Una manifestazione antagonista, organizzata a Torino nel gennaio 2025 nell’ambito delle proteste per la morte di Ramy Elgaml – il giovane deceduto a Milano il 24 novembre precedente durante un inseguimento dei carabinieri – degenerò fino a trasformarsi in un assalto contro obiettivi istituzionali: prima il commissariato Dora Vanchiglia, poi la caserma “Bergia”, sede del comando regionale dei carabinieri.
Oggi quella serata è tornata al centro dell’attenzione in tribunale, dove si è aperto il processo a carico di otto imputati, accusati a vario titolo per i disordini. In aula ha testimoniato il dirigente della questura che coordinava il servizio di ordine pubblico.
La sua ricostruzione ha delineato una dinamica che, secondo l’accusa, avrebbe colto di sorpresa le forze dell’ordine. Il corteo, partito con un percorso definito, avrebbe improvvisamente cambiato direzione puntando verso il commissariato di Dora Vanchiglia. «Non avevo molta “forza” per questo servizio», ha dichiarato il funzionario, riferendosi al numero limitato di agenti dei reparti mobili della polizia e delle brigate mobili dell’Arma disponibili quella sera.
Davanti al commissariato, ha spiegato, fu possibile schierare non più di trenta carabinieri, suddivisi in tre squadre. A quel punto la situazione precipitò. «I manifestanti si avvicinarono lanciando oggetti contundenti, artifici pirotecnici e transenne. Gli operatori furono costretti ad arretrare». Per contenere l’avanzata fu necessario l’uso dei lacrimogeni. «Se ne impiegarono pochi, lanciati a mano. I carabinieri non erano neanche equipaggiati per questo. Ma i lacrimogeni sortirono effetto, perché i dimostranti si allontanarono».
Dopo il primo scontro, il corteo si ricompose e proseguì verso il centro storico. Secondo il dirigente, a quel punto divenne chiaro che l’obiettivo della serata fossero le forze dell’ordine. «Comprendemmo che quella sera l’obiettivo erano le forze dell’ordine», ha riferito in aula.
La tensione raggiunse il culmine in piazza Carlo Emanuele, davanti alla caserma Bergia. Qui, sempre secondo la testimonianza, i manifestanti lanciarono «petardi, fumogeni, sanpietrini». Questa volta però il dispositivo di sicurezza era stato rafforzato: l’edificio era stato circondato dai mezzi della polizia, circostanza che avrebbe impedito danni alla struttura, a differenza di quanto accaduto davanti al commissariato.
Il bilancio provvisorio degli scontri, come ricordato in aula, fu di quattro poliziotti e un carabiniere feriti a causa del lancio di oggetti contundenti.
Il processo dovrà ora accertare le responsabilità individuali degli otto imputati, ricostruendo nel dettaglio le condotte contestate e il ruolo di ciascuno nei momenti più critici della manifestazione. Sullo sfondo resta una serata che segnò profondamente il dibattito cittadino su sicurezza, gestione dell’ordine pubblico e diritto alla protesta, riportando al centro il delicato equilibrio tra libertà di manifestazione e tutela delle istituzioni.