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Severina, la bambina che parlava col granoturco

Un articolo scritto nel 2012 di Graziella Ardizzone, gentilmente  concessoci dalla rivista  Canavèis  di Baima & Ronchetti

Severina

Severina

Mi chiamo Severina Andriollo.

Sono nata nel 1929 a Montalto Dora, un piccolo paese sulla provinciale verso Borgofranco, dove a quei tempi passavano le Balilla dei signori, pochi camion, i tamagnon e soprattutto dei carri agricoli trainati dai cavalli, più di frequente dalle mucche, che lasciavano le loro deiezioni molli sul fondo polveroso della strada.

I miei genitori erano emigrati con la mia sorella più grande, Maria, da Semonzo del Grappa, prima nella Valle d’Aosta e poi nel Canavese, dove era possibile trovare del lavoro nelle miniere. Qui non avevano una casa, non avevano quattro spanne di terra, non avevano parenti e quando sono arrivati non conoscevano nessuno. Avevano lasciato la fame per trovare altra fame.

La storia di Severina e della sua famiglia di origine, proveniente da Semonzo, frazione di Borso del Grappa, in provincia di Treviso. Sono ricordi di una vita difficile, vissuta tra mille avversità ma con grandissima dignità.È anche una storia tenerissima, nella quale affiorano i giorni dell’infanzia e quelli più recenti.

Gli anni a Montalto.

La nostra era una casa in affitto – si pagava quando era possibile, e quindi quasi mai –: una camera da letto e una cucina buia con le inferriate alla finestra dai vetri insudiciati dalla pioggia e dalle mosche. Nella cucina c’erano una vecchissima stufa che perdeva spifferi di fumo, un tavolo di legno con due panche, un paiolo e una pentola in un armadio a muro. Prendevamo l’acqua dal pozzo, ma anche dai ruscelli che muovevano le pale dei mulini su per la collina e poi scendevano freschi e gorgoglianti a valle. Il gabinetto era al di là del cortile, dove c’erano le dalie e la siepe delle settembrine.

Quando c’erano i soldi, si illuminava la cucina con la luce di candela, quando non potevamo comprare la candela, mia madre metteva un cilindretto di cotone con un po’ d’olio in una scatolina. Il cotone faceva una fiammella debolissima e sollevava una spirale di fumo scuro che irritava la gola e che puzzava. Quando mancava anche l’olio stavamo al buio e cercavamo di intravedere qualcosa come fanno i gatti. Ci muovevamo toccando gli oggetti con le mani.

Mia madre si chiamava Maria Andriollo. Credo che soffrisse di cuore, dai discorsi che posso aver udito allora, quando la vita dei grandi era qualcosa che in fondo non mi riguardava e non mi interessava, tutta presa com’ero da un caparbio e insieme fragile istinto di sopravvivenza, come un cucciolo di gatto randagio.

IN FOTO A destra: Severina (con la maglietta bianca), il marito Pinòt Grosso e la piccola Carla ad Oropa

La mamma era piccola, tanto sottile da sembrare una candela spenta, con uno chignon color castano chiaro sulla nuca. Ai piedi portava degli zoccoli, ma la ricordo soprattutto scalza.

Mio padre, Domenico, era ammalato di silicosi. Per tutta la sua breve vita aveva fatto il minatore in una cava di pietra che squarciava la collina sopra Borgofranco. Durante il giorno, mi hanno detto, si udivano gli scoppi delle sue mine e il rotolio dei sassi. Io non li ho mai sentiti, perché, proprio nell’anno in cui nacqui, mio padre dovette abbandonare il suo lavoro per gravi problemi polmonari. 

è stato ricoverato per sei mesi in ospedale e ogni giorno, all’ora di pranzo, mia madre andava fino a Ivrea, a piedi e scalza, a portagli, secondo la stagione, una manciata di ciliegie o un grappolino d’uva.

