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Mon nom est Légion (Legione)

Mon nom est Légion (Legione)

Avamposto della 3a Legione Augusta a Timgad, anno 1960. Benito Recrosio è in primo piano; sullo sfondo i resti della città romana

I Marines e la Legione straniera sono – quasi sicuramente – i corpi militari (statunitensi i primi, francesi i secondi) più conosciuti al mondo. I giudizi sulla Legione non sono però tutti unanimi e, a seconda dei casi, sono improntati a suscitare fascino, timore, ammirazione e talvolta, se non proprio disprezzo, diffidenza. Tutto dipende da come si vede il legionario: un eroe che difende il suo fortino sperduto nel deserto – come possiamo ricordare di aver visto in qualche film – o un mercenario chiamato a risolvere con le armi i problemi “difficili” della politica; oppure un individuo che vuole rifarsi una vita lasciandosi alle spalle vicende da dimenticare o più semplicemente un uomo che desidera vivere una vita avventurosa. In passato anche dei canavesani hanno militato nella Legione. Qualche informazione ci viene data da Giacomo (che preferisce non rendere pubblico il suo cognome) e da Benito Recrosio Zampa. Giacomo è un signore avanti con gli anni – 94 per la precisione – che gode ancora ottima salute e che vive, tuttora, in un paese del Canavese. In passato ha lavorato in fabbrica ad Ivrea e in questa città si reca spesso da solo, servendosi di mezzi pubblici; sa usare perfettamente il cellulare e ricorda a memoria i numeri telefonici. Benito Recrosio Zampa, originario di Ronco Canavese, è residente a San Giorgio Canavese. Reduce della guerra d’Algeria (1957-1962) è l’attuale segretario dell’A.A.L.E. (Associazione Anziani Legione Straniera) del Nord-Ovest d’Italia. I ricordi di Giacomo. - Giacomo, quali sono le motivazioni del suo arruolamento nella Légion étrangère? «Sono nato a Torino nel 1913, nel quartiere di Porta Palazzo, ma le mie origini sono canavesane. Mio nonno paterno era di Valperga e mia nonna materna di Feletto. Dopo il servizio militare, che ho svolto a Torino – arruolato il 30 marzo 1932 nel Reggimento Nizza Cavalleria – trovo lavoro come portalettere alle poste di Torino. Lavoro volentieri e con profitto finché un giorno devo cedere il mio posto ad un siciliano, vincitore di concorso, e sono trasferito prima in zona Carlo Alberto e poi in un ufficio di Via Alfieri. Quest’ultimo lavoro non mi piace e, scontento anche degli orari, confido alla mamma l’intenzione di arruolarmi nella Legione straniera. E così il 10 marzo 1935, una domenica, con la sola carta di turismo alpino come documento, non sufficiente per l’espatrio, mi reco a Claviere e passo la frontiera. Sprovvisto di passaporto sono preso in consegna dalla gendarmerie del Monginevro. Mi viene offerto asilo politico, ma io rispondo che desidero semplicemente essere arruolato nella Legione». - E poi cosa è successo?  «M’inviano a Briançon e i miei documenti sono consegnati alla Sûreté che mi dà un lasciapassare: la sera dell’11 marzo raggiungo Chambéry. Il giorno dopo mi reco in prefettura e da lì sono inviato, prima alla caserma Tirailleurs Sénégaliens, per una visita medica preliminare, e poi all’intendenza militare ove firmo un contratto provvisorio d’arruolamento. Il mio numero di matricola era 55957. In quel momento ho come compagno d’avventura uno svizzero, un certo André, col quale alla sera, in treno, vado a Marsiglia, a Fort Saint-Jean, deposito della Legione straniera. A Fort Saint-Jean mi ritirano gli abiti civili e indosso una divisa dell’esercito francese pulita ma tutta rotta. Il giorno dopo ritiro nuovamente i miei vestiti e vado all’ospedale militare della marina Michel Levi per una seconda visita medica. Rientrato nuovamente a Fort Saint-Jean