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NOLE. "Mio papà ha il Coronavirus", il racconto-appello del figlio

CORONAVIRUS NOLE - Ha deciso di raccontare ai concittadini la tragedia che sta colpendo la sua famiglia con una serie di audio pubblicati su Facebook, sul gruppo di “Sei di Nole se...”. L’ha fatto perché tutti aprano gli occhi, perché tutti capiscano cos’è quel terribile male che sta contagiando l’Italia, l’Europa, il mondo intero. «Mio papà è positivo al Coronavirus». È un grido di dolore, un appello di un 44enne nolese a «cambiare atteggiamento, adesso, perché se no la pagheremo cara». Una battaglia da condurre tra pari, perché «se parlano politici e professori la gente non ascolta, ma con una persona come me, come noi, le parole hanno tutto un altro peso».

L’incubo è cominciato tra l’ultimo giorno di febbraio e il primo di marzo. «Domenica scorsa siamo andati in montagna, a casa nostra, per fare alcuni lavori - racconta -.  La temperatura si è abbassata notevolmente in tarda mattinata e il freddo ci ha colpiti un po’ tutti. Mio padre, lunedì mattina, non è riuscito ad alzarsi dal letto, e non è da lui. Quando si è alzato, era febbricitante. Abbiamo purtroppo - ma lo posso dire solo ora - sottovalutato il problema, perché la sfortuna vuole che abbiamo collegato il colpo di freddo del giorno precedente al suo stato di salute del lunedì mattina». Il papà dell’uomo che racconta questa difficile vicenda ha 66 anni. Un paio di anni fa ha avuto un’emorragia celebrale grave e da allora in poi la famiglia fa molta attenzione a lui. «Nei primi tre giorni della settimana non migliorava e abbiamo iniziato a pensare al peggio, durante quei giorni abbiamo chiamato i medici che sono venuti a casa per visitarlo. Ci è stato detto che non c’era alcun sintomo riconducile al contagio da Coronavirus. Ma non voglio incolpare nessuno, anche perché è un virus nuovo, ci coglie tutti impreparati. Abbiamo iniziato la terapia con antibiotici, Tachipirina e punture, abbiamo bombardato papà di medicine. Tra giovedì e venerdì si è affacciato un focolaio ai polmoni e abbiamo deciso di interpellare tutti per partire con la prassi che ha portato venerdì mio papà in ospedale a Ciriè».

Hanno subito richiesto il tampone. «È stato difficile, nonostante avessi capito che la situazione stava peggiorando. Io e mia madre siamo rimasti ad aspettare fino alle 3 di notte, adottando già un auto-isolamento, visto che nessuno ci contattava e ci spiegava nulla». Poi è arrivata la risposta: tampone positivo al Coronavirus. Il 66enne è stato trasportato all’Amedeo di Savoia, dove è rimasto un giorno. Sabato è stato trasferito al San Giovanni Bosco. «Non potevano garantirgli la giusta assistenza perché si è aggravato - spiega il figlio -. La febbre è alta, è in deficit respiratorio, la polmonite è grave. Ora è in rianimazione con anestesisti e medici. Da sabato pomeriggio è fortemente sedato e intubato, da solo, abbandonato, senza nessuno vicino, con una famiglia chiusa in casa a fare la guerra per cercare di capire con chi parlare. Ma il fatto è che gli ospedali sono al collasso, noi lo capiamo».

Il 44enne e la madre sono, come detto, in auto isolamento. Sono in attesa del tampone che rivelerà se anche loro due sono stati contagiati.

«Stiamo utilizzando le precauzioni che d’ora in avanti tutti dovranno adottare, visto che la situazione peggiora - prosegue il 44nne -. Nella nostra zona i casi aumentano e di certo non sono stati contagiati tutti da mio papà. C’è anche una ragazzina di 17 anni».

