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Cronaca

Feste, escort e conti milionari: il caso Ma.De coinvolge almeno 70 calciatori

Indagine della Procura di Milano per sfruttamento della prostituzione: quattro arresti domiciliari

Feste, escort e conti milionari: il caso Ma.De coinvolge almeno 70 calciatori

Per cinque anni — forse più — un mondo parallelo ha incrociato quello luccicante del calcio professionistico. Locali esclusivi, tavoli riservati, feste private. E, secondo la Procura di Milano, un sistema organizzato che andava ben oltre la semplice movida.

Sono almeno settanta i calciatori finiti nel perimetro dell’indagine coordinata dalla procuratrice aggiunta Bruna Albertini, un’inchiesta che ha acceso i riflettori sull’agenzia di eventi Ma.De, ritenuta al centro di un giro di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Nomi, per ora, coperti da riservatezza. Appartengono a club di primo piano — Inter, Milan, Juventus, ma anche Verona, Torino, Sassuolo e Monza — e sono al vaglio degli inquirenti per chiarire chi abbia partecipato solo alle serate e chi, invece, avrebbe usufruito dei cosiddetti “servizi extra”.

Un punto, sul piano penale, è già chiaro: essere clienti non costituisce reato. Ed è per questo che, al momento, i calciatori non risultano indagati. Diversa la posizione di chi, secondo l’accusa, avrebbe costruito e gestito il sistema.

Il cuore dell’inchiesta è infatti l’organizzazione che avrebbe orchestrato le serate. Il gip Chiara Valori ha disposto gli arresti domiciliari per Emanuele Buttini e Deborah Ronchi, compagni anche nella vita e indicati come i “dominus” del gruppo, e per Alessio Salamone e Luz Luan Amilton Fraga, ritenuti partecipi. A loro viene contestata la gestione di un circuito che coinvolgeva circa cento ragazze, tra escort e figure di “immagine”, molte delle quali giovanissime.

Secondo gli atti, non si trattava solo di organizzare eventi. Gli indagati avrebbero deciso dove e quando le ragazze dovessero presentarsi, gestendo anche gli incontri privati. Un sistema strutturato, con ruoli precisi e una logistica rodata, che comprendeva anche l’approvvigionamento di gas esilarante, la cosiddetta “droga della risata”, utilizzata durante le serate.

Le intercettazioni restituiscono uno spaccato diretto: richieste di “palloncini”, conteggi di incassi, organizzazione degli appuntamenti. Numeri che, messi insieme, delineano un giro d’affari rilevante: oltre 1,2 milioni di euro in meno di due anni, di cui più di 194 mila riconducibili ai calciatori. Flussi di denaro che, secondo gli investigatori, sarebbero transitati anche su conti esteri, in particolare in Lituania.

Le location, tutte estranee all’indagine, sono quelle della Milano più esclusiva: Pineta Milano, Just Cavalli, Dolce & Gabbana Martini, Jazz Cafè, JustMe, La Bullona, Langosteria Bistrot, solo per citarne alcune. Locali dove le serate prendevano forma tra tavoli riservati e ambienti selezionati, prima di spostarsi, in alcuni casi, in contesti più privati.

A far emergere il sistema è stata, nell’agosto di due anni fa, la denuncia di una giovane straniera. Il suo racconto ha aperto uno squarcio: sesso a pagamento, percentuali trattenute — fino al 50% — e condizioni di vita condivise in un appartamento a Cinisello Balsamo, nell’hinterland milanese, dove aveva sede la società “schermo” e dove, secondo le accuse, sarebbe stata allestita anche una discoteca abusiva.

Un meccanismo che, sempre secondo le testimonianze, non si sarebbe fermato nemmeno durante il lockdown, aggirando le restrizioni legate alla pandemia.

Tra le carte dell’indagine emergono anche episodi e conversazioni che raccontano il livello di promiscuità e disinvoltura del sistema: si parla perfino di contatti con un pilota di Formula 1 e del caso di una giovane che cercava di ricostruire l’identità del padre del proprio figlio tra i frequentatori delle serate.

Ora l’inchiesta entra in una fase delicata. Gli inquirenti dovranno ascoltare le ragazze coinvolte, ricostruire i flussi economici, definire responsabilità e ruoli. E chiarire, soprattutto, l’effettiva estensione di un circuito che — al di là delle responsabilità penali — solleva interrogativi più ampi su un certo sottobosco della movida e sulle sue connessioni con il mondo dello sport.

Perché, dietro le luci dei locali e i nomi eccellenti, resta un sistema che — secondo l’accusa — trasformava le relazioni in merce e organizzava tutto con precisione imprenditoriale.

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