Dopo il primo ricovero mio padre tornò a casa, ma per cinque anni ha continuato a recarsi saltuariamente all’ospedale per brevi ricoveri o per cure, anche lui scalzo e a piedi, e sempre solo. Mio padre morì nell’estate in cui ho compiuto i quattro anni.

Ho di lui un ricordo confuso, mi è impossibile farne una descrizione. Ricordo solo di averlo sognato tre o quattro anni dopo la sua morte. Penso che fosse rimasta nella mia memoria qualche traccia della sua immagine, che la mia mente ha elaborato: un bellissimo dono, un compenso, un conforto che non si è ripetuto. Questo sogno, vivissimo nei miei pensieri dopo tanti anni, è quanto mi resta di mio padre: la visione di un uomo biondo, alto e forte.

IN FOTO Severina con il marito Pinòt e un nipote

La mamma e le mie sorelle.

Eravamo quattro sorelle, io ero la più piccola, Maria, la maggiore, aveva otto anni più di me, Jolanda cinque, e Gina tre.

Fin dal mattino presto, mia madre andava a giornata in campagna a zappare, a mietere il grano, a staccare le pannocchie della meliga e a tagliarne i fusti. Dopo la rimozione delle canne, le era concessa la spigolatura, l’amson: poteva raccogliere e mettere in un sacco quanto restava sul terreno: pannocchie di granturco, baccelli di fagioli, la sicòria e, a essere proprio fortunati, qualche zucca. 

Tutti i giorni mia madre cuoceva una polenta con una farina di tutti colori – aveva raccolto pannocchie bianche, gialle, giallarancio e granata – e qualche volta faceva la polenta fasolà, che era una leccornia. Io e le mie sorelle mangiavamo una fetta di polenta a colazione e a mezzogiorno.  

Finita la giornata nei campi, mia madre andava alla cascina di certi negozianti di bestiame a togliere il letame  dalla stalla – c’era una ventina di mucche – e ritornava alle dieci o alle undici di sera con un secchiello di latte e una pagnotta. Noi bambine la aspettavamo sveglie – quella più grande badava alle più piccole – e mangiavamo una scodella di latte con il pane prima di andare a letto.

D’inverno, quando non c’era il lavoro dei campi, mia madre mi portava nei boschi a raccogliere la legna, i suchèt, piccoli ceppi di castagno fradici e neri, e rami secchi, disseppelliti da sotto la neve con le mani nude, che si arrossavano e dolevano. Ricordo un bosco bianco e silenzioso con qualche uccello che cercava del cibo, e tanto freddo dentro le ossa. E tanta fame. 

Per ripararmi dalla neve, mia madre mi avvolgeva le gambe e i piedi nella tela di sacco, con l’aiuto di una cordicella. Lei portava un sacco sulle spalle, per riempirlo di legna, e assicurava alle mie spallucce fragili un sacchetto più piccolo, una specie di zaino. A volte, per qualche soldino, vendevamo quella legna e restavamo al freddo.

Indossavamo maglie e golf smessi da altri, qualcuno aveva lasciato a mia madre un giaccone da uomo – che era una vera ricchezza –, dove lei ci avvolgeva quando tossivamo o avevamo la febbre.

IN FOTO Maria Andriollo, madre di Severina, a Santa Croce di Montalto, vicino al lago Pistono

I miei ricordi di bambina.

Ero piccola di statura, pallida, quasi gialla, anemica, tormentata dal mal di testa. Mia madre, con le forbici, mi tagliava sotto le orecchie i fini capelli color castano chiaro, e li divideva a metà con una scriminatura lunga e bianca che partiva dalla fronte.

Nel ricordo – reale? frutto di cose sentite raccontare, di fantasia? – vedo una bambina triste, solitaria, che non si inventava nessun gioco, senza amicizie, persino priva dell’invidia per le sue compagne di scuola, che avevano cappotti caldi e il pranzo assicurato. Una bambina che non sognava giocattoli, e nemmeno un gatto o un cane. 