Ottenere informazioni e rassicurazioni, in questo momento di caos per gli ospedali, è un’impresa. «Ho fatto tantissime chiamate, ma da quando mio padre è stato portato via ed è risultato positivo nessuno ci ha contattati, se non un medico di Ciriè. Non siamo stati interrogati né su chi abbiamo incontrato nei giorni scorsi, né per fare il tampone, ma capisco il caos, capisco gli ospedali al collasso e i professionisti che stanno impazzendo, sono al limite e siamo solo all’inizio dell’emergenza».

Madre e figlio hanno già cominciato ad avvertire alcune persone con cui sono stati in contatto. «Ma se telefonassi a tutte le persone che ho incontrato, ai bar dove ho preso un caffè, ai negozi dove ho preso un paio di scarpe, creerei il panico totale che non servirebbe a nulla. Purtroppo non sappiamo neanche quando mio papà possa essere stato contagiato, fare calcoli è impossibile. C’è questa paura che aleggia, è giusta, ma dovrebbe farci tutti concentrare sul fatto che dobbiamo proteggerci, che dobbiamo cambiare le nostre abitudini. Bisogna fare davvero attenzione. Chi mi conosce sa benissimo che sono uno scettico, mi piacere ragionare con la mia testa e informarmi, e nonostante quel che è successo alla mia famiglia, posso comunque dire che il Coronavirus è una semplice influenza. Il problema è che si tratta di una cosa nuova, gli ospedali vanno al collasso perché chi si aggrava ha bisogno della terapia intensiva, di un macchinario per poter respirare. Non siamo pronti e c’è tanto allarmismo procurato dalle restrizioni dei decreti, provvedimenti che bisognava prendere fin dall’inizio».

La Cina, d’altronde, è così che sta sconfiggendo il Coronavirus: con misure di grande rigidità. E gli italiani? «Oggi siamo tutti chiamati ad un grande sacrificio. Se vogliamo continuare con i comportamenti degli ultimi giorni allungheremo il tempo che ci vorrà a debellare la malattia e abbatteremo l’economia. La gente perderà clienti, magari sarà costretta a chiudere per un paio di settimane, ma è fondamentale limitare uscite e ritrovi. Prima lo faremo, prima finirà questo incubo».

Ci vuole un po’ di accortezza. «Scordiamoci di andare al pronto soccorso, anche con lievi sintomi, scordiamoci che arrivino subito a casa ad occuparci di noi. Più andiamo avanti e peggio sarà, ci sarà sempre meno assistenza. L’assistenza dobbiamo farcela da soli con le precauzioni».

La speranza è che da questa brutta esperienza possa nascere qualcosa di positivo. 

«Abbiamo bisogno di unione, di scambi reciproci di informazioni. Quando sarò sicuro di non essere più un pericolo per nessuno, mi metterò a disposizione di tutti, a costo di andare casa per casa ad aiutare la gente ad affrontare questa emergenza, a non andare nel panico, a capire come gestire la situazione. Il Servizio sanitario nazionale non è abbastanza attrezzato per far fronte ad un aumento dei contagi, è necessario bloccare tutto subito».

Anche il nolese aveva preso un po’ sottogamba il Coronavirus, prima che colpisse la sua famiglia. «Mio papà lo vedeva come la peste nera quando ancora era solo in Cina, mentre io minimizzavo. A pensarci adesso mi viene la pelle d’oca. Se quella domenica non avesse preso freddo, saremmo intervenuti prima. Purtroppo non è una situazione facile, e non è risolvibile, tutto è sconosciuto e veloce. Dobbiamo stare a casa, dobbiamo proteggere gli anziani. Non si può parlare di riempire gli stadi, non si possono vedere le piazze piene di gente. Io sono il primo a dire che non bisogna andare nel panico ma se continueremo così saranno guai. Fermiamoci tutti un attimo. Non dobbiamo isolarci, neanche spaventarci troppo, ma cambiare atteggiamento. Se andiamo avanti col menefreghismo, se continuiamo a riderci sopra, la pagheremo cara».

Questi audio diffusi sui social sono solo un primo passo di un qualcosa di più grande. «Voglio aiutare le persone a fronteggiare questa emergenza. La farò diventare la mia battaglia. Una battaglia per il sistema».

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