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Cronaca
07 Gennaio 2026 - 15:25
Capotreno ucciso a Bologna, Jelenic già denunciato in passato per porto di coltelli almeno 5 volte
La morte di Alessandro Ambrosio, capotreno, non è solo una notizia nera: è un punto di rottura. Perché dietro quel colpo di lama che lo ha ucciso a Bologna Centrale c’è un interrogativo che torna sempre uguale quando la cronaca diventa tragedia pubblica: quante volte, prima, qualcuno aveva già visto i segnali? E soprattutto: perché non sono bastati?
L’uomo indicato come autore dell’omicidio è Marin Jelenic, 36 anni, arrestato dopo la fuga. Le ricostruzioni degli inquirenti, rimbalzate nelle ore successive tra procure e questure, stanno componendo un mosaico che attraversa più città e più interventi delle forze dell’ordine. Un percorso che – almeno stando alle informazioni finora emerse – non nasce il giorno dell’aggressione, ma molto prima, tra controlli, denunce per porto di coltelli e procedimenti finiti senza conseguenze pesanti.
Sull’omicidio, il punto fermo è la dinamica essenziale: Ambrosio viene colpito e muore. Il resto – motivazioni, sequenza precisa, contesto – è materia d’indagine. Ma già oggi, nella cronaca giudiziaria, pesa ciò che viene dopo: la caccia all’uomo, l’arresto e la risalita all’indietro, come si fa quando un fatto irreparabile costringe a guardare gli atti uno per uno.
Secondo la ricostruzione riportata da Adnkronos, l’arresto arriva a Desenzano del Garda, dopo che l’indagato avrebbe tentato di far perdere le proprie tracce e di oltrepassare il confine verso l’Austria. Sarebbe stato individuato e bloccato dagli investigatori della Squadra Mobile. Nel racconto degli investigatori, la fuga avrebbe avuto un’accelerazione dopo il delitto, con spostamenti rapidi e una rotta che punta a nord.
Dentro questa cornice, emergono dettagli che spiegano perché il nome di Jelenic non fosse sconosciuto alle forze dell’ordine. Adnkronos parla di un profilo già attenzionato e di passaggi precedenti legati a controlli e provvedimenti amministrativi, inclusi – sempre secondo la ricostruzione – un ordine di allontanamento e un contesto di marginalità.
Il punto più delicato, però, è ciò che in queste ore sta tornando con insistenza: dal 2023, Jelenic sarebbe stato controllato e denunciato più volte nel Nord Italia per il porto di armi bianche, ma alcuni procedimenti sarebbero stati archiviati per particolare tenuità del fatto, restituendolo di fatto alla libertà. È un passaggio che, nel linguaggio giudiziario, ha un peso tecnico preciso: la tenuità serve a chiudere casi ritenuti marginali o non meritevoli di sanzione penale piena. Ma quando, a posteriori, quel “marginale” diventa l’anticamera di un omicidio, la percezione pubblica cambia, e con essa la domanda politica e sociale: com’è possibile che una scia di segnalazioni non abbia prodotto un argine?

Alessandro Ambrosio
Su questo terreno si muove anche l’informazione locale. Il Resto del Carlino, ricostruendo i passaggi dell’inchiesta, insiste sul tema dei precedenti controlli e sul fatto che l’indagato sia rimasto in circolazione nonostante episodi che avevano già portato a interventi e segnalazioni. Il quadro, al momento, è quello di un “filo” che attraversa città diverse e che solo adesso viene rimesso in ordine dagli investigatori, nel tentativo di capire se e dove si sarebbe potuto intervenire prima.
È in questo punto che la vicenda smette di essere solo un fatto di sangue e diventa un caso che coinvolge il sistema. Perché l’archiviazione per tenuità del fatto, di per sé, non è uno scandalo: è una scelta prevista dall’ordinamento, applicata ogni giorno. Il problema nasce quando la somma di episodi “tenui” disegna una traiettoria, e la traiettoria – oggi – porta a un capotreno ucciso.
Il nome di Alessandro Ambrosio diventa così il centro di una doppia storia. Da un lato, la tragedia di un lavoratore dei trasporti colpito in un luogo che dovrebbe restare pubblico e sorvegliato, la stazione, e in un momento che – per definizione – appartiene alla routine di migliaia di persone. Dall’altro, la storia di un sospettato che non spunta dal nulla, ma che, almeno in base agli elementi finora raccontati dagli inquirenti e dai media, si porta dietro un curriculum di interventi, controlli, provvedimenti e porte richiuse senza serratura.
Resta un ulteriore punto, che incrocia la sicurezza quotidiana: il tema del porto di coltelli e della loro “normalizzazione” nelle cronache urbane. In questi anni, taglierini, lame e coltelli da cucina compaiono spesso nei verbali come oggetti “trovati addosso” a persone fermate per ragioni diverse: disturbo, controlli, segnalazioni. Ogni singolo episodio può sembrare piccolo, persino amministrativo. Ma quando quel catalogo di oggetti si ripete e attraversa gli anni, diventa un indicatore di rischio che non si può liquidare come rumore di fondo.
L’inchiesta sull’omicidio Ambrosio, adesso, dovrà fare quello che la giustizia fa nei casi più difficili: distinguere i fatti dalle suggestioni, le responsabilità individuali dalle falle sistemiche, le decisioni legittime (come un’archiviazione) dalle conseguenze imprevedibili che, a posteriori, sembrano ovvie. Ma una cosa è già chiara: nella morte di Alessandro Ambrosio non c’è solo la violenza di un gesto, c’è la domanda su tutto ciò che, prima di quel gesto, non ha funzionato abbastanza.
E mentre la Procura lavora sui reati contestati e sulle prove, fuori dagli atti resta il punto umano e collettivo: un capotreno ucciso non è “uno dei tanti”. È un confine che si sposta. Perché riguarda chi viaggia, chi lavora, chi presidia ogni giorno un pezzo di infrastruttura civile. E perché quando la cronaca inchioda un Paese ai suoi buchi – tra sicurezza, prevenzione e risposte giudiziarie – la domanda non è più soltanto “chi è stato”, ma “perché è stato possibile”.
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