C’è stato un tempo in cui lì qualcuno s’era immaginato - e lo aveva pure sognato tutte le notti - di poter costruire un parco divertimenti ad Albiano. Peccato che al risveglio tutti i terreni erano stati acquistati da Roberto Bagnod, un imprenditore agricolo valdostano. Fine dell’incubo? Macchè...
La verità è che chi non muore si rivede o si fa risentire ed è questo il caso del “Fallimento Mediapolis” rappresentato e difeso dall’avvocato Teodosio Pafundi.
Nei giorni scorsi hapresentato un ricorso al Consiglio di Stato chiedendo la riforma di una Sentenza (che lo aveva visto soccombere) della seconda sezione del Tar Piemonte, presieduta da Carlo Testori e riunitasi il29 luglio del 2020. All’indice la Regione Piemonte e il Comune di Albiano d’Ivrea (Città Metropolitana, Comune di Ivrea, Comune di Caravino e Comune di Vestigné non si erano costituiti in giudizio).
Pafundi torna a chiedere la bellezza di circa 40 milioni di euro“per il grave danno subito e per la lesione dell’interesse legittimo ad ottenere i provvedimenti altrettanto “legittimi e favorevoli” previsti nell’Accordo di Programma”. L’accordo di cui si parla risale al 15 maggio del 2009 e prevedevaoltre ad una serie di provvedimenti, opere per 450.722.000 euro di cui 55 milioniper infrastrutture strategiche e 5,5 milioni a carico della Regione e dell’allora Provincia.
In prospettiva il Parco avrebbe potuto contare sulla bellezza di 1.600.000 di visitatori all’anno spalmati su un’area di 148.000 mq (con un lago di 12.000 mq.) ed un’area indoor di circa 25.000 mq attrezzata con tecnologia cinema 4D, simulatori hi-tech, dark rides ed entertainment-retail ad accesso libero con cinema multiplex di 6 sale. E poi ancora sala da ballo, museo del rock, ristoranti a tema,alcuni studi televisivi, hotel 4 stelle con 342 camere, galleria commerciale e food-store.
Per ciò che riguarda l’Amministrazione comunale di Albiano, considerando le battaglie portate avanti dall’allora sindaco Gildo Marcelli, per dare a Mediapolis forma e sostanza, un finale davvero brutto ma non inatteso, se è vero - e lo è - che già dal 2015 per difendersi nel primo grado di giudizio s’era affidata all’avvocato Massimo Occhiena di Torino.
“Io ero uno dei sindaci che avrebbe voluto la costruzione– dichiarava in allora Marcelli su queste pagine – Non dovrebbero chiedere i soldi a me e agli altri Comuni ma agli ambientalisti talebani Sono loro che in questi anni si sono messi di traverso…”.La storia
Tutto è cominciato nel 1999 con il finanziamento dell’iniziativa nell’ambito del “Patto territoriale del Canavese”. Segue, due anni dopo, l’approvazione da parte del Comune di Albiano (era il 7 settembre del 2001) di un Piano Particolareggiato esecutivo, con annessa variante strutturale al PRGC e l’11 giugno del 2008 l’approvazione del progetto.
Tutto bene (più o meno) non fosse che nel 2013, in conferenza di servizi, arriva il “no” definitivo alle modifiche del piano regolatore, realizzate sulla base dell’accordo di programma.
Più o meno in contemporanea la discesa in campo delle associazioni ambientaliste, contrarie alla cementificazione dell’area (Fondo Ambiente Italiano, Italia Nostra Piemonte e Valle d’Aosta, Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, Pro Natura Torino, Wwf Piemonte).Il progetto
Il progetto di un parco di divertimenti ad Albiano di Ivrea si infrange definitivamente il 25 gennaio 2014 quando il Tribunale fallimentare di Ivrea nomina il commissario Massimiliano Basilio giudicando “inammissibile” la richiesta di concordato a fronte di un passivo esorbitante.
Nonostante tutto questo Clear Leisure plc (ex Brainspark plc), la società capogruppo, rappresentata dall’Amministratore Alfredo Villa, poi sostituito da Giuseppe Caglia Ferro e che tra gli azionisti vantava anche Olivetti Multiservice, fa sapere che il progetto sarebbe andato avanti lo stesso.“Abbiamo in portafoglio garanzie per 12 milioni e investitori per altri 20 milioni. ..” dichiarano e sperano.
La parola “fine” risale al 19 ottobre del 2017 con la dichiarazione di fallimento e la nomina del curatore fallimentare Dario Spadavecchia con tanto di data fissata dal Giudice Claudia Gemelli (23 febbraio 2018) per la verifica delle domande di ammissione al passivo da parte dei vari creditori, istituti bancari in testa.
I numeri del disastro sono tutti nel bilancio della società: un passivo di oltre 17 milioni di euro e un debito di 15 milioni e mezzo.
Nella sentenza del Tar
Tra le motivazioni del Tar, una fa riferimento ad una nota con cui la società, il 5.06.2012, lamentando i ritardi delle Istituzioni, comunicava la volontà di rinunciare all’utilizzo dei finanziamenti pubblici previsti dal “Patto territoriale del canavese”, il che avrebbe scatenato tra i funzionari della Regione che si stavano occupando della vicenda legittimi dubbi sul permanere dei requisiti di pubblica utilità di un intervento finanziato interamente con fondi privati e, quindi, della sopravvivenza stessa dell’Accordo. Esiste un verbale del 25 settembre del 2012 che si conclude con la necessità di acquisire un “pronunciamento” sulla questione da parte del Ministero competente tenuto anche conto che il programma del Patto Territoriale aveva come presupposto la dichiarazione di pubblica utilità ed è solo grazie a questa che Mediapolis S.p.A., aveva avuto modo di presentare il progetto,in deroga ad alcuni aspetti normativi. A seguito della nota del MISE (prot. n. 26654 del31.07.2013) la Società ci ripensava e il 29.08.2013, comunicava la volontà espressa di non rinunciare ai finanziamenti statali.
Altro problema. Il mancato accordo con ATIVA SpA per l’adeguamento dell’A4/5. “Tale convenzione concordata con le Istituzioni - scrivono i giudici - non risulta mai essere stata sottoscritta..”.
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