggi racconta con sorprendente consapevolezza.

La passione nasce presto, quasi in modo naturale, dentro casa. «Faccio danza da quando ho sei anni, quindi sono ormai dieci anni che pratico questa arte. In verità è nata grazie soprattutto a mia madre, che era appassionata di Mikhail Parijnikov. Mi ha fatto vedere da piccolo un film che si chiama Il sole a mezzanotte, che è tuttora il mio film preferito. È stato da lì che mi sono innamorato della danza». Un’immagine, un’emozione, poi la decisione di iniziare. Da quel momento, la danza smette di essere solo un’attività e diventa una direzione.

Oggi Diego frequenta l’accademia e contemporaneamente la scuola. Un doppio binario che richiede un equilibrio costante. «La cosa più difficile da mediare non è tanto danza e scuola, ma le ore di sonno. Cercare di andare a dormire presto, avendo comunque da studiare, è complicato». Non è una lamentela, ma una constatazione. La gestione del tempo diventa una competenza da affinare quanto la tecnica. «Cerco sempre di stare attento a scuola, così da non dovermi portare avanti troppe cose. A volte mi capita anche di studiare in accademia, per non rimanere indietro. È una cosa complicata, ma dopo qualche anno ci si fa l’abitudine».

La disciplina è il filo conduttore del suo racconto. Non come rigidità sterile, ma come strumento di crescita. Quando qualcosa non funziona, Diego non cerca giustificazioni. «Cerco di rivedere i miei errori, di ricalcarli, per capire dove posso migliorare. Nella danza non basta studiare di più: bisogna applicare le correzioni in modo diverso, eseguire i movimenti in maniera corretta e pulita». La difficoltà, spesso, è fisica. «Quando un allenamento va male può dipendere dai dolori o dalla stanchezza, dopo tante ore di lezione. Tutto questo si ricollega anche al problema del riposo».

Alla sua età, questa capacità di analisi lo distingue. Diego ne è consapevole. «Penso di avere una disciplina mentale più avanzata rispetto ad alcuni miei coetanei. Questo è il mio quarto anno qui e col tempo ho acquisito un approccio diverso. Molti compagni sono entrati più di recente, io invece vedo questa accademia come un passaggio verso un futuro già scritto. È il mio obiettivo». Non c’è arroganza nelle sue parole, ma una chiarezza che nasce dall’esperienza.

Guardando al futuro, Diego evita i sogni vaghi. I suoi obiettivi sono precisi e misurabili. «Tra tre anni mi diplomerò sia a scuola che in accademia. Il mio primo obiettivo è entrare in una compagnia classica». Poi arriva la parte più realistica del discorso. «In Italia purtroppo le compagnie sono poche e molto severe. Per questo sto pensando all’estero, magari in Paesi come la Serbia o l’Est Europa, dove la danza è più curata e valorizzata rispetto a qui».

Un percorso così impegnativo non potrebbe reggere senza un supporto solido alle spalle. «Il supporto della mia famiglia c’è sempre stato, soprattutto da parte di mia madre. Ma anche mio padre mi ha sempre appoggiato. Ha capito la mia passione, ha capito dove potevo arrivare». Un aspetto tutt’altro che scontato. Accanto alla famiglia, anche i compagni di corso hanno un ruolo centrale. «Siamo pochi, nel mio corso siamo solo in due da quando sono arrivato, ma ci aiutiamo molto, ci sproniamo a vicenda. Riusciamo ad andare avanti anche grazie a questo».

Diego non idealizza la carriera artistica. Sa che è un percorso fragile, esposto a variabili imprevedibili. «Bisogna restare con i piedi per terra. Questo è un percorso che può riservare sorprese positive, come un avanzamento di grado in una compagnia, ma anche negative. Un infortunio può essere cruciale in una carriera». La lucidità con cui lo dice racconta più di molte dichiarazioni d’ambizione.

Se potesse parlare al Diego dodicenne che ha lasciato casa per inseguire la danza, il messaggio sarebbe chiaro. «Gli direi che ha fatto bene. È una delle migliori scelte che potesse fare. Questa disciplina mi aiuta a crescere prima, mentalmente e fisicamente, e a prepararmi anche a momenti di forte stress, come gli spettacoli, la scuola o un provino per una compagnia».

Una maturità costruita giorno dopo giorno, tra sala prove e banchi di scuola, senza retorica e senza scorciatoie.

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