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Cronaca

Crans-Montana, la rabbia dei familiari travolge i Moretti prima dell’interrogatorio

Otto ore di domande sulle misure di prevenzione, lunedì tocca al capo dei pompieri

JACQUES MORETTI JESSICA MARIC - PROPIETARI DEL CRANS MONTANA

JACQUES MORETTI JESSICA MARIC - PROPIETARI LOCALE DI CRANS MONTANA

La tensione che per settimane è rimasta compressa tra silenzi, lacrime e dichiarazioni misurate è esplosa davanti alle telecamere. A Sion, nel campus universitario dove si svolgono le maxi-udienze sull’inchiesta per la strage di Capodanno al Constellation di Crans-Montana, la giornata di ieri si è trasformata in un confronto drammatico tra i proprietari del locale, Jacques e Jessica Moretti, e alcuni familiari delle vittime.

Meno di ventiquattro ore prima sembrava aprirsi uno spiraglio. Una stretta di mano tra Jacques Moretti e Leila Micheloud, madre di due ragazze rimaste ferite nel rogo, aveva dato l’impressione di un tentativo di riappacificazione. Ma al loro arrivo per l’interrogatorio di Jessica, poco prima delle 9 del mattino, la scena è cambiata radicalmente.

Urla, accuse, spintoni. Un parapiglia improvviso, davanti a un solo agente di polizia che ha potuto fare ben poco per contenere il contatto fisico tra chi protestava e gli indagati. «Siete la mafia, avete pagato 200 mila franchi ed è finita!», ha gridato Gulcin Kaya, madre di Taylan, morto nel fuoco del discobar. Jacques Moretti ha replicato: «No, non c’è mafia, sono un lavoratore». Ma la rabbia non si è placata. «Dov’è mio figlio? Come dormite? Come mangiate? Come respirate? Mio figlio dov’è?», ha insistito la donna.

L’imprenditore corso ha tentato una risposta: «Mi dispiace, mi dispiace, ci prenderemo le nostre responsabilità, siamo qui per la giustizia». Parole che non hanno convinto molti dei presenti. Michel Pidoux, padre di Tristan, il 17enne morto al Constellation, ha commentato con amarezza: «Jacques ci ha detto che prenderà la sua colpa, ma non prenderà niente: le sue sono solo parole. Questa gente non ha il cuore, solo il cuore dei soldi».

L’incontro non era inizialmente previsto. Gli avvocati dei Moretti avevano pensato di farli accedere all’aula dai sotterranei dell’università, evitando il presidio annunciato dai familiari. Poi un cambio di programma. «Sono stati i Moretti a volerli incontrare», ha spiegato l’avvocato Nicola Meier. Ma l’esito è stato opposto alle intenzioni. «C’è stata un’aggressione, l’avete vista, c’è stato uno straripamento di tipo fisico», ha aggiunto il legale, che durante una pausa dell’interrogatorio ha subito a sua volta uno strattonamento da parte del fratello di una vittima.

La paura e l’alterazione di quei minuti hanno condizionato l’udienza, una maxi-sessione con quasi cinquanta avvocati e una decina di familiari presenti. In apertura la procuratrice generale aggiunta del Cantone Vallese, Catherine Seppey, ha dovuto richiamare tutti alla calma, chiedendo «un clima più consono» all’accertamento dei fatti.

Dentro l’aula, per otto ore, Jessica Moretti ha risposto alle domande degli inquirenti e dei legali delle parti civili. È stato un interrogatorio lungo e serrato, durante il quale l’imprenditrice ha ammesso alcune falle nella gestione della sicurezza del locale. Tra queste, la mancanza di prove di evacuazione. «Non sono mai state fatte perché nessuno ci ha mai detto che dovevamo farle», si è giustificata.

Una frase destinata a pesare nel procedimento che ruota attorno alla tragedia costata la vita a 41 persone e che ha provocato 115 feriti. Sulla prevenzione sono emerse altre incongruenze. Jessica ha sostenuto che la sera di Capodanno fossero presenti due buttafuori, ma dalla documentazione acquisita dalla procura risulta ingaggiato un solo addetto alla sicurezza. Un dettaglio che, secondo le parti civili, potrebbe aver inciso sulla gestione degli accessi e sulle prime fasi dell’emergenza.

Ripercorrendo i momenti immediatamente successivi allo scoppio dell’incendio, Jessica Moretti ha spiegato la propria uscita precipitosa dal locale. «Non si può andare contro un incendio. La mia priorità era dare l’allarme, far evacuare le persone e chiamare i pompieri il più rapidamente possibile. Io stessa sono figlia di un pompiere ed è il mio riflesso», ha dichiarato tra le lacrime.

Alcuni legali delle vittime hanno preso le distanze dagli scontri avvenuti all’esterno. «Le vittime hanno bisogno di verità e giustizia, ma non di giustizia privata», ha affermato l’avvocato Albert Habib. Più netto il commento del collega Fabrizio Ventimiglia: «Non condivido questo tentativo di operazione simpatia: non siamo qui per provare un avvicinamento alle vittime, che si può fare altrove, in privato. Siamo in un tribunale per accertare la verità e le responsabilità».

Il calendario dell’inchiesta prosegue. Lunedì 16 febbraio sarà interrogato David Vocat, capo dei pompieri di Crans-Montana, mentre mercoledì 18 febbraio sarà sentito Jankovic Predrag, il buttafuori in servizio la notte di Capodanno. Le responsabilità sulla gestione della sicurezza, sui controlli e sull’organizzazione della serata restano il nodo centrale di un procedimento che continua a scuotere l’opinione pubblica svizzera e internazionale.

Fuori dall’aula, però, resta il dolore. Un dolore che non trova pace nelle formule giuridiche né nelle strategie difensive. Le urla di quella mattina hanno mostrato quanto sia fragile il confine tra processo e tragedia personale. E quanto, in casi come questo, la ricerca della verità debba camminare accanto a una rabbia che chiede risposte, non gesti simbolici.

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