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Cronaca

Torino, arresti e accuse dopo i cortei pro Palestina: cinque ai domiciliari e dodici obblighi di firma per gli autonomi

Dalla protesta ai blocchi ferroviari fino alle irruzioni in sedi istituzionali e redazioni: la Procura contesta danneggiamenti, violenze e resistenze aggravate

Torino, arresti e accuse

Torino, arresti e accuse dopo i cortei pro Palestina: cinque ai domiciliari e dodici obblighi di firma per gli autonomi (foto archivio)

All’alba la Digos ha bussato alle porte di diversi appartamenti torinesi. Nel giro di poche ore sono scattati cinque arresti domiciliari e dodici obblighi di firma nei confronti di altrettanti attivisti dell’area autonoma cittadina. Le misure cautelari, disposte dall’autorità giudiziaria su richiesta della Procura di Torino, arrivano al termine di un’indagine che ricostruisce mesi di tensioni, manifestazioni e azioni dimostrative legate alle mobilitazioni in sostegno alla Palestina.

A rendere pubblica l’operazione sono stati i collettivi vicini al centro sociale Askatasuna, che parlano apertamente di una stretta repressiva. «Continua la repressione contro le lotte per la Palestina a Torino», scrivono in una nota diffusa poche ore dopo l’esecuzione delle misure. E ancora: «Dai cortei oceanici che assediarono Leonardo all’ingresso dentro le Ogr fino al blitz a Città Metropolitana e La Stampa, la procura di Torino continua a costruire il proprio castello di carte».

Le accuse, contestate a vario titolo ai 18 destinatari delle richieste cautelari – cinque delle quali si sono tradotte nei domiciliari e dodici nell’obbligo di firma – sono pesanti: danneggiamento, violenza privata aggravata, resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Reati che si riferiscono a una serie di episodi avvenuti tra settembre e novembre dello scorso anno, in un autunno segnato da cortei, blocchi e momenti di forte attrito con le forze dell’ordine.

Prima dell’operazione di questa mattina, la Digos aveva già notificato il decreto di fissazione degli interrogatori preventivi a 18 antagonisti. La Procura aveva depositato per tutti la richiesta di misura cautelare, ipotizzando per alcuni gli arresti domiciliari. Dopo il vaglio del giudice, cinque indagati sono finiti ai domiciliari, mentre per altri dodici è stato disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Gli episodi al centro dell’inchiesta si concentrano in un arco temporale preciso. Il primo snodo è il 24 settembre, quando nel capoluogo piemontese si è svolta una manifestazione in sostegno alla Global Sumud Flotilla. In quella giornata un gruppo di manifestanti ha bloccato i binari della stazione ferroviaria di Porta Susa, interrompendo la circolazione dei treni e creando disagi alla mobilità. Un’azione che per la Procura configura ipotesi di reato legate alla violenza privata e all’interruzione di pubblico servizio.

Il 2 ottobre, sempre secondo quanto contestato dagli inquirenti, si sarebbe verificato un nuovo episodio: il taglio della recinzione perimetrale dell’aeroporto Sandro Pertini di Caselle. Un’azione dimostrativa che ha acceso ulteriormente l’attenzione investigativa. Nella stessa serata si sono registrati danneggiamenti alle Ogr, dove il giorno successivo era in programma l’evento Italian Tech Week, appuntamento di rilievo nazionale nel settore dell’innovazione.

Il 3 ottobre la tensione è salita ancora. Nei pressi delle Ogr e all’esterno dell’azienda Leonardo si sono verificati scontri con le forze dell’ordine. Proprio l’azienda, attiva nel settore della difesa e dell’aerospazio, era stata indicata dai manifestanti come simbolo del coinvolgimento industriale italiano nei conflitti internazionali. Nei giorni precedenti, i cortei avevano già raggiunto e circondato l’area, in quella che i collettivi definiscono un’azione di pressione politica.

Tra gli episodi contestati figurano anche le irruzioni nella sede della Città Metropolitana di Torino, avvenuta il 14 novembre, e nella sede del quotidiano La Stampa il 28 novembre. Azioni che avevano suscitato reazioni immediate da parte delle istituzioni e del mondo dell’informazione, con prese di posizione a difesa delle sedi colpite.

Nella ricostruzione dei collettivi, però, l’intervento giudiziario viene letto come una risposta politica alle mobilitazioni. «Fra i tanti reati imputati ci sono i blocchi stradali e ferroviari, indice della volontà sia di colpire una pratica messa in atto da migliaia e migliaia di persone in tutta Italia, sia del fatto che il movimento di settembre e ottobre ha fatto veramente paura», affermano gli autonomi.

La contrapposizione tra la lettura giudiziaria e quella dei movimenti è netta. Per la Procura si tratta di episodi specifici, con responsabilità individuali da accertare, che hanno superato il perimetro della manifestazione autorizzata per entrare in quello delle condotte penalmente rilevanti. Per gli attivisti, invece, le misure cautelari rappresentano un tentativo di intimidire e frammentare un movimento che negli ultimi mesi ha portato in piazza migliaia di persone.

«A Torino da mesi si stanno susseguendo operazioni di polizia quasi settimanali contro le lotte, in un attacco che non accenna a fermarsi, ma anche le lotte non si fermano», scrivono ancora i collettivi. E annunciano la partecipazione a un appuntamento nazionale: «Saremo già da questo weekend a Livorno per il convegno “per realizzare un sogno comune” organizzato dalla rete infoaut. Sarà un momento di condivisione e di analisi di come organizzarci insieme all’altezza della fase e del periodo che stiamo attraversando».

Il clima in città resta teso. Le manifestazioni pro Palestina hanno attraversato l’autunno torinese con cortei partecipati, momenti di forte visibilità e, in alcuni casi, azioni dirompenti. L’attenzione degli investigatori si è concentrata su quei passaggi in cui, secondo l’accusa, si sarebbero verificati danneggiamenti o condotte violente nei confronti delle forze dell’ordine.

La scelta delle misure cautelari – domiciliari e obblighi di firma – indica, da parte dell’autorità giudiziaria, la volontà di limitare la libertà personale degli indagati in attesa degli sviluppi processuali, ritenendo sussistenti esigenze cautelari. Spetterà ora agli avvocati difensori valutare eventuali ricorsi al tribunale del riesame.

Sul piano politico e sociale, l’operazione riaccende il dibattito sui limiti della protesta e sul confine tra diritto di manifestare e tutela dell’ordine pubblico. Torino, storicamente terreno di confronto tra movimenti e istituzioni, si trova ancora una volta al centro di una vicenda che intreccia piazza e tribunale.

Mentre gli indagati si preparano agli interrogatori e ai prossimi passaggi giudiziari, i collettivi rilanciano la mobilitazione. La partita, per ora, si gioca su due piani paralleli: quello delle aule di giustizia e quello delle piazze. In mezzo, una città che osserva, divisa tra chi invoca fermezza contro gli eccessi e chi difende il diritto alla contestazione.

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