Cerca

Cronaca

Crac Auxilium e conti truccati: sette condanne a Torino chiudono un capitolo oscuro del basket cittadino

Dal sogno sportivo al fallimento del 2019, il tribunale certifica le responsabilità per le irregolarità fiscali della storica società

Crac Auxilium e i conti truccati: sette condanne a Torino chiudono un capitolo oscuro del basket cittadino

Crac Auxilium e i conti truccati: sette condanne a Torino chiudono un capitolo oscuro del basket cittadino

Sette condanne, pene comprese tra tre anni e un anno e nove mesi di reclusione, e una vicenda che torna a riaprire ferite mai del tutto rimarginate nello sport torinese. Il Tribunale di Torino ha pronunciato oggi la sentenza per il filone giudiziario legato al crac dell’Auxilium, la storica società di pallacanestro del capoluogo piemontese, fallita nel 2019 dopo anni di difficoltà economiche mascherate da una sopravvivenza solo apparente.

Tra i condannati figura Roberto Goveani, cui sono stati inflitti