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Carnevale Ivrea

Arvédze a giòbia ‘n bot: la notte in cui Ivrea saluta il suo Carnevale

Dagli abbruciamenti degli Scarli alla marcia funebre, fino al verbale delle 23: l’ultimo abbraccio tra la Vezzosa Mugnaia Valentina Campesato in Mantovani, il Generale Mario Livio Gusta e una città che promette già di ritrovarsi

Alle 20.15 il Carnevale di Ivrea non è ancora finito, ma lo si sente nell’aria che sta per diventare memoria. Il Corteo Storico si muove compatto, solenne, come se ogni passo pesasse un anno intero. Le uniformi brillano sotto le luci della sera, i pennacchi oscillano, le sciabole tintinnano piano. Non c’è più il fragore delle arance, non c’è più la battaglia. C’è qualcosa di più profondo: il tempo che si chiude in un rito antico.

La partenza verso l’abbruciamento degli Scarli delle Parrocchie di San Maurizio, Sant’Ulderico e San Lorenzo è un cammino che ha il sapore del commiato. I tamburi battono più lenti, le note della pifferata sembrano allungarsi nel freddo di febbraio. La gente segue in silenzio, qualcuno con il fazzoletto rosso ancora al collo, qualcuno con gli occhi lucidi. Perché a Ivrea non si assiste soltanto: si appartiene.

Alle 21.30 Piazza di Città è gremita. Lo Scarlo della Parrocchia di San Salvatore attende il fuoco. Accanto, la Vezzosa Mugnaia Valentina Campesato in Mantovani, simbolo di libertà e orgoglio popolare, è presente come in ogni momento decisivo. Le fiamme si alzano rapide, divorano il palo e il pagliericcio con un crepitio che rompe il silenzio. Gli sguardi sono tutti rivolti lì, verso quel falò che non è soltanto legna che brucia, ma un anno che si consuma per lasciare spazio al prossimo. Se lo Scarlo cade in avanti, è segno di buon auspicio. La folla trattiene il respiro, poi esplode in un applauso liberatorio. È un attimo, ma vale un inverno intero.

Alle 22.15 in piazza Lamarmora si consuma l’ultimo rito: l’abbruciamento dello Scarlo della Parrocchia di San Grato. È l’ultimo fuoco, l’ultima luce alta nella notte. Subito dopo, la musica cambia volto. Parte la marcia funebre. Le note scivolano lente tra i palazzi, penetrano nei vicoli, si appoggiano sulle spalle di chi ascolta. È un suono che Ivrea conosce bene, che accetta e aspetta ogni anno. Non è tristezza pura, è malinconia consapevole: la bellezza che finisce proprio perché è stata intensa.

Poi, alle 22.45, piazza Ottinetti diventa il cuore pulsante dell’addio. “Arvédze a giòbia ‘n bot”. Arrivederci a giovedì tra un anno. La frase si alza come un coro, detta e ridetta, quasi a voler fermare il tempo con la forza della tradizione. Non è un semplice saluto, è una promessa collettiva. Ci rivedremo. Torneremo qui. Rifaremo tutto da capo.

La marcia si conclude e, come vuole la tradizione, il Generale Mario Livio Gusta e lo Stato Maggiore, tenendosi a braccio, intonano la Canzone del Carnevale. Cantano e corrono verso il Palazzo Municipale. È una corsa vera, quasi liberatoria, che rompe per un momento la solennità. Le sciabole ondeggiano, i mantelli si sollevano, le voci si fanno più forti. È l’ultimo scatto di energia prima che il sipario cali definitivamente.

Alle 23.00, in Piazza di Città, viene letto il verbale di chiusura. Poche parole, ufficiali, ma cariche di significato. Il Carnevale è concluso. Le divise cominciano a sfilarsi, i cappelli si abbassano, le luci si fanno più fredde. Resta l’eco dei tamburi, resta l’odore del fumo, resta la consapevolezza di aver vissuto qualcosa che non è soltanto festa, ma identità.

E alla fine tutto si chiude davvero. Le piazze si svuotano piano, qualcuno resta ancora qualche minuto, come a voler prolungare l’incanto. Perché il Carnevale di Ivrea non finisce alle 23.00. Si ritira nelle case, nelle fotografie, nei racconti che da domani ricominceranno. E soprattutto si deposita nel cuore di una città che sa già che, prima o poi, tornerà a gridare, a cantare, a bruciare gli Scarli sotto un altro cielo di febbraio.

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