Però un sogno, uno solo, l’avevo anch’io. Io sognavo una mucca.

Mentre mia madre lavorava, io fingevo che i fusti del granturco con le loro foglie taglienti, con le pannocchie dalle barbe bionde o rossicce, fossero delle mucche, le battevo con un bastoncello, le incolonnavo e dicevo:

– Bionda vai di qua, Bissinia vai di là, che poi ti do il fieno. Vieni, ti attacco al carro.

E, quando le mucche non ubbidivano, le castigavo e le picchiavo.

– Niente acqua e niente fieno, e non ti cambio lo strame.

O mi mettevo con le spalle al granoturco, fingevo di camminare davanti a una grossa mucca che tirava l’aratro, e mi voltavo a incitarla.

Una mucca era il latte, il formaggio, era il vitello da vendere al mercato, era una ricchezza, era tutto quello che potevo sognare.

La scuola si trovava sulla piazza del Municipio, era calda e illuminata. Ricordo un maestro, don Pesando che, per invogliare i bambini a studiare, dava quattro soldi ai più bravi. Si studiava per quei quattro soldi. Comunque a riceverli erano sempre gli scolari più poveri, e gli altri accettavano con serenità il giudizio del prete. Don Pesando era un ometto basso, gentile, che ci conosceva, e sapeva chi non aveva niente da mettere nella pentola, così a volte, passando accanto al mio banco, mi posava quattro soldi vicino al calamaio, e mi faceva segno di stare zitta, portando l’indice alle labbra. Spesso mi diceva:

– A scuola sei brava, Severina, se tu fossi un maschio ti manderei al seminario.

Un paio d’anni dopo don Pesando fu sostituito da una maestra che veniva da Aglié, della quale non ricordo il nome, anziana, con due figli grandi, gobbetta e piccola di statura, con dei capelli rossicci e scoloriti, e chiari occhi globosi. 

Dopo una settimana arrivò a scuola con una cavagna coperta da un pezzo di sacco, piena di bruchi verdolini, e con un sacchetto di foglie di gelso. Rovesciò i filugelli sopra un tavolo, li coprì con le foglie, e i bruchi cominciarono a rosicchiare.

– Sono dei bachi da seta – ci disse la maestra, ma per noi erano dei bigat – da oggi in poi, tutti i giorni, dopo la scuola, due o tre di voi andranno a turno a raccogliere un sacco di foglie di moré.

– E poi, cosa ne farà, maestra, dei bigat? – domandò qualcuno.

– Poi vedrete – rispose la maestra.

Quando i bachi furono maturi – degli ovetti lucidi e dorati – la maestra li infilò dentro un sacco, mise il sacco su una carretta e andò a venderli.

L’indomani tornò con dei gomitoli di lana blu e gialla, e con una lunga scatola stretta che conteneva aghi da maglia e uncinetti, e ci disse:

– Vi insegnerò a confezionare sciarpe, calze e guanti per i soldati al fronte.

Così imparammo tutti, anche i bambini, a lavorare ai ferri e all’uncinetto e mentre noi sferruzzavamo alacremente – i maschi ridevano e si davano delle gomitate – la maestra ci raccontava della scoperta dell’America e ci faceva ripassare le tabelline, tutti insieme:

– “Sei per sei trentasei, sei per otto quarantotto…!”

Quando i capi di lana furono terminati – qualche volta cadeva una maglia, ma in fondo a contare era l’intenzione –, confezionammo dei pacchi: Per un soldato privo di posta, che la maestra andò a spedire all’ufficio postale.

Ero così pallida e magra che tutti i giorni la maestra mi infilava in bocca un disgustoso cucchiaio di olio di fegato di merluzzo, che trangugiavo senza protestare. Ero quasi contenta, era un segno di interessamento, di riguardo. 

