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11 Febbraio 2020 - 12:05
ROBERTO ROSSO
La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per l’ex assessore regionale Roberto Rosso, arrestato lo scorso 20 dicembre nell’ambito dell’operazione “Fenice”. Il politico trinese, esponente di Fratelli d’Italia, dovrà rispondere di scambio elettorale politico-mafioso. I pubblici ministeri Paolo Toso e Monica Abbatecola inoltre hanno chiesto che il procedimento venga unito a quello riguardante l’operazione “Carminius” sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nel territorio di Carmagnola, per il quale nei giorni scorsi si è aperta l’udienza preliminare. L’operazione “Carminius”, coordinata dalla Dda di Torino nel marzo 2019, aveva scoperchiato un sodalizio ’ndranghetista radicato in Piemonte: le indagini si erano estese alle province di Torino e Vibo Valentia.
È stata un’indagine lampo quella dei pm torinesi sul dominus della politica trinese (difeso dall’avvocato Giorgio Piazzese), già parlamentare di Forza Italia e sottosegretario nel Governo Berlusconi. Rosso è accusato di avere pagato 7900 euro (a fronte di una promessa di corresponsione di 15 mila) a due faccendieri da consegnare ad altrettanti affiliati alla ‘ndrangheta. Soldi in cambio di voti, di consenso elettorale alle elezioni regionali del maggio 2019. Che le preferenze promesse a Rosso siano o meno arrivate poco importa ai magistrati: può incidere solo sull’eventuale pena finale (aumentandola) il perfezionamento con il pagamento della somma contestata: il codice punisce infatti la promessa dello scambio.
Il filone di indagini che ha portato Rosso in carcere (dove è rinchiuso tuttora) si dovrebbe unire a quello che ha disarticolato la ‘ndrina Bonavota, attiva nell’hinterland sud di Torino, a Carmagnola e non solo. Il Comune di Carmagnola, insieme alla Regione e all’assessore Alessandro Cammarata (a cui era stata bruciata l’auto) hanno chiesto di costituirsi parte civile contro gli imputati.
Nell’interrogatorio reso in procura a gennaio, Rosso aveva spiegato di «non sapere che Onofrio Garcea e Francesco Viterbo fossero affiliati alla mafia». Ma secondo i pm Rosso mente.
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