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Lei lo racconta in aula, lui la trascina nel ricatto: la storia di una donna finita in una incubo da un “gioco di coppia”

Dal controllo psicologico alle minacce, fino alla prostituzione forzata: a Torino condannato a oltre cinque anni

Lei lo racconta in aula, lui la trascina nel ricatto: la storia di una donna finita in una incubo da un “gioco di coppia”

Lei lo racconta in aula, lui la trascina nel ricatto: la storia di una donna finita in una incubo da un “gioco di coppia”

Era iniziata come una richiesta apparentemente innocua, dentro una relazione sentimentale che lei pensava basata sulla fiducia. Qualche fotografia ai piedi, un feticismo che l’uomo definiva un gioco di coppia, qualcosa di privato, controllato, quasi banale. È finita invece in una spirale di manipolazione, ricatti, minacce e sfruttamento della prostituzione, certificata oggi da una sentenza del Tribunale di Torino, che ha condannato l’imputato a cinque anni e quattro mesi di reclusione.

Il processo ha restituito una vicenda che, secondo i giudici, va ben oltre qualsiasi consenso iniziale. Un percorso graduale, costruito pezzo dopo pezzo, in cui la volontà della donna è stata progressivamente compressa fino a essere annullata. Lei, 34 anni, impiegata, italiana, ha trovato il coraggio di raccontarlo in aula, ripercorrendo ogni passaggio di quella relazione che da privata è diventata una gabbia.

«All’inizio gli chiesi se fosse impazzito. Non mi sembrava una cosa tanto normale», ha raccontato davanti ai giudici. La richiesta di fotografare i piedi e di condividerli con terzi l’aveva lasciata perplessa, ma lui insisteva, minimizzava, rassicurava. «Diceva che avrebbe mandato le immagini solo a chi le chiedeva». È il primo gradino di una scala che, col tempo, si è fatta sempre più ripida.

Dalle fotografie si è passati alle proposte di incontro. L’uomo le spiegava che quegli stessi soggetti volevano conoscerla di persona. Ogni rifiuto diventava un pretesto per alzare il livello della pressione. «Quando mi rifiutavo partivano gli insulti, le pressioni psicologiche, le minacce di mostrare le foto alla mia famiglia», ha detto la donna. Un meccanismo classico di controllo, fondato sulla paura e sulla vergogna.

Il tribunale ha ritenuto che quel comportamento integri pienamente il reato di sfruttamento della prostituzione, perché il consenso iniziale, ammesso che ci fosse, è stato travolto da una serie di condotte coercitive. Non una scelta libera, ma un obbligo imposto attraverso la minaccia di distruzione della reputazione personale e familiare.

La donna ha raccontato episodi che rendono plastica la violenza psicologica subita. «Una volta sul citofono della casa di mamma attaccò un post it con una frase infamante». Un gesto mirato, pensato per colpire non solo lei, ma anche i suoi affetti più intimi. È in quel periodo che la relazione si spezza definitivamente. «Smisi di vederlo nel maggio 2022 e me ne andai in un’altra città».

Ma l’allontanamento fisico non ha significato la fine dell’incubo. Secondo quanto riferito in aula, l’uomo ha continuato a perseguitarla con messaggi, telefonate, contatti ossessivi. «In tutto ne avrò ricevuti duemila, l’ultimo ancora ad agosto del 2025». Un dato che restituisce la durata e la sistematicità del comportamento, e che rafforza il quadro di violenza persistente ricostruito dall’accusa.

La donna ha spiegato di non aver denunciato subito per paura. Una paura concreta, alimentata da minacce continue e dalla consapevolezza che l’uomo aveva già dimostrato di essere disposto a colpire. La vicenda è emersa solo in seguito, quando un giovane – oggi parte civile nel processo, assistito dall’avvocato Piero Casciaro – si è rivolto alle forze dell’ordine denunciando un tentativo di estorsione. L’imputato lo avrebbe ricattato per un video in cui compariva insieme alla trentaquattrenne.

È da quell’episodio che l’inchiesta ha preso forma, portando alla ricostruzione di un sistema di ricatti incrociati e alla contestazione di più reati. La condanna pronunciata oggi riguarda infatti sia lo sfruttamento della prostituzione sia l’estorsione, due facce della stessa strategia di dominio.

L’imputato, italiano, residente nell’hinterland torinese, non si è mai presentato in aula e non ha fornito la propria versione dei fatti. Un’assenza che pesa sul piano processuale e simbolico. Il suo difensore d’ufficio, l’avvocato Luigi Del Vento, ha commentato la sentenza annunciando possibili sviluppi. «Il mio assistito non si è presentato in aula e non ha fornito la sua versione. Leggerò le motivazioni della sentenza e, nel suo interesse, farò in modo di contattarlo per il ricorso in appello. Ero e resto convinto che la vicenda presenti diversi aspetti da chiarire».

Per i giudici, però, il quadro probatorio è stato sufficiente a dimostrare come una relazione sentimentale sia stata trasformata in uno strumento di controllo totale, fino a sfociare nello sfruttamento sessuale e nel ricatto economico. Una storia che mostra come la violenza non inizi sempre con uno schiaffo, ma possa insinuarsi attraverso richieste apparentemente marginali, normalizzate, rese accettabili un passo alla volta.

La sentenza di Torino fotografa un fenomeno spesso invisibile: quello della violenza psicologica e manipolativa, capace di annientare la libertà di una persona senza bisogno di catene. E restituisce voce a una donna che, dopo anni di silenzio, ha scelto di raccontare tutto in aula, mettendo fine a un incubo che era cominciato con una fotografia e si era trasformato in una prigione.

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