rivesto la divisa dell’esercito coloniale francese e il 16 marzo sono imbarcato sul piroscafo “Président Dal Piaz” dal quale, il 18 marzo, sbarco in Algeria ad Orano (oggi Ouahran). Vengo quindi accompagnato a Forte Santa Caterina ed ho la fortuna di conoscere il generale Jean Paul Frederic Rollet, ispettore della Legione. Alla sua domanda, sul perché volevo arruolarmi, col poco francese che sapevo, rispondo: “Pour esprit d’aventure” (per spirito d’avventura). Dal Forte Santa Caterina, con alla testa i musicanti zuavi, siamo poi andati alla stazione a prendere il treno che ci ha portato a Sidi Bel Abbès per essere assegnati alla Compagnia di Passaggio n° 3 (compagnia dei nuovi arruolati) del 1° Reggimento della Legione. All’indomani, altra visita medica e il 23 marzo, dopo la rivista del comandante del reggimento col. Azan siamo trasferiti, sempre in treno, a Aj el Hadiar, sede della 1ª Compagnia di Istruzione il cui comando di battaglione si trovava a Saϊda. Qua si è completata la consegna del nostro corredo militare: divise, indumenti e armi. In dotazione avevamo il fucile Lebel, modello 1896, modificato nel 1913, con baionetta. In sostituzione delle tre cartucciere da 90 cartucce avevamo dei pezzi di ferro, di eguale peso, da porre nelle giberne». - Ormai era un legionario; come ha vissuto il periodo iniziale? «Il periodo d’istruzione, molto duro, durò quattro mesi durante i quali eravamo impegnati da mattina a sera in marce, riviste, esercitazioni di tiro col fucile Lebel e col fucile mitragliatore modello 1924/29, lancio di bombe a mano ecc. Terminata l’istruzione, ritorno a Sidi Bel Abbès e sono assegnato alla sezione osservatori. Per diventare osservatore seguo un corso di 5 o 6 mesi durante i quali la Foresta di Camisiz, con le sue trincee antincendio e i suoi camminamenti, è il territorio in cui effettuiamo i rilevamenti necessari per indicare alle truppe della Legione i percorsi più idonei per i loro spostamenti. Il corso d’osservatore terminò con una prova di disegno in cui dovevamo riprodurre una cartina militare. Il lavoro mi riuscii bene e così finii in un ufficio col compito di riprodurre in grande scala piccole carte topografiche di tutte le zone collinari dell’Algeria. Queste carte servivano a far conoscere meglio il territorio in caso di operazioni militari». - Durante gli anni trascorsi in Algeria ha cambiato caserma o reparto? «No. Dopo il periodo d’istruzione ho sempre vissuto a Sidi Bel Abbès. Non ho più fatto marce, né tiri né altre esercitazioni militari e dal giorno che iniziai il lavoro di cartografo fui esentato anche dai turni di guardia». - Com’era la vita in caserma? «La vita di guarnigione trascorreva tranquilla e ripetitiva. Sveglia alle ore sei, colazione, ufficio e pranzo al mattino; poi riposo pomeridiano di circa 90 minuti, ancora ufficio sino alle 18, cena e alla sera libera uscita. Trascorrevamo il nostro tempo di libertà, disarmati, nella cittadina di Sidi Bel Abbès oppure in treno andavamo nella vicina città di Saïda. I luoghi più frequentati erano le case di tolleranza, i cinema e i bistrots (osterie, bettole). Il vitto era buono e abbondante, solo la paga era scarsa. Oltre la quindicina, il legionario aveva un premio di arruolamento di 1000 franchi: 500 ad inizio istruzione e 500 a fine istruzione».   - E la disciplina? «Era ferrea e le punizioni, frequentissime, anche per futili motivi, si scontavano nel reparto disciplinare gestito da legionari tedeschi e russi, gente crudele e malvagia. Le celle erano individuali, spoglie, con un letto in cemento leggermente inclinato e senza coperte. Le punizioni fisiche consistevano in giri di corsa nei cortili della caserma, flessioni sulle braccia o nel dover spaccare legna. Di peggio c’era la famigerata tombeau (tomba).  