Cerca

Cronaca

Chivasso, funerali in chiesa per Belfiore: Don Ciotti contro la messa per il boss della ’ndrangheta

A Chivasso le esequie del mandante dell’omicidio Caccia. Libera: “Una ferita per i familiari delle vittime”

Chivasso, funerali in chiesa per Belfiore: Don Ciotti contro la messa per il boss della ’ndrangheta

Chivasso, funerali in chiesa per Belfiore: Don Ciotti contro la messa per il boss della ’ndrangheta

"Pregare per un defunto è un conto. Celebrare una messa solenne per un boss condannato all’ergastolo è un altro". Attorno ai funerali di Domenico Belfiore, ritenuto il mandante dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, si è acceso uno scontro che va oltre la liturgia e tocca il rapporto tra Chiesa, giustizia e memoria delle vittime.

Le esequie sono in programma martedì 24 febbraio nella parrocchia Madonna del Loreto di Chivasso. Belfiore, 74 anni, è morto nei giorni scorsi all’ospedale cittadino dopo un infarto. Per la magistratura è stato lui a ordinare l’agguato del 26 giugno 1983 in cui fu assassinato Caccia, colpito sotto casa da un commando armato. Una condanna all’ergastolo divenuta definitiva.

A intervenire con parole nette è don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. “Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle nostre comunità?”.

Per don Ciotti il punto non è negare la dimensione spirituale, ma il significato pubblico del rito. “Un funerale in chiesa per chi ha ucciso e non si è pentito non è solo un errore pastorale. È una ferita in più inferta ai familiari delle vittime. Dice a chi ha perso un padre, una madre, un fratello per mano della mafia: ‘Il vostro dolore può essere messo da parte’. Dobbiamo chiedere scusa per questo”.

Parole che hanno riaperto una discussione antica, soprattutto nei territori segnati dalla presenza mafiosa. Belfiore, nato a Gioiosa Jonica nel 1951, è stato per anni indicato dagli inquirenti come uno dei riferimenti della criminalità calabrese trapiantata al Nord. Non è mai stato condannato per associazione mafiosa, ma la sentenza per l’omicidio Caccia lo ha collocato al vertice della pianificazione dell’agguato. Dal 2015 si trovava agli arresti domiciliari per motivi di salute. Si è sempre dichiarato innocente.

A sostenere una linea diversa è il vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera. “Siamo a conoscenza di quanto il defunto ha compiuto in vita, ma non possiamo sapere di un suo effettivo pentimento interiore”, ha spiegato. La Chiesa, ha aggiunto, distingue tra ciò che è visibile e ciò che riguarda la coscienza. “Non potendo sapere quanto, negli ultimi attimi della sua vita terrena, il defunto ha potuto vivere nella relazione con Cristo Salvatore, è bene procedere chiedendo, attraverso le esequie, la misericordia di Dio”.

La celebrazione sarà inserita nella liturgia della Parola, con una forma concordata con la famiglia che dovrebbe garantire maggiore sobrietà. Anche il parroco, don Tonino, ha chiarito di non aver ricevuto indicazioni ostative dalla Curia: “Lo affiderò a Dio come peccatore, ma è lui a doverlo giudicare”.

Ma per Libera non basta la sobrietà. In un post diffuso sui social l’associazione ribadisce la propria posizione: “Restiamo al fianco della famiglia del magistrato e di sua figlia Paola che meritano rispetto per un dolore che è un fine pena mai. La Chiesa, che per fortuna è fatta anche di preti dalla schiena dritta, non perda l’occasione per fare una scelta coerente e coraggiosa. Abbiate il coraggio di chiedere scusa ai familiari e schierarvi dalla parte giusta, dalla parte delle vittime”.

Il nodo è simbolico e insieme politico. L’omicidio di Bruno Caccia rappresentò uno dei momenti più drammatici nella storia giudiziaria torinese, la prova della presenza radicata della ’ndrangheta al Nord. Ogni gesto pubblico che riguarda uno dei protagonisti di quella stagione viene inevitabilmente caricato di significati.

Don Ciotti parla di “zona grigia” e di un rischio che la Chiesa diventi, anche involontariamente, terreno di ambiguità. “Essere Chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche se scomoda. Il ‘mi faccio i fatti miei’ è il miglior alleato delle mafie. Quando una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male”.

Lo scontro resta aperto. Da una parte il principio della misericordia e dell’impossibilità di giudicare il foro interno della coscienza. Dall’altra la memoria delle vittime e il peso pubblico di una celebrazione religiosa. A Chivasso, domani pomeriggio, non si consumerà solo un rito funebre, ma un passaggio che riporta al centro una domanda mai del tutto risolta: come coniugare il Vangelo del perdono con la responsabilità storica di fronte ai crimini di mafia.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori