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Cronaca

Morte di Mara Favro, il tribunale archivia: respinta la richiesta della famiglia

Per il tribunale, l'ipotesi dell'omicidio non regge. Respinta l'opposizione della famiglia alla richiesta della Procura

Morte di Mara Favro, il tribunale archivia: respinta la richiesta della famiglia

Morte di Mara Favro, il tribunale archivia: respinta la richiesta della famiglia

Un fascicolo che si chiude senza un colpevole e senza una ricostruzione definitiva. Il Tribunale di Torino ha disposto oggi l’archiviazione dell’inchiesta sulla morte di Mara Favro, la cameriera scomparsa nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2024 da Chiomonte, in Val di Susa, e ritrovata senza vita mesi dopo, ai piedi di un dirupo nel territorio di Gravere. Il giudice ha accolto la richiesta avanzata dalla Procura di Torino e ha respinto l’opposizione formale presentata dai familiari: per il Tribunale, allo stato degli atti, non ci sono elementi sufficienti per sostenere in giudizio l’ipotesi di omicidio.

La decisione è destinata a segnare uno spartiacque in una vicenda che per quasi due anni ha alimentato interrogativi, sospetti e attese. Da un lato, l’effetto immediato è quello di alleggerire la posizione di chi, nel corso delle indagini, era finito nel registro degli indagati; dall’altro, resta la frattura aperta di una famiglia che chiedeva ulteriori verifiche e che oggi si ritrova davanti a un provvedimento che, almeno per ora, ferma la strada processuale.

Il punto di arrivo giudiziario parte da un passaggio tecnico preciso. La Procura aveva già chiesto l’archiviazione dopo mesi di attività investigative, ritenendo insufficienti gli elementi per sostenere un’accusa in aula; su quella richiesta si era innestata l’opposizione della famiglia, presentata dall’avvocato Roberto Saraniti, con la richiesta di nuovi approfondimenti. Il giudice, però, ha scelto di non riaprire il perimetro degli accertamenti e di fermare il procedimento.

Mara Favro

Il caso, sin dall’inizio, è stato una sequenza di buchi e di attese. Mara Favro sparisce dopo una serata di lavoro a Chiomonte. Per mesi le ricerche si inseguono lungo l’asse della valle, con segnalazioni, sopralluoghi, piste diverse. I resti vengono poi rinvenuti nel 2025 in un’area impervia di Gravere, al fondo di un dirupo, un punto che riporta la vicenda su binari ancora più complessi: non solo capire che cosa sia accaduto, ma anche ricostruire i tempi, gli spostamenti, e il perché di un ritrovamento arrivato così tardi.

Nel corso dell’inchiesta, due nomi erano diventati centrali sul piano investigativo: Vincenzo Luca Milione, titolare della pizzeria “Don Ciccio”, e Cosimo Esposto, ex pizzaiolo del locale, dove Favro aveva lavorato. L’ipotesi contestata nel fascicolo – come riportato in più ricostruzioni giornalistiche – comprendeva reati come omicidio e occultamento di cadavere. Con l’archiviazione, questa pista viene congelata: non perché una verità alternativa sia stata certificata in modo definitivo, ma perché, secondo la valutazione del giudice, non c’è materiale probatorio sufficiente per sostenere l’accusa in giudizio.

È qui che si innesta la distanza tra la lettura giudiziaria e quella dei familiari. La difesa della famiglia aveva depositato un’istanza articolata, puntando su elementi che a loro avviso meritavano ulteriori riscontri: presunte contraddizioni, passaggi investigativi ritenuti incompleti, aspetti ancora oscuri sulla dinamica e sulle tempistiche. Nel dibattito pubblico, la famiglia e il legale hanno più volte contestato l’idea di una chiusura senza ulteriori accertamenti, chiedendo al giudice di imporre nuove indagini prima di fermare tutto.

L’archiviazione, va ricordato, non è una “sentenza di innocenza” e non equivale a una ricostruzione definitiva dei fatti: è un provvedimento che fotografa un punto specifico, cioè l’assenza – secondo la Procura e secondo il giudice – di elementi idonei a sostenere una contestazione penale in un processo. Proprio per questo, in astratto, non rappresenta un sigillo irreversibile: se dovessero emergere nuovi elementi rilevanti, la Procura può chiedere la riapertura delle indagini. Ma oggi, nero su bianco, il procedimento si ferma qui.

La vicenda Favro resta così sospesa in un territorio che la giustizia conosce bene e che spesso è il più difficile da spiegare: quello in cui un’indagine si chiude non perché tutto sia stato chiarito, ma perché non c remindsce quel livello di prova necessario per andare avanti. Nel frattempo, fuori dalle aule, restano le domande che hanno accompagnato ogni fase: la dinamica della morte, i movimenti nelle ore della scomparsa, le scelte investigative, i tempi del ritrovamento, e l’impressione – per chi cerca risposte – che qualcosa non torni ancora.

Per la famiglia di Mara Favro, l’archiviazione è un colpo che pesa anche sul piano simbolico: significa vedere spegnersi, almeno per ora, la possibilità di far discutere tutto in un’aula di tribunale. Per gli indagati, significa uscire da un’ombra pesantissima. Per la Val di Susa, significa aggiungere un capitolo amaro a una storia che, oggi più che mai, somiglia a una pagina chiusa senza una parola conclusiva.

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