Non ricordo nessuno dei compagni, erano figli di signori anche se i loro genitori lavoravano la terra. Io non era vestita come loro, gli abiti che indossavo mi erano stati regalati, a volte troppo stretti, più spesso troppo larghi. Mia madre mi comprava al mercato delle suole per zoccoli poi, con avanzi di cotone o di lana regalati da qualcuno, faceva due tomaie all’uncinetto e le inchiodava al legno. 

Io non provavo invidia verso i miei compagni, ma non desideravo nemmeno di averli per amici. Mi sarebbe stato impossibile invitarli nelle mia triste casa squallida. In me c’era soltanto indifferenza, apatia, un isolamento selvatico di bestiola ferita.

Per la mia prima comunione, le suore mi imprestarono un vestitino bianco che mi scendeva alle ginocchia, con un bordo di pizzo, e mi misero sulla testa un velo candido. Io non pensavo a Gesù, non mi importava niente di Gesù, perché mi sentivo troppo povera, troppo infelice per pensare ad altro. Molti dei miei compagni per festeggiare fecero dei pranzi con gli amici e i parenti. A casa mia quel giorno con me c’era soltanto mia madre. Che piangeva.

Le mie sorelle più grandi facevano delle piccole commissioni – come comprare il latte o il pane – per i nostri compaesani, e andavano a badare ai bambini nelle case, li cullavano e gli cantavano delle ninnananne. Per due soldi, per quattro soldi, niente di più che una pagnotta di pane.

I miei lavori.

Nell’estate dei miei otto anni andai anch’io a badare a due gemelli, figli di certi signori che possedevano mucche, capre e pecore. E biro grossi e arroganti, con i loro strani bargigli, che mi sarebbe piaciuto avere nel cortile, anche se li temevo.

 Questa famiglia teneva nel solaio sei culle di legno con delle rose dipinte sui due lati, culle sovrapposte, dalla più grande alla più piccola, per tutte le età dei bambini. Una ricchezza incredibile. A metà pomeriggio questi signori mi offrivano persino la merenda, una fetta di pane col formaggio, o spalmata di marmellata.

Forse il primo momento di felicità – felicità è troppo, piuttosto di contentezza, di sorpresa – lo provai nel Natale di quell’anno, quando Maria, la sorella più grande, che lavorava in fabbrica da qualche mese, mi infilò sotto il cuscino due bambin ed sùcher, che avrei desiderato assaggiare, ma preferii invece conservare. Li lasciai al fondo di un cassetto, finché lo zucchero non si disciolse e divenne umido e appiccicoso. Non dubitai che a portarmeli fosse stato Gesù Bambino.

L’estate dei miei nove anni, certi signori di Ivrea, che avevano un negozio di frutta e verdura in Valtournenche, mi condussero a casa loro, a Cervinia, perché accudissi al loro bambino di due anni. Lo portavo a giocare nei prati, ai piedi di quegli altissimi monti che prima di allora non avevo mai veduto e che a volte mi ispiravano un senso di protezione e altre volte di paura. Potevano schiacciarmi. Su quei prati, con quel bambino, forse per la prima volta nella vita mi sono accorta dell’esistenza dei fiori. Erano fiorellini minuscoli, coloratissimi. E al di sopra dei fiori volavano piccole farfalle bianche, azzurre, gialle. 

Su quei prati conobbi la mia prima amica, una bambina che aveva un anno più di me e saliva alle baite per prendere il latte dai malgari e poi scendeva a valle col secchio su una spalla. A Cervinia ebbi pure i miei primi pasti veri, che la commessa mi preparava nel retro del negozio. Non rimpiangevo casa mia e neanche mia madre, e per la prima volta mi sentivo quasi uguale alle altre bambine.

