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Cronaca
18 Marzo 2026 - 15:21
Caso Pifferi, il ricorso in Cassazione riaccende il dibattito: dolo eventuale o colpa cosciente?
C’è una linea sottile, ma decisiva, che separa due concetti chiave del diritto penale: dolo eventuale e colpa cosciente. È su questo confine che si gioca ora il ricorso in Cassazione presentato dall’avvocato Cristian Scaramozzino, penalista del Foro di Torino, per Alessia Pifferi, al centro di uno dei casi più sconvolgenti degli ultimi anni: la morte della figlia Diana, di appena 18 mesi, lasciata sola in casa per sei giorni nell’estate del 2022 a Milano.
Il ricorso arriva dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello che ha ridotto la pena dall’ergastolo a 24 anni, confermando però l’impianto dell’accusa: omicidio volontario con dolo eventuale. Secondo i giudici, Pifferi avrebbe previsto il rischio della morte della bambina e lo avrebbe accettato.
La strategia difensiva, invece, punta a ribaltare questa lettura. L’obiettivo è ottenere una riqualificazione del reato in colpa cosciente, sostenendo che la donna non avrebbe accettato l’evento letale, ma avrebbe erroneamente confidato che non si verificasse.
Il ricorso, firmato da Scaramozzino, si muove su un terreno strettamente giuridico. In Cassazione, infatti, non è possibile chiedere nuove perizie psichiatriche: la discussione riguarda esclusivamente eventuali vizi di diritto o di motivazione della sentenza impugnata. Ed è proprio su questo punto che il legale insiste, richiamando la distinzione tra infermità di mente e malattia clinicamente accertata.
Le perizie svolte durante il processo hanno evidenziato in Pifferi un “disturbo del neurosviluppo”, accompagnato da “immaturità affettiva” e “analfabetismo emotivo”, pur ritenendola capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Secondo la difesa, però, questa valutazione non avrebbe considerato adeguatamente la portata delle fragilità cognitive emerse.

Il fatto, nella sua gravità, non è mai stato messo in discussione: la donna ha lasciato la figlia sola per giorni. Ma la difesa prova a rileggerlo alla luce della storia personale e del contesto psico-sociale. In passato, Pifferi aveva già lasciato la bambina sola per periodi più brevi — due giorni e un giorno e mezzo — senza conseguenze letali. Circostanze che, secondo il legale, potrebbero aver alimentato una convinzione distorta sulla capacità della figlia di sopravvivere, anche in presenza di un quoziente intellettivo molto basso.
Il profilo tracciato dalla difesa richiama una traiettoria segnata da difficoltà fin dall’infanzia. Problemi cognitivi riconosciuti, valutazioni scolastiche e interventi dei servizi sociali, fino all’interruzione precoce del percorso educativo su decisione familiare. Un contesto di disagio che, secondo quanto emerso, avrebbe inciso sulle capacità relazionali e decisionali della donna.
Oggi, intorno a Pifferi, resta un isolamento quasi totale: i familiari, costituiti parte civile, hanno interrotto i rapporti. A mantenerne un legame è solo un’amica torinese, che la segue anche nel percorso detentivo e che ha favorito il contatto con il difensore.
Il caso continua a suscitare un forte impatto sull’opinione pubblica, ma il passaggio in Cassazione segna una fase diversa, più tecnica e meno emotiva. La Suprema Corte non entrerà nel merito dei fatti, ma valuterà se la sentenza d’Appello sia giuridicamente solida.
Se dovessero emergere vizi nella motivazione, si potrebbe aprire la strada a un nuovo processo d’Appello. Ed è lì che si giocherebbe la partita decisiva: stabilire se quanto accaduto debba essere letto come accettazione del rischio di morte o come tragico errore di valutazione.
Una differenza sottile, ma cruciale. Perché da quella linea passa non solo la qualificazione del reato, ma anche il senso giuridico di una delle vicende più dolorose degli ultimi anni.
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