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Cronaca

“Bambini manipolati per pilotare i giudici”, in aula a Torino il racconto shock sul post-Bibbiano

Al processo sugli affidamenti la testimonianza del colonnello dei carabinieri riapre uno dei capitoli più delicati del post-Bibbiano

“Bambini manipolati per pilotare i giudici”, in aula a Torino il racconto shock sul post-Bibbiano

“Bambini manipolati per pilotare i giudici”, in aula a Torino il racconto shock sul post-Bibbiano

Un’aula silenziosa, parole pesanti, immagini che evocano scenari estremi. È stata una testimonianza destinata a lasciare il segno quella resa oggi in Tribunale a Torino dal colonnello Vincenzo Bertè, ufficiale dei Carabinieri che coordinò le indagini su un caso di affidamento di minori finito al centro di un lungo procedimento penale. Un racconto che ha riportato al centro del dibattimento l’ipotesi di una manipolazione psicologica dei bambini per orientare le decisioni dei giudici.

«Le affidatarie dei bambini hanno tentato di manipolarne le menti per pilotare le decisioni del giudice», ha dichiarato il colonnello in aula. Poi il passaggio più sconvolgente, riferito a un episodio collocato alla vigilia di un’udienza: «Una volta, alla vigilia di un’udienza, gli fecero vedere un docufilm su un campo di concentramento: c’erano dei bimbi che volevano la mamma, e un uomo in camice bianco arrivava e li mandava nei forni crematori».

La deposizione si inserisce nel processo che riguarda le presunte irregolarità nell’affidamento di due bambini di origine nigeriana a una coppia omogenitoriale, una vicenda che si è sviluppata tra il 2013 e il 2021. Sul banco degli imputati siedono le due affidatarie e la psicoterapeuta Nadia Bolognini, ex moglie di Claudio Foti, lo specialista processato e successivamente assolto nel noto “caso Bibbiano”.

Il procedimento torinese, nel corso degli anni, ha progressivamente ridimensionato l’impianto accusatorio iniziale. La stessa procura non ha trovato riscontri all’ipotesi di un “sistema Bibbiano” operativo anche nel capoluogo piemontese. All’udienza preliminare del 2024, il gup aveva disposto il non luogo a procedere per alcune operatrici e dirigenti dei servizi sociali del Comune di Torino. Sono invece rimaste in piedi, limitatamente a questo singolo episodio, le accuse di maltrattamenti e frode processuale, oggi al vaglio del collegio giudicante.

La testimonianza del colonnello Bertè non è però passata senza contestazioni. Le difese hanno subito messo in discussione l’impostazione del racconto, intervenendo in modo netto. «Le sue sono interpretazioni personali. Sta omettendo una parte della storia per costruire una narrazione differente. Non lo possiamo permettere», hanno affermato in aula gli avvocati delle imputate, chiedendo che il testimone si attenesse ai fatti documentati.

Di segno opposto la posizione della pm Giulia Rizzo, che ha difeso la legittimità della deposizione. Un confronto serrato, che ha costretto il tribunale a intervenire per ricondurre l’esame entro binari più rigorosi.

I giudici hanno in parte recepito le obiezioni delle difese, chiedendo al colonnello di evitare valutazioni personali e di limitarsi alla lettura di intercettazioni ambientali e telefoniche ritenute rilevanti per il processo. È stato inoltre chiarito che il materiale proveniente dalle indagini della procura di Reggio Emilia sul caso Bibbiano non è di interesse, se non nella misura in cui riguardi esclusivamente l’episodio torinese oggetto del dibattimento.

La seduta ha così restituito tutta la complessità di un processo che continua a muoversi su un crinale delicatissimo: da un lato la tutela dei minori e la ricostruzione di eventuali condotte manipolatorie, dall’altro il rischio di sovrapporre casi diversi e di caricare il singolo episodio di significati sistemici che la giustizia, almeno finora, non ha riconosciuto. La partita giudiziaria resta aperta, ma il clima in aula conferma quanto il tema degli affidamenti e del ruolo degli adulti che li gestiscono resti uno dei terreni più sensibili e controversi del panorama giudiziario italiano.

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