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Cronaca
06 Febbraio 2026 - 11:34
“Il tuo sorriso era un dono”: la lettera dell’Arma per Del Vecchio, il carabiniere trovato morto a Chivasso
Il dolore di Chivasso oggi trova una voce precisa: quella dell’Arma dei Carabinieri. Non una voce ufficiale, distante, ma quella dei colleghi che restano, di chi ha condiviso turni, pattuglie, silenzi e risate con Antonio "Antonello" Del Vecchio, appuntato scelto di 45 anni, trovato senza vita ieri nel parcheggio del cimitero cittadino.
Alla città che si è fermata si affianca ora un cordoglio che viene da dentro, profondo, viscerale. È quello messo nero su bianco dall’Unione Sindacale Italiana Carabinieri – Segreteria Regionale Piemonte e Valle d’Aosta, che ha scelto la forma della lettera aperta per salutare Antonio e, insieme, per dire ciò che troppo spesso resta sottovoce.
Del Vecchio era originario della Puglia, viveva a Chivasso con la famiglia, era specialista in informatica e aveva prestato servizio a lungo alla stazione dei Carabinieri di Verolengo. Era regolarmente in servizio anche ieri, quando poco prima di mezzogiorno aveva contattato i colleghi dicendo di non sentirsi bene. All’arrivo dei militari e dei sanitari del 112 non c’era più nulla da fare. Indaga la magistratura, con il pubblico ministero Mattia Francesco Cravero. Sul posto, oltre ai carabinieri, il comandante provinciale Roberto De Cinti e il cappellano don Diego Maritano.
Ma oggi non è il tempo degli accertamenti. È il tempo della memoria. E del coraggio di dire le cose come stanno.
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Il segretario generale dell'Unione Sindacale Italiana Carabinieri Leonardo Silvestri
Di seguito, la lettera integrale dell’Unione Sindacale Italiana Carabinieri.
Ciao Antonio, il tuo sorriso era un dono, il tuo silenzio il nostro rimpianto
Esiste una sofferenza silenziosa che sa nascondersi dietro i sorrisi più luminosi, dietro la divisa di chi appare "forte", dietro la presenza costante di chi c’è sempre per gli altri. La tragedia che oggi ci colpisce ci ricorda, con una durezza insostenibile, che la prevenzione non può essere solo un concetto astratto: deve farsi presenza concreta, ascolto attento e, soprattutto, cultura della fragilità. Dobbiamo avere la forza di dirlo: chiedere aiuto non è un segno di cedimento, ma un atto di estremo coraggio.
Parlare di quanto accaduto oggi è doloroso perché ci tocca nel vivo della nostra quotidianità. La comunità di Chivasso perde un punto di riferimento, un Carabiniere che ha servito con dedizione e amore. Ma noi, prima di tutto, perdiamo Antonio.
Antonio era l’esatto opposto dell’ombra: era un "amicone" nel senso più puro del termine. Era la battuta pronta che svoltava la giornata, il caffè cercato per condividere un pensiero, la sicurezza di un collega con cui sapevi di poter pattugliare le strade contando su professionalità e umanità. Antonio c’era per i cittadini e c’era per noi. Il fatto che non avesse mai lasciato trasparire il peso che portava nel cuore rende tutto ancora più difficile da accettare.
Non vogliamo fare retorica, né fingere che "vada tutto bene". Non va bene. Indossare questa divisa non è un mestiere comune: è una scelta che assorbe la vita, che non si sveste mai e che spesso erode il confine tra il servizio e gli affetti più cari. Lo stress, il senso di isolamento e il peso delle responsabilità sono ombre reali che gravano su ogni Carabiniere.
Al nostro Comandante Generale chiediamo con forza di non smettere di investire nel benessere psicologico e nel sostegno concreto. Proteggere l’uomo che indossa la divisa è il primo passo per onorare il servizio che rendiamo al Paese. La tutela della persona non è un optional, è il cuore stesso della nostra missione.
Come Segreteria Regionale USIC Piemonte e Valle d’Aosta, ci stringiamo in un abbraccio silenzioso e commosso alla famiglia di Antonio. Oggi ci sentiamo sconfitti, ma anche determinati a far sì che il suo ricordo si trasformi in impegno.
Antonio, ti abbiamo voluto bene e te ne vorremo sempre. Che la terra ti sia lieve.
Il Segretario Generale
Dr. Leonardo Silvestri
Parole che non cercano effetti, ma che colpiscono perché vere. Perché raccontano una divisa che non rende invincibili, una quotidianità fatta di responsabilità, solitudine, aspettative. E perché chiamano le cose con il loro nome: la fragilità non è una colpa, è una condizione umana.
La data dei funerali non è ancora stata fissata, in attesa delle disposizioni della magistratura. Intanto Chivasso, l’Arma, i colleghi, restano uniti in un silenzio che pesa. Un silenzio che, questa volta, qualcuno ha avuto il coraggio di rompere.
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