L’anno seguente – avevo compiuto da poco i dieci anni – una vera signora con abiti bellissimi, portava persino i guanti e la veletta, moglie di un ispettore dell’Olivetti, mi domandò se sapevo lavare le tovaglie e le lenzuola. Io risposi in fretta di sì, ma un lenzuolo bagnato non riuscivo nemmeno ad sollevarlo. Lei mi prese con sé e mi insegnò a fare le pulizie, a lavare i panni e ad accudire la  suocera inferma.

La sorella che aveva tre anni più di me era a servizio, le altre due lavoravano in fabbrica e ormai vivevano per conto loro, una aveva un marito che passava la giornata all’osteria. Nessuna delle tre aveva un soldo per mia madre.

Vicino al lago Pistono.

Cambiammo abitazione e andammo ad abitare sulla Serra vicino al lago Pistono, in una casa in pieno sole con due camere, una cucina e una stalla vuota, che io sognavo abitata da una mucca. C’era un cortile, con la cupola di un grande noce e un fico.

Fu qualche anno dopo che, mentre andavo a spigolare insieme con mia madre, vidi una barella improvvisata – forse era una porta – sulle stoppie di un campo di granturco, con un corpo insanguinato, e attorno quattro o cinque uomini, che non conoscevamo, con le mitragliette spianate. 

– Cosa volete? – ci domandò duramente uno di loro.

Mia madre, che non temeva niente e nessuno – forse non hai paura quando non hai niente da difendere e in fondo anche la tua vita vale poco – gli rispose decisa:

– Noi non vogliamo niente, siamo qui per spigolare.

– Andate via, – ci ha intimato, con la mitraglietta sollevata, uno che aveva dei calzoni di velluto e una gran barba scura – voi non avete visto niente!

Erano anni terribili di lotte, di vendette, di sangue e di fuoco.

Alla fine dell’autunno del medesimo anno, mentre raccoglievo legna da ardere in un bosco insieme con mia madre – faceva freddo, un freddo grigio e umido che pareva chiamare la neve a bassa voce, ma con insistenza –, alzai lo sguardo e vidi, nel punto dove il sentiero si divideva in due rami, un corpo steso a terra con le braccia spalancate e il viso volto al cielo. Intravidi delle calzine bianche alla caviglia, una gonna scomposta a quadretti rossi e blu.

Mio madre posò il sacco e si accostò alla figura che giaceva sulla terra segnata dalle ruote dei carri e sui ciuffi d’erba che correvano al centro del cammino, simili a un nastro verde.

– è Ida – disse.

Ida aveva diciotto anni, era la figlia del segretario comunale, un uomo arrogante e poco amato. Mi avvicinai e vidi con sbigottimento una bocca socchiusa e due occhi azzurri spalancati. Nulla era stato rubato, sul collo esile luccicava una catenina d’oro con un ciondolo. 

– è morta? – domandai a mia madre.

– Sì, – rispose lei – l’hanno ammazzata.

Non provai orrore, solo un immenso stupore, come se Ida si fosse sdraiata sul sentiero del bosco per dormire, o piuttosto per farci uno scherzo di cattivo gusto.

– Tanto è morta, – disse mia madre – noi non possiamo farci niente. Andiamo via. Non devi parlarne con nessuno. Hai capito?

Annuii. Tornammo indietro con i sacchi in spalla e dopo pochi metri cominciammo a camminare sempre più in fretta e poi a correre senza scambiarci una parola. Nella mia mente a poco a poco lo stupore – tra l’affanno per la corsa e il terrore di udire degli spari – lasciava il posto a una sensazione di avvilimento e di infelicità indistinta.

Dopo la guerra.

Nella primavera del quarantasei – avevo appena compiuto i diciassette anni – la postina mi recapitò una lettera raccomandata della S.A.I.F.T.A., che mi offriva un lavoro. Mentre aprivo la busta, le mie mani tremavano, ridevo e insieme le lacrime mi bagnavano le guance. Credo di aver provato, per la prima volta nella vita, qualcosa di molto simile alla felicità.