Questa era una fossa in cemento coperta solamente da un telo da tenda ove il reo veniva fatto coricare seminudo e lasciato lì per diverse ore, senz’acqua e sotto il sole cocente d’estate o al freddo intenso d’inverno». - Giacomo, cosa è stata per lei la Legione? Nei suoi ricordi ci sono episodi particolarmente felici o viceversa dolorosi? «Per me la Legione è stata una palestra di vita dove ho imparato molte cose. Ma sicuramente quello che più mi è rimasto impresso è lo spirito di corpo, il grande cameratismo che c’era tra noi legionari. Nella Legione non esistevano distinzioni di razza, religione, idee politiche e il famoso motto «uno per tutti e tutti per uno» era la nostra regola quotidiana. Gli eventi brutti, col tempo, li ho cancellati dalla memoria mentre in cuor mio serbo il ricordo di un bellissimo gesto di solidarietà ricevuto da un legionario polacco. Dopo circa due anni di vita militare ho avuto una profonda crisi di nostalgia (le cafard, come dicono i francesi). L’amico polacco mi ha rincuorato e giorno dopo giorno mi ha infuso coraggio e fiducia. Grazie a lui ho ritrovato la mia autostima, che credevo di aver perduto per sempre, e un orgoglio tale da vincere completamente la crisi depressiva. Di quell’episodio mi ricordai anni fa, nel 1990, in occasione della visita del Papa in Canavese. E quando mi trovai ad Ivrea, in via Madre Antonia Maria Verna, nel momento in cui Giovanni Paolo II arrivava in macchina per andare a pregare nel Tempio dell’Immacolata Concezione, riuscii ad avvicinarlo, nonostante il cordone di sicurezza, e nel baciargli la mano gridai forte “Viva la Polonia” in onore del Papa, ma soprattutto in onore del mio amico». - La Legione dava asilo a molte persone, anche sotto falso nome. Lei come si è comportato? C’erano altri canavesani con lei? «Durante gli anni trascorsi in Legione non ho mai cambiato il mio nome perché non avevo niente da nascondere. Ho avuto come compagni d’armi altri italiani, ma non canavesani». - Negli anni trascorsi in Algeria ha mai partecipato a combattimenti? «Che mi risulti non ci sono mai stati combattimenti. Solamente una volta è scattato l’allarme per andare ad Orano a sedare una sommossa; prontamente ci hanno riempito il képi di pallottole, ma tutto si è concluso con un nulla di fatto perché l’allarme è subito rientrato». - Da quanto ci racconta ci fa pensare ad una situazione sempre sotto controllo. E i rapporti con la popolazione locale com’erano?  «I rapporti con la popolazione erano molto buoni perché la città di Sidi Bel Abbès era cresciuta con la Legione e da essa dipendeva economicamente. Inoltre la presenza in città di varie etnie (da molto tempo) aveva abituato gli abitanti alla tolleranza e alla cooperazione». - Un’ultima domanda: come ha finito la sua esperienza in Legione? «La mia ferma, come da contratto d’arruolamento, è durata cinque anni ed esattamente sino al 12 marzo 1940, giorno del congedo. Dopo l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, il 1° settembre 1939, e la dichiarazione di guerra di Francia e Inghilterra alla Germania, che segnano l’inizio del secondo conflitto mondiale, i legionari italiani e soprattutto quelli tedeschi, furono interpellati dal comandante se erano disposti a combattere per la Francia contro qualsiasi nemico. Io naturalmente risposi che non avrei mai combattuto contro il mio paese. Da allora ho potuto continuare a svolgere il mio lavoro ma, al pari dei miei commilitoni tedeschi, ero sorvegliato. In modo particolare era sorvegliata la corrispondenza. Il giorno del congedo mi recai ad Orano e poi, via mare, a Marsiglia ove, rendendo la divisa al completo, mi hanno riconsegnato i miei abiti civili. Da Marsiglia col treno arrivai a Torino. Ritornato