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Lauriano
11 Aprile 2023 - 18:57
Saverio Blanco oggi
Questo è il racconto di come il punto di partenza non determina per forza l’arrivo. E anche se quel luogo fosse l’inferno, il segreto è avere l’immaginazione per sognare un domani, anche se un domani sembra non esserci.
Questa storia parte da un campo profughi, come ce ne sono tanti oggi in zone di guerra.
Questa storia inizia nel 1944, e precisamente dal campo profughi della Caserma La Masa di Termini Imerese, dove nel secondo dopoguerra giunse l’esodo degli sfollati friulani, istriani e dalmati scappati dalle Foibe.
Ma quel Campo ospitò dapprima anche altri italiani, quelli che lasciarono le zone del nord Africa, come la Tunisia. Quando le forze dell’Asse iniziarono la loro rovinosa e inevitabile caduta, i territori dell’Africa Mediterranea vennero liberati e i nostri connazionali, fatti prigionieri.

Saverio Blanco giovanissimo
“I miei genitori, Annunziata Mannino e Gaetano Blanco, erano emigrati in Tunisia. I miei fratelli sono nati tutti là, io invece nacqui a Trapani nel 1945. Mio papà fu fatto prigioniero dagli inglesi, appunto in Tunisia, ma lasciarono mia mamma a casa a Tunisi. Poverina, non aveva granché libertà ma almeno non era in carcere. Lei dava via il pane con i bollini, com’era in uso all’epoca. Poi mio papà nel 1944 venne liberato in Italia e di conseguenza tutta la mia famiglia fu accolta appunto nel Campo Profughi di Termini Imerese, dove tutto ebbe inizio”. A raccontarci le peripezie della sua famiglia è Saverio Blanco, e mentre narra questa storia incredibile che appartiene ormai al passato, fagocitata e messa da parte forse troppo in fretta dall’uomo d’oggi, notiamo nei suoi occhi una luce, che accompagna il suo sorriso, non un sorriso totalmente aperto ma una smorfia dolce al nostro sguardo, come quando un passato doloroso si riesce a racchiuderlo in fondo ai ricordi, e noi lo sappiamo che il dolore, col tempo, diviene quasi dolce, al ricordo.
“Un fratello di mia mamma, subito dopo la guerra, si trasferì a Torino, perché aveva trovato lavoro alle Ferriere. Chiamò mia mamma dicendole di salire tutti su a Torino che il lavoro non mancava. E così fecero i miei genitori, seguendo il consiglio di mio zio. E dal campo profughi di Termini Imerese giungemmo al campo profughi di Torino in via Veglia 44, proprio dove oggi c’è la caserma della Polizia di Stato, e vi rimanemmo per circa 3 anni. Nel 1955 ci assegnarono la casa alla Falchera, in Torino nord.”
Saverio è un uomo sereno, parla con calma, scandendo le parole, come se raccontasse una storia imparata a memoria, e di certo così è, visto che dopo ogni nostra interruzione, riprende il filo dal punto esatto del discorso dove è stato interrotto.
“Finii la prima media e mio padre, me lo ricordo come se lo avessi davanti in questo momento”, Saverio accenna una pausa infinitesimale e guardando i suoi occhi, occhi con il dono della parola, capiamo che questo ricordo, ancora oggi, seppur a distanza di decenni, provoca un’emozione nel suo cuore, e fermi, in rispettoso silenzio, non facciamo altro che attendere il prosieguo del racconto, che Saverio riprende quasi all’istante, “mi disse queste parole: non possiamo mantenerti a scuola, abbiamo bisogno che tu vada a lavorare.”
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In bicicletta
Andò a lavorare in una ferramenta ma dopo mezza giornata scappò via; non era il suo lavoro. Il papà lavorava alla Riv in via Nizza, l’odierna SKF, che produceva cuscinetti a sfera per la Fiat. Tornato a casa la mamma Annunziata disse a Saverio che a casa non sarebbe potuto restare, che si sarebbe dovuto trovare comunque un lavoro. E la sera stessa, intorno alle 18:30, si presentò nella panetteria di Carlo Ferrero in zona Falchera. Il panettiere lo invitò a tornare il giorno dopo alle 3 del mattino, per iniziare a lavorare. E Saverio rimase a lavorare in quella panetteria per circa 7 anni. Dopo lavorò in un’altra panetteria di corso Giulio Cesare. Si fermò un anno e mezzo, guadagnando 70 mila lire al mese più un tot di grissini al giorno.
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Saverio Blanco con la moglie
“In quella panetteria, ogni giorno facevo 30 chilogrammi di grissini che impacchettavamo e portavamo alla stazione sempre a mezzogiorno. La destinazione era Roma, ma non ho mai saputo il nome del cliente.”
Dopo questi anni da panettiere, Saverio andò a lavorare alla Fiat, reparto presse del Lingotto, quinto piano. Fece la domanda il giovedì e al lunedì ricevette la convocazione. Un posto sicuro, si diceva all’epoca. Dopo 3 mesi Saverio uscì di testa.
“Si figuri, ero talmente fuori dalla realtà che per una settimana non ho timbrato la cartolina. E senta questa: mia mamma mi comprò un baracchino in alluminio. Si era soliti posarlo in un enorme lavandino pieno di acqua calda. A pranzo non trovai più il baracchino, e quel giorno rimasi senza pranzo. Mangiai poi un panino grazie al caporeparto”.
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Alunni delle scuole in visita al suo laboratorio, qualche anno fa
Dal forno della panetteria al reparto presse, un ambiente alienante, dove i rumori coprivano persino il proprio respiro. Dopo un periodo di mutua, venne trasferito a Stura, dove l’ambiente era decisamente più confortevole. Si guadagnava qualcosa di meno che in panetteria. Saverio però aveva dei progetti, una fidanzata da sposare, una famiglia da mettere su, e avrebbe voluto guadagnare di più. Si propose con il caporeparto varie volte, con intraprendenza, ma senza ottenere avanzamenti nel reparto dove lavorava. “Un giorno il caporeparto mi prese e mi portò a fare un giro nella fabrica. Questa cosa ce l’ho qui eh”. Saverio si ferma, porta la mano destra al centro del diaframma, e noi capiamo, ancora una volta, quanto quest’uomo non abbia cancellato dalla memoria i ricordi spiacevoli. E mentre riprende a raccontare l’aneddoto, il viso si fa serio, come un attore che reciti la parte di un personaggio, come se davanti a noi ci fosse quel Saverio di 50 anni fa, e forse Saverio è rimasto tale e quale a quel ragazzo che fu.
“Il caporeparto mi disse: lo vedi quel signore lì? Quel signore sta lì da 30 anni e lì rimane. E tu dopo due settimane vorresti già avanzare di mansione. Beh, io gli risposi di botto che mi dispiaceva per quel signore, ma io non sarei stato fermo a fare la stessa cosa per decenni, che avrei voluto arrivare a diventare caposquadra.”
E Saverio si licenziò e tornò a fare il panettiere da Carlo Ferrero, lasciando il lavoro alla Fiat. Mamma e papà lo sgridarono, ma non se la presero, e appoggiarono il ragazzo nella sua scelta.
Un giorno il suo titolare Carlo gli disse che a Lauriano il panettiere Emilio, cercava di dar via il negozio. Ecco l’occasione che tanto aspettava. “Io non sapevo neanche dove si trovasse Lauriano”. Notiamo subito che adesso il sorriso di Saverio si fa bello, come se da questo punto in poi, la sua vita ha subìto una svolta positiva. E difatti tutto il racconto viene narrato sempre con il sorriso, quello aperto, differente dal sorriso degli anni della Fiat.
Per recarsi a Lauriano però, Saverio aveva bisogno di un’automobile.
“Devo comperare la lavatrice a mia moglie, se me la compri, io ti dò la mia Topolino”.
Ridiamo a sentire questo aneddoto accaduto tra Saverio e un amico di suo padre. Una di quelle cose oggi impensabili.
Con i quintali di pane che riusciva a fare la panetteria di Lauriano, a Torino il negozio sarebbe costato il triplo.
Saverio riuscì ad accordarsi con il panettiere Emilio di Lauriano e nel luglio 1967 si comprerò il negozio. Un mese dopo si sposò. Il negozio venne aperto a ottobre dello stesso anno. Dopo un primo periodo da pendolare, facendo la spola da Torino a Lauriano, un paio di anni dopo si trasferì definitivamente.
“I primi mesi sono stati duri, avevo anche pensato di lasciare tutto. Pensi che mi sentivo dire in paese -non compro il pane da un meridionale-. Le prime due persone che mi hanno dato una mano all’epoca sono stati il postino e Domenico detto ciculanda, che ringrazierò sempre.”
A Lauriano vi era una panetteria di fronte alla sua. Saverio riuscì a comprarsi anche il negozio concorrente, e iniziò l’epopea di Blanco a Lauriano, unico panettiere del paese. E dal 1974 il negozio non ha più cambiato indirizzo.
E per 25 anni l’attività crebbe, fino ad aprire un punto vendita a Cavagnolo, chiuso nel 2015, e a Brusasco.
Saverio è felice, sa di essere riuscito ad avverare un sogno. Ma la fatica è stata tanta, i sacrifici pure. “Senza questo”, si passa il palmo della mano destra sulla fronte, facendoci capire che sta parlando di sudore, “non si ottiene mai nulla di buono nella vita”.
Nell’azienda da lui creata dal nulla, oggi la figlia Cristina lavora nel punto vendita in centro a Lauriano, e i due figli maschi, nel nuovo laboratorio nella zona vicino il Caseificio Conrado.
Questo è Saverio Blanco, la cui famiglia partì dal Campo Profughi di Termini Imerese, capace di inventarsi il suo domani pieno di soddisfazioni, quando un domani non c’era proprio.
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