La S.A.I.F.T.A. produceva il rayon, la lucidissima seta artificiale dai colori innaturali e violenti, che sostituiva la seta naturale.

E fu alla S.A.I.F.T.A. che conobbi Giuseppe Grosso, Pinòt, un operaio che aveva tredici anni più di me e portava sulla fronte una cicatrice rossa, umida e gonfia, come una specie di stella, che a volte suppurava e lo costringeva a un bendaggio attorno al capo. 

A diciannove anni era partito alpino, aveva combattuto in Etiopia, ignorandone il perché, dopo era stato spedito nei Balcani – a Podgorica era stato ferito al volto da uno scoppio di granata e aveva perduto l’occhio destro – e infine era caduto nelle mani dei partigiani di Tito, che l’avevano fatto prigioniero. Nove anni lontano da casa. Nel Montenegro era morto un suo fratello, Genesio.

Pinòt era un bell’uomo robusto con i capelli castani, alto e forte, un po’ collerico, ma con un cuore d’oro. Amava parlare con me, cosa che mi stupiva molto, perché continuavo a vedermi pallida e insignificante. Mi faceva continuamente degli scherzi e dei piccoli dispetti che non capivo, che mi lusingavano e insieme mi irritavano. Il giorno che mi sciolse per la terza volta il nodo del grembiule mi voltai di scatto e gli diedi uno spintone. Purtroppo lo colpii in pieno volto, proprio sulla cicatrice.

L’indomani Pinòt sparì e io temetti che fosse colpa mia, pensai di avergli aggravato gli esiti della ferita. Lasciai passare qualche giorno, poi mi feci coraggio e domandai al controllore delle macchine se fosse stato licenziato o se fosse ammalato. Mi rispose che era stato ricoverato in ospedale per un lunghissimo intervento molto delicato, programmato da tempo. Non era assolutamente colpa mia.

– Nessuno lo può andare a trovare – mi spiegò il controllore – ha la testa tutta fasciata e non può parlare con nessuno.

– No no, non ci vado, – dissi – comunque è vivo?

– è vivo, se vuoi saperlo sta sotto la Madonna di Lourdes.

– Perché, sta per morire?

– Ma no, semplicemente le suore gli hanno assegnato il letto che sta sotto la statua, perché sia protetto.

Pinòt ritornò in fabbrica sei mesi dopo e mi ringraziò per aver chiesto sue notizie. L’anno successivo ci sposammo, io non avevo ancora vent’anni, e mia madre dovette firmarmi il suo consenso. Andai a vivere nella casa di Palazzo di mio marito, dove c’erano una mucca nella stalla, e un maiale nella porcilaia.

Una mucca! Imparai subito a mungerla, a toglierle il letame, la accarezzavo sul muso e sul collo come si fa coi gatti, e le parlavo.

Un anno dopo il matrimonio, il 4 novembre, proprio mentre le strade del paese risuonavano delle note della banda musicale – Il Piave sussurrava calmo e placido al passaggio… e la gente era in festa – nacque una bambina bellissima, con un visino bianco e rosso simile a una mela, con gli occhi azzurri come il fiore del lino e coi capelli di un biondo quasi bianco, del colore di quell’erba finissima che il sole essicca nell’estate e rende scivolosa e lucida.

Adesso ho 83 anni (nel 2012, ndr) e sono vedova da 9. Vivo a Bollengo, ho una bella casa confortevole e calda, il frigorifero, il freezer, il televisore e persino un cellulare. Ho un cane e una gatta di vent’anni, che mi ha regalato un giorno mio marito. Mangio dei pasti caldi e ho una figlia amorevole ad assistermi.

Vorrei tanto avere mia madre qui con me, vorrei poterle offrire il tepore di due stanze pulite e dignitose, vorrei prepararle gli agnolotti col ragù, la polenta dossa, le frittelle verdi e i fichi in agrodolce, e farle vedere qualche bel film alla televisione.  

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