a casa mi detti subito da fare e il mese dopo mi sposai. La mia vita da civile, però, non durò a lungo perché il 2 gennaio 1941 venni richiamato alle armi nel 51° Gruppo del Nizza Cavalleria con sede a Trieste, per svolgere servizio territoriale di guardia a ponti e gallerie della linea ferroviaria Trieste-San Pietro del Carso. Nel novembre dello stesso anno, in seguito a problemi agli occhi, fui dichiarato idoneo solo per servizi sedentari e di conseguenza congedato. Si concluse così il mio ciclo di vita militare». La Legione straniera, tra mito e leggenda Benito Recrosio Zampa ha tracciato, per Canavèis, un breve profilo storico della Legione Straniera. La letteratura sulla Legione straniera è sempre stata scritta, nella maggior parte dei casi e sino a pochi anni fa – ora grazie ad Internet non più – da persone dotate di una fervida fantasia oppure da personaggi che si erano arruolati credendo che si facesse come nei film, quando l’attore protagonista dopo essere stato colpito si alzava e andava a prendersi un aperitivo al bar. Nella Legione si combatteva e si moriva, e questi personaggi, presi dalla realtà delle cose, hanno disertato e per farsi perdonare la loro vigliaccheria, quando intervistati, si sono inventati storie di pura fantasia, distorcendo e ingigantendo dei fatti di ordinaria quotidianità! Molte volte, anzi il più delle volte, giornalisti di tutto rispetto hanno scritto cose inesatte o false solo perché non hanno verificato la veridicità della fonte da cui esse provenivano. Ma, in definitiva, cos’è la Legione straniera? E’un corpo militare creato da Luigi Filippo nel marzo del 1831; da allora, con il passare degli anni, è diventata la punta di diamante dell’esercito francese. In tutti gli eserciti del mondo si festeggiano anche le più piccole vittorie. Nella Legione no! Si festeggiano leggendarie sconfitte. La più celebre, che è anche la festa della Legione straniera, si celebra il 30 aprile; in quel giorno, nel lontano 1863, nella località di Camerone (Messico), 62 legionari della 3ª compagnia del 1° Reggimento straniero, al comando del capitano Danjou, combatterono dalle sette del mattino sino alle cinque del pomeriggio contro 2000 messicani. Quando si arresero erano rimasti in cinque, mentre i messicani accusavano trecento morti e altrettanti feriti; essi chiesero ed ottennero di non consegnare le armi. Altra festa ricorda la battaglia di Dien-Bien-Phu. Storia recente, che qualche giornalista di parte ha descritto senza chiedersi cosa ha spinto più di dodicimila uomini della Legione a morire per la Francia in Indocina, dal 1945 al 1954. Chi si arruolava nella Legione straniera? Seguendo le vicissitudini europee o mondiali all’indomani di grandi sconvolgimenti storico-politici, la Legione ha visto ingrossare le sue file di russi dopo l’avvento del comunismo; di spagnoli dopo il 1936; di tedeschi e italiani dopo la fine della seconda guerra mondiale. In cambio dell’opportunità di rifarsi una nuova identità e praticamente una nuova vita, scomparendo da un mondo divenuto ostile o dai propri fantasmi o per puro spirito d’avventura, la Legione pretendeva che si desse tutto di se stessi, se necessario anche la vita. E per amalgamare usi, tradizioni, lingue, costumi, mentalità radicate di presunte superiorità, veniva imposta una disciplina ferrea, un rispetto totale di tutto e di tutti, ma sempre in modo giusto e leale. Nella Legione non è mai stato in uso il becero nonnismo e se qualcuno credeva di imporre la sua superiorità fisica o mentale veniva inevitabilmente e duramente punito e posso assicurare che è meglio qualche mese di galera o lavori forzati che fare la “pelote” (1) o la “tenue de campagne” (2). Paragonare quest’ultime alla nostra CPR (3) è come paragonare un lavoro in fonderia ad una vacanza alle Bermuda in compagnia di un’avvenente fanciulla. Al centro d’istruzione n° 1 di Saïda in Algeria c’era una scritta che sintetizzava tutto questo. Essa diceva: «Qui le pecore diventano leoni e i leoni pecore!». Sulla Legione straniera si è detto e scritto di tutto. I legionari sono stati definiti ladri, assassini, criminali. Mai è stato scritto di uomini che per una delusione d’amore si arruolavano e per punire l’amata andavano a farsi ammazzare in qualche angolo perduto nel mondo. Questi sono stati gli ultimi romantici e avventurosi eroi di un’epoca che ormai non esiste più. Non è stato nemmeno scritto di uomini che si arruolavano perché animati da spirito d’avventura senza odio per l’avversario; si è preferito parlare di tagliagole prezzolati e poi di mercenari, parola che esprime disprezzo, dimenticando che anche un certo Gattamelata era un mercenario. Avere tanti mercenari come lui sarebbe un onore. Nessuno infine ha narrato di personaggi che hanno combattuto e molti sono morti al servizio della Legione straniera. Ricordiamo il principe ereditario Aage di Danimarca, il principe georgiano Amilakvari (morto ad El-Alamein), Giuseppe Bottai (ministro della cultura durante il Ventennio) che con lo pseudonimo di Bataille divenne sergente guadagnandosi i gradi in battaglia, il poeta Blaise Cendras, il celebre compositore di “Begin the beguine” Cole Porter, Menotti Garibaldi (Peppino) e Ricciotti Garibaldi, figli di Giuseppe, Bruno Garibaldi (caduto alla testa dei suoi soldati nel 1915), Luigi di Monaco, nonno di Alberto. E poi ancora lo scrittore Curzio Malaparte, un Napoleone, pronipote del celeberrimo Bonaparte, il re di Serbia Pietro I, lo scrittore tedesco Ernst Junger, il poeta e scrittore americano Alan Seeger (morto nel 1915), Zinovi Peskov, figlio adottivo di Aleksei Peskov, più noto con il suo nome letterario di Massimiliano Gorki. E le citazioni potrebbero continuare a lungo. Su tutti questi personaggi si è steso però un velo e per il solo fatto che hanno seguito il loro istinto e la loro personalità o si sono messi al servizio della Francia, quando le loro Nazioni non erano ancora entrate in guerra durante i due conflitti mondiali, sono stati messi fuori gioco.  La Legione straniera, checché se ne dica, è amatissima in Francia ed essa è già leggenda. Sono passati 176 anni dalla sua creazione e non so quanti altri ne passeranno. Di sicuro essa continuerà ad esistere e sarà sempre al suo posto. Note 1. La pelote è punizione che consisteva nel riempire di sabbia bagnata uno zaino (al quale, talvolta, gli spallacci erano sostituiti con del filo elettrico) e porlo sulle spalle del condannato. Questi era costretto a girare, a comando, attorno all’asta della bandiera. Ad un colpo di fischietto il condannato doveva correre, con due fischi porsi a terra e strisciare, con tre fischi rimettersi in piedi e correre e così via sino allo svenimento. Con un secchio d’acqua fredda si risvegliava il condannato e si continuava fino a quando un ufficiale medico ne decretava sospensione e termine. Dopo gli anni Quaranta del secolo scorso, in seguito ad alcuni decessi, tale punizione è stata soppressa. 2. La Tenue de campagne era la punizione con la quale il condannato doveva cambiare ripetutamente divisa nel tempo stabilito dal sottufficiale. Nel tempo massimo di cinque minuti doveva indossare la divisa di lavoro per passare a quella di combattimento in assetto di guerra, a quella di libera uscita, a quella da parata, per poi ritornare a quella di lavoro e così via finché il sottufficiale non si riteneva soddisfatto dell’esecuzione. 3. CPR: è la camera di punizione di rigore.

di Flavio Chiarottino

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