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09 Aprile 2026 - 16:19
Tre mesi fa lo avevamo scritto chiaro, nero su bianco. Senza giri di parole, senza sconti. Una denuncia precisa, documentata, pesante come un macigno. Oggi torniamo lì, nello stesso punto esatto. E la scena è identica. Anzi, forse è persino peggiore. Perché al danno si è aggiunta l’indifferenza.
Si è mosso qualcosa? No. Niente. Zero. Il vuoto assoluto.
Nel frattempo, però, ci sono le immagini. Quelle riprese dall’alto, dai droni. E quelle non mentono. Non interpretano. Non giustificano. Raccontano una sola cosa: un ponte chiuso, transenne ben piantate, nessun intervento, nessuna urgenza, nessuna traccia di lavori. Tutto fermo. Congelato. Come se tre mesi fossero un dettaglio irrilevante.
E allora diciamolo come va detto: i sindaci di Ivrea e Albiano d’Ivrea, Matteo Chiantore e Venerina Tezzon, hanno scelto di voltarsi dall’altra parte. Hanno scelto il silenzio. Hanno scelto di non fare nulla. Sul ponte non si passa? Pazienza. Se qualcuno resta isolato, peggio per lui.
Già, perché oltre quel ponte – il “Bruschetta”, fino a ieri un perfetto sconosciuto – non c’è il nulla. C’è una famiglia. Una famiglia vera. Tre persone. Una donna disabile. E una storia che definire assurda è persino riduttivo.
Torniamo a quella vigilia di Natale 2025. Due ordinanze. Gemelle. Fotocopia una dell’altra. Stesso sopralluogo, stesso linguaggio burocratico, stessa formula magica: “tutela dell’incolumità pubblica”. E quindi? Divieto totale. Veicoli, pedoni, chiunque. Senza eccezioni. Senza deroghe. Senza alternative. Fino a quando? Non si sa.
Transenne. Stop. Fine della storia.
Solo che la storia, quella vera, comincia proprio lì.
Perché quella strada non è un collegamento secondario, non è un tratto marginale. È l’unica via di accesso a una cascina in via Cigliano, frazione Torre Balfredo. L’unica. Non ce ne sono altre. Non c’è un piano B. Non c’è una deviazione. C’è solo quel ponte.
E lì vivono Luigi Marcello Quagliotti e Stefania Ferrari, 52 anni, invalida al 75 per cento per una grave fibromialgia agli arti inferiori. Si muove in sedia a rotelle. Usa girello e bastone. Ha bisogno di assistenza, di presidi sanitari, di accesso garantito. Non è un dettaglio secondario. È la questione centrale. Ed è esattamente ciò che nelle ordinanze non esiste. Cancellato. Ignorato. Invisibile.
“Se ho una crisi, come fa l’ambulanza ad arrivare?” chiedeva tre mesi fa.
Domanda semplice. Risposta: non pervenuto. Perché il ponte è chiuso. Punto.
E allora succede l’assurdo. Il figlio Luca che torna dal lavoro e deve spostare le transenne, violando la legge, per entrare in casa, oppure utilizzare una stradina bianca sterrata che corre lungo il canale. Il marito che va e viene dai carabinieri e, per rientrare, deve fare lo stesso. Il postino che prima non "suonava più" e adesso s'è abituato giocoforza alla "sterrata". I corrieri che non consegnano. E i soccorsi? Un’incognita.
Questa non è sicurezza. Questa è abdicazione.
Perché il problema non nasce il 24 dicembre. Il cedimento del ponte era noto. Si è formato nel tempo. È stato segnalato. E nessuno ha fatto nulla. Anni di inerzia. Poi, all’improvviso, la soluzione: chiudere tutto. Subito. Senza una perizia tecnica seria. Senza una valutazione concreta. Senza nemmeno avvisare chi vive lì.
È la logica dello scaricabarile elevata a sistema: non prevenire, non intervenire, ma bloccare. Così la responsabilità sparisce. O almeno si spera.
E infatti nell’esposto è scritto chiaramente: nessun controllo, nessuna manutenzione, nessuna istruttoria adeguata. Solo una chiusura totale, decisa in fretta, per “mettersi a posto”.
E nel ricorso in autotutela le parole sono ancora più nette: provvedimento sproporzionato, irragionevole, privo di base tecnica solida. Violazione del diritto di accesso. Compressione del diritto alla salute. Nessuna soluzione alternativa. Nessun tempo certo.
Tradotto: un pasticcio. Grosso.
E qui finisce la parte tecnica. Perché da qui in poi è politica. È responsabilità. È scelta.
Chiantore e Tezzon hanno firmato. Hanno deciso. E da tre mesi non hanno fatto nulla per rimediare. Nessuna deroga per una persona disabile. Nessun corridoio minimo. Nessun intervento tampone. Nessuna urgenza.
Solo silenzio.
E allora la domanda, oggi, è ancora più pesante di ieri: quanto vale la vita concreta delle persone rispetto alla comodità amministrativa? Quanto pesa una firma rispetto alle conseguenze che produce?
Perché qui non stiamo parlando di un cavillo. Stiamo parlando di una famiglia isolata. Di una donna che si sente “sequestrata”. Di diritti fondamentali trattati come fastidi burocratici.
Tre mesi dopo, il ponte è ancora chiuso. Le transenne sono ancora lì. E le istituzioni anche: ferme, immobili, lontane.
Non è una barzelletta. E' una storia vera. E non fa ridere per niente.
Come se non bastasse, oggi si aggiunge un nuovo capitolo. Ancora più grave. Ancora più inquietante.
A raccontarlo è Luca Quagliotti, il figlio.
Costretto ogni giorno a utilizzare l’unica “alternativa” possibile: una stradina "bianca" che corre lungo il canale, stretta, precaria, al limite della percorribilità. Quella che, sulla carta, nemmeno esiste come soluzione. Ma che nella realtà diventa l’unico modo per entrare e uscire da casa.
E lì è successo.
“Stavo passando lungo il naviglio – racconta – quando all’improvviso il terreno è ceduto sotto le ruote posteriori. Per poco non finivo nel fossato”.
Una manciata di secondi. Il vuoto sotto la macchina. Il rischio concreto di ribaltarsi.
“Ho sudato freddo. Sono rimasto bloccato. Il telaio batteva contro la terra. Ho provato per dieci minuti, un quarto d’ora, a uscire. Niente. Non si muoveva”.
Quindici minuti sospeso. Con la macchina incastrata. A pochi centimetri dal bordo, “letteralmente a filo del burrone che poi dà sui campi”.
Poi, con fatica, è riuscito a liberarsi.
“Alla fine sono uscito, ma ho rischiato grosso. Questa è l’unica strada che abbiamo. Devo passarci per forza, ogni giorno, in macchina”.
E non è finita.
“Ho fatto i video. Si vede tutto. Denuncerò ai carabinieri”.
E fa bene. Perché questa non è più solo una storia di burocrazia cieca. È una questione di sicurezza vera. Quella che non si scrive nelle ordinanze, ma che si vive – e si rischia – ogni giorno.
Chiudere un ponte senza offrire alternative significa spingere le persone verso percorsi pericolosi. Significa trasformare un problema amministrativo in un potenziale incidente. Significa, in sostanza, scaricare il rischio sui cittadini.
E allora la domanda diventa ancora più dura: cosa deve succedere ancora? Deve scapparci il morto, per vedere qualcuno muoversi? Deve succedere che uno chiama l’ambulanza e l’ambulanza non può arrivare?






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