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Cronaca

Non solo un militare: la storia di Erik, figlio di Limone

Muore a 30 anni durante un’esercitazione. Il ricordo di chi lo ha conosciuto restituisce una vita alla cronaca

Non solo un militare: la storia di Erik, figlio di Limone

Erik Pettavino

La cronaca arriva secca, impersonale, come accade sempre quando la montagna decide di presentare il conto. Erik Pettavino, 30 anni, finanziere del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, muore dopo essere stato travolto da una valanga durante un’esercitazione in alta quota. Succede in Lombardia, sopra la diga di Montespluga. I soccorsi scattano subito, l’elicottero, la corsa disperata verso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Poi, dopo ore di speranza appesa a un filo sottilissimo, l’epilogo: morte cerebrale. Una vita spezzata mentre stava facendo ciò che aveva scelto di fare, prepararsi a salvare altre vite.

È così che la notizia rimbalza da un’agenzia all’altra. Poche righe, tutte uguali. Un nome, un’età, un corpo travolto dalla neve. Un’altra tragedia in montagna. Ma dietro quel nome, dietro quella formula fredda e ripetuta, c’era molto di più. C’era una storia che meritava di essere raccontata. E che qualcuno, nella notte insonne seguita alla notizia, ha sentito il bisogno urgente di condividere.

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“Una notte lunga e insonne sta scorrendo. Leggo qualunque cosa, in maniera ipnotica, facendomi passare davanti la stessa notizia rimpastata da ogni organo di informazione”, scrive Davide, uno di quelli che Erik Pettavino non lo ha conosciuto da adulto, in divisa, ma da bambino, quando la vita era ancora tutta davanti e nessuno poteva immaginare un finale così crudele. “Li ringrazio mentalmente tutti, perché ogni spazio dato è un tassello d'onore per il tributo di una vita tolta al suo futuro. Poi è arrivato un articolo, e di colpo il militare di Limone morto sotto la valanga mi è parso che sia esistito davvero per qualcuno”.

Limone Piemonte non è solo un paese. È una comunità che si conosce tutta, che si guarda negli occhi, che cresce insieme. È uno di quei luoghi da cui, come scrive Davide, “non vai mai via davvero”. E Erik era figlio di quel tessuto umano fitto, quotidiano, fatto di balconi che si affacciano l’uno sull’altro e di chiacchiere pomeridiane.

“Laura con il marito Piero Pettavino abitava lungo la strada che dal centro di Limone portava alla seggiovia del Sole”, racconta Davide. “Ricordo Laura in primavera con una maglietta bianca: ‘Non sono grassa, sono incinta’. Solo dopo scoprii che quella pancia era un sogno, dopo gravidanze interrotte. Erik era un dono atteso, desiderato, quasi difeso dalla vita stessa”.

Erik cresce lì, sotto quei balconi. La prima macchinina a pedali. La prima divisa giallo limone dello Sci Club Fondo. La spinta, la fatica, la determinazione. “Erik amava spingere, e cavolo se era bravo”. Poi arriva Anna, la sorellina, oggi ventenne. E c’è quell’immagine semplice e potentissima: Erik che la accompagna a scuola tenendola per mano, salutando chiunque incontri. Senza fretta. Senza rumore.

“Sognavo di riuscire a educare i miei due figli perché fossero anche solo un po’ come lui, buoni e generosi”, scrive Davide. Parole che pesano come pietre, perché dette dopo, quando tutto è già successo.

Gli anni passano. Erik cresce, migliora, eccelle. Lo sport non è solo passione, diventa strada. I risultati nello sci nordico e nello sci alpinismo lo portano nel gruppo sportivo della Guardia di Finanza, poi nel Sagf. Una scelta che, per chi lo conosceva, non sorprendeva affatto. “Ci sono persone che nascono per aiutare gli altri. Erik era così”.

Tornava a Limone, ogni tanto. Ma in realtà non se n’era mai andato. Perché in un paese di 1.400 abitanti sei sempre qualcosa per qualcuno: il compagno di scuola, il figlio di un amico, il nipote di Guido, storico gestore del market e assessore comunale amatissimo per decenni. Un cognome che racconta già una storia, una famiglia intrecciata alla vita del paese.

E allora quella definizione asciutta, “giovane militare travolto da una valanga”, non basta più. Non basta a raccontare la prima macchinina, la maglietta di una madre, una sorella per mano, una divisa indossata per vocazione. Non basta a spiegare perché una notte qualcuno non riesce a dormire e sente il bisogno di scrivere.

“Ho pensato, con queste forse noiose parole, di fargliela conoscere ancora un pochino, prima che la terra lo ricopra troppo presto”, conclude Davide. Non sono parole noiose. Sono parole necessarie. Perché la cronaca informa, ma sono i racconti come questo che restituiscono dignità alla vita. E Erik Pettavino, prima di essere una notizia, è stato esattamente questo: una vita. Una vita vera. Insomma, una di quelle che non dovrebbero finire così presto.

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