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Cronaca
18 Gennaio 2026 - 12:03
San Salvario, dodici coltellate e troppe ombre: tre arresti, versioni opposte e il mistero della ragazza scomparsa
Un quartiere affollato, una sera di fine settembre, e una violenza improvvisa che ancora oggi fatica a trovare una verità condivisa. A San Salvario, la notte del 26 settembre, una discussione in strada si è trasformata in una brutale aggressione a coltellate: oltre una dozzina di fendenti inferti a un giovane senegalese, colpito alla schiena, al collo e al volto. È sopravvissuto, oggi è fuori pericolo, ma attorno a quella manciata di minuti si addensa un’inchiesta complessa, fatta di tre arresti, versioni contrapposte e di un dettaglio che continua a sfuggire: una ragazza bionda mai identificata.
Secondo gli atti, l’aggressione è stata di una violenza estrema, con atti diretti a procurare la morte. I fendenti sarebbero stati più di dodici, sferrati in rapida successione, in strada, davanti a testimoni indiretti e in un contesto urbano densamente frequentato. Il giovane è stato soccorso e trasportato in ospedale, dove i medici sono riusciti a stabilizzarlo. La sua testimonianza, attesa e cruciale, è uno degli snodi centrali dell’indagine.
Per la Procura, il movente sarebbe chiaro e lineare: un furto predatorio. L’obiettivo, secondo l’accusa, era un iPhone 12 che la vittima stava utilizzando al telefono. L’accoltellamento, nella ricostruzione degli inquirenti, sarebbe stato il mezzo per sottrarre il cellulare. Con questa ipotesi, sono finiti in carcere tre giovani, due ragazzi e una ragazza, accusati di tentato omicidio e detenuti al Lorusso e Cutugno. Un’azione violenta, rapida, con un bottino minimo e un rischio massimo: così la Procura inquadra l’episodio.
La difesa, però, ribalta il quadro. Nega l’esistenza di un piano predatorio e parla di un’escalation nata da una discussione animata. Secondo i legali, i due ventenni arrestati sarebbero intervenuti per proteggere una ragazza coinvolta in un alterco con la vittima. La violenza, sempre secondo questa versione, non sarebbe stata preordinata, ma frutto di un confronto degenerato in pochi istanti. Gli indagati, dopo l’episodio, avrebbero cercato rifugio a casa di un’amica — anch’essa ora in carcere — mentre venivano inseguiti da amici del giovane ferito.

C’è di più. Per la difesa, sarebbe stata la vittima a estrarre per prima un coltello, innescando una reazione concitata. A sostegno di questa tesi vengono richiamati elementi clinici: ferite da taglio alle mani riscontrate anche sugli indagati, compatibili — secondo i legali — con un tentativo di difesa o di disarmo. Un dettaglio che, se confermato e contestualizzato, potrebbe cambiare la lettura dell’intera sequenza.
Il punto più controverso resta il ruolo della ragazza arrestata. Gli atti parlano di una giovane che avrebbe tenuto bloccata a terra la vittima durante l’aggressione, facilitando i fendenti. Gli indagati, però, negano che sia stata lei e introducono un elemento nuovo e destabilizzante: una seconda ragazza, bionda, mai identificata, che avrebbe immobilizzato il giovane e sarebbe poi scomparsa subito dopo i fatti. Un dettaglio che apre un fronte delicatissimo.
A rendere il quadro ancora più intricato c’è la questione della parrucca blu. Al momento dell’arresto, la giovane finita in carcere indossava una parrucca di quel colore. Per la difesa, questo la escluderebbe dal ruolo attribuitole: non potrebbe essere la ragazza bionda vista durante l’aggressione. La Procura replica: la parrucca potrebbe essere stata indossata dopo l’accoltellamento, nel tentativo di alterare l’aspetto e confondere eventuali riconoscimenti.
Anche il capitolo armi è tutt’altro che chiuso. Sul luogo dell’aggressione sarebbero stati coinvolti tre coltelli: due in mano agli indagati, uno di dimensioni maggiori e un coltellino, e un terzo che potrebbe appartenere alla stessa vittima. La pluralità delle lame, incrociata con le lesioni riportate da tutti i protagonisti, rende la ricostruzione tecnica particolarmente complessa e impone verifiche puntuali su dinamica, tempi e responsabilità individuali.
L’inchiesta è ancora nella fase istruttoria. Gli interrogatori dei tre arrestati proseguono, così come gli accertamenti su immagini, tracciati e testimonianze. Restano due nodi decisivi: chiarire chi abbia innescato la violenza e definire il movente reale. La testimonianza della vittima e l’eventuale identificazione della ragazza bionda indicata dagli indagati sono tasselli che possono spostare l’ago della bilancia.
In questo scenario, ogni dettaglio pesa. La parrucca blu, le ferite alle mani, il cellulare conteso, la pluralità delle armi: elementi che, presi singolarmente, dicono poco; letti insieme, possono ridisegnare la scena. Fino a quando il quadro probatorio non sarà completo, resta un principio cardine: la presunzione di innocenza. Saranno gli accertamenti e le prossime audizioni a stabilire ruoli e responsabilità, restituendo a una notte di San Salvario una verità che oggi appare ancora frammentata.
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