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E' morto in ospedale a Chivasso Domenico Belfiore, boss della 'ndrangheta. Condannato per l’omicidio del procuratore Bruno Caccia

Mandante del delitto che nel 1983 sconvolse Torino. Dalla condanna all’ergastolo alla cascina confiscata che oggi porta il nome di Bruno Caccia: la fine biologica di una storia che non è finita

E' morto Domenico Belfiore, boss della 'ndrangheta condannato per l’omicidio del procuratore Bruno Caccia

Domenico Belfiore

Ci sono nomi che restano appiccicati addosso alla storia di un territorio come una cicatrice. Domenico Belfiore è uno di questi. È morto venerdì mattina all’ospedale di Chivasso: infarto. Non era solo il boss della ’ndrangheta trapiantata in Piemonte, non era soltanto il mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia. Era il simbolo di un’epoca in cui qualcuno pensava di poter comandare anche qui, sotto la Mole, lontano dalla Calabria ma non abbastanza lontano dagli affari.

Originario di Gioiosa Jonica, classe 1939, Belfiore arriva al Nord quando il Nord è terra di conquista. Cantieri, movimento terra, locali, gioco d’azzardo, prestiti, intimidazioni. La ’ndrangheta non spara subito, prima si infiltra. Poi, se serve, colpisce. E il 26 giugno 1983 colpisce al cuore.

omicidio

Quella sera Bruno Caccia, procuratore capo della Repubblica di Torino, passeggia con il cane sotto casa, in via Sommacampagna. Non è un magistrato qualunque. È uno che indaga sui clan, che scava nei patrimoni, che segue la pista dei soldi. Due uomini lo affiancano. Sparano. Cinque colpi. Il procuratore cade sull’asfalto. Torino resta senza parole. È il primo procuratore capo assassinato dalla mafia nel Nord Italia.

Per anni si brancola nel buio. Piste terroristiche, ipotesi e depistaggi. Poi, lentamente, la verità giudiziaria prende forma. I processi ricostruiscono il quadro: dietro quell’omicidio c’è la ’ndrangheta. E al vertice della cosca che opera nel Torinese c’è Domenico Belfiore, da tutti chiamato “Mimmo”.

Nel 1992 arriva la condanna definitiva all’ergastolo per lui, come mandante. La Cassazione chiude il cerchio giudiziario: l’ordine di uccidere Caccia era partito dalla ’ndrina Belfiore. Un delitto mafioso, un delitto politico-mafioso, un messaggio allo Stato. Non vi immischiate. 

Lui ha sempre proclamato di essere innocente. In aula, negli anni, si è difeso sostenendo di essere stato condannato più per il contesto che per prove dirette.

Accanto a lui, negli anni successivi, viene condannato all’ergastolo anche Rocco Schirripa, ritenuto uno degli esecutori materiali dell’agguato. Ma qui il dettaglio “di provincia” diventa sostanza, perché Schirripa non è il classico personaggio da foto segnaletica e mitraglietta: per le cronache è il panettiere di Moncalieri che vive a Torrazza Piemonte. Una vita apparentemente normale, un forno, un paese. Eppure – secondo l’accusa e poi secondo le sentenze – dentro quella normalità c’era un uomo del gruppo di fuoco.

La sua vicenda giudiziaria prende slancio nel 2015, quando gli agenti della Squadra mobile di Torino inviano un'esca a Belfiore, al cognato Placido Barresi e ad altre persone E' una lettera con dentro un articolo del quotidiano “La Stampa” e la frase: “Omicidio Caccia: se parlo andate tutti alle Vallette (il carcere di Torino, ndr). Esecutori: Domenico Belfiore, Rocco Barca Schirripa. Mandanti: Placido Barresi, Giuseppe Belfiore, Sasà Belfiore”.

Iniziano le telefonate e ce n’è una, intercettata tra Belfiore e Schirripa, soprannominato “Barca”. Belfiore, a un certo punto, gli dice: “Sono passati 34 (...) un reato non si prescrive ma, toccando le palle, in caso di qualsiasi cosa con le generiche non ti possono dare l’ergastolo e quindi è prescritto”. Un modo per rassicurarlo, considerando che lui non era mai stato accusato dell’omicidio del procuratore. E poi, ridendo: “Ti sei fatto 30 anni tranquillo, fattene altri 30 tranquillo”.

schirripa

Rocco Schirripa

E Schirripa: “Sì, ma infatti io non ne ho parlato più con nessuno”.

Da qui, all’arresto di Schirripa, al processo celebrato a Milano, avviato dalla procuratrice Ilda Bocassini – competente per i procedimenti di criminalità organizzata legati a quel contesto – e alla condanna all’ergastolo, poi confermata nei successivi gradi di giudizio fino alla Cassazione nel 2020.

In realtà Schirripa non era un immacolato, era già finito nell’elenco di più di 200 indagati dell’operazione Minotauro del 2011

Il punto, per chi fa il cronista di mafia al Nord, è sempre lo stesso: la ’ndrangheta non ti si presenta con la coppola. Si presenta con un’attività, un cognome, una rete di relazioni. Un panettiere. Un imprenditore. Un uomo che vive in paese. E poi, dentro quella normalità, una sentenza che parla di omicidio eccellente.

Intanto la figura di Belfiore attraversa il tempo. Carcere duro, 41 bis, poi le attenuazioni per motivi di salute. Nel 2015 ottiene gli arresti domiciliari per gravi condizioni cliniche. Una decisione prevista dall’ordinamento, ma che riapre polemiche e discussioni. È giusto? È previsto dalla legge? Sì. Ma quando si parla del mandante dell’omicidio di un procuratore capo, la discussione non è mai neutra.

E ora la notizia che chiude un capitolo umano, non giudiziario: è morto. Fine biologica di una storia che ha attraversato quarant’anni di cronaca nera e giudiziaria piemontese. Resta ciò che è stato scritto nelle sentenze. Resta ciò che è stato inciso nella memoria collettiva.

E poi c’è la terra. C’è la cascina confiscata alla cosca, a San Sebastiano da Po. Non un dettaglio geografico, ma un simbolo. Da bene nella disponibilità della ’ndrangheta a presidio di legalità. Oggi quella cascina porta il nome di Bruno Caccia ed è diventata luogo di memoria, incontri, campi estivi, educazione alla legalità. Dove prima si decidevano affari e intimidazioni, oggi si parla di Costituzione e impegno civile.

È il paradosso della storia: il potere mafioso che si crede eterno finisce su una targa confiscata dallo Stato. Il nome del boss sbiadisce, quello del magistrato resta.

Eppure sarebbe ingenuo pensare che tutto appartenga al passato. L’infiltrazione della ’ndrangheta in Piemonte è documentata da decine di processi, operazioni, interdittive antimafia. Il delitto Caccia non è un episodio isolato ma l’inizio di una presenza strutturata, radicata, capace di dialogare con pezzi di economia e talvolta con pezzi di società.

Domenico Belfiore resta, in questo senso, un personaggio chiave per capire come la mafia abbia messo radici lontano dai territori d’origine. Non un bandito di strada, ma un uomo ritenuto capace di ordinare la morte di un magistrato. 

Scrivere di lui oggi non significa fare archeologia. Significa ricordare che la mafia non è folklore, non è cinema, non è Sud contro Nord. È potere. È denaro. È intimidazione. Ed è capace di colpire anche quando sembra lontana.

La cascina di San Sebastiano sta lì a dirlo. I beni si possono confiscare. I nomi si possono ribaltare. La memoria si può costruire. Ma la vigilanza non può mai andare in prescrizione.

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