Resta ricoverata in condizioni gravissime all’ospedale Giovanni Bosco di Torino Luciana Cat Berro, 65 anni, residente a Caselle Torinese, vittima di un tentato omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato. La donna è in coma, in prognosi riservata, dopo essere stata colpita alla testa con una pistola sparachiodi. Per l’aggressione è stato arrestato il figlio Paolo Ferri, 40 anni, ora detenuto nel carcere di Torino.

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, l’episodio si è consumato all’interno dell’abitazione condivisa da madre e figlio, in via Torino, immobile che ospita anche l’azienda agricola di cui il quarantenne è titolare. L’arma utilizzata sarebbe una pistola sparachiodi, di quelle impiegate per l’abbattimento degli animali. A chiamare il 112, intorno alle tre del mattino, è stato lo stesso Ferri, che avrebbe pronunciato parole che restano agli atti dell’indagine: «Venite qui, ho ammazzato mia mamma».
Pochi minuti dopo sono intervenute diverse pattuglie dei carabinieri della compagnia di Venaria e il personale sanitario del 118 di Azienda Zero. I medici hanno avviato le manovre di rianimazione sul posto prima del trasporto d’urgenza della donna in ospedale. Il figlio è stato condotto in caserma a Caselle, interrogato per alcune ore e quindi arrestato. Al termine dei rilievi effettuati dalla scientifica, l’abitazione è stata posta sotto sequestro.
Gli inquirenti parlano di rapporti familiari deteriorati da tempo, culminati nell’ennesimo litigio degenerato in violenza. Ma il quadro investigativo si è arricchito di elementi inquietanti emersi nelle ore successive all’arresto. Prima dell’aggressione, Paolo Ferri avrebbe inviato a un amico un messaggio vocale nel quale anticipava in modo esplicito quanto stava per accadere. In quell’audio, oggi al vaglio degli investigatori, l’uomo avrebbe ammesso l’uso di alcol e droghe e manifestato un rancore profondo nei confronti della madre e della sorella, arrivando a dire: «Non le sopportavo più, volevo ucciderle».
Nel messaggio, Ferri avrebbe anche raccontato il proprio stato di alterazione, affermando: «Ho bevuto l’impossibile, mi sono fatto un cannone», parole che secondo gli inquirenti non rappresenterebbero un semplice sfogo, ma un segnale chiaro di una volontà violenta. Dagli accertamenti emerge inoltre che non si sarebbe trattato di un episodio isolato: l’uomo avrebbe confidato a una conoscente, già alcuni giorni prima, l’intenzione di uccidere la madre e la sorella, frasi che allora non avevano avuto conseguenze immediate ma che oggi assumono un peso determinante nell’inchiesta.
Dopo l’aggressione, la donna è rimasta a terra gravemente ferita, colpita alla testa, mentre il figlio ha ammesso la responsabilità del gesto. Le indagini, coordinate dai carabinieri della compagnia di Venaria, delineano un contesto fatto di conflitti familiari profondi, disagio psicologico e abuso di sostanze. Dopo la perdita del padre, Ferri avrebbe attraversato periodi difficili, vivendo una condizione di progressivo isolamento, pur essendo descritto nella zona come una persona tranquilla e un allevatore stimato.
Il messaggio vocale acquisito dagli investigatori assume ora un ruolo centrale nell’indagine, perché anticipa il gesto e contribuisce a definire il grado di consapevolezza dell’uomo al momento dell’aggressione. Restano da chiarire molti aspetti, a partire dall’evoluzione delle condizioni cliniche di Luciana Cat Berro e dall’eventuale presenza, in passato, di segnalazioni di disagio o interventi dei servizi sociali. Una vicenda che, mentre si attende l’esito delle indagini e le decisioni dell’autorità giudiziaria, lascia sullo sfondo una famiglia distrutta e una donna che lotta tra la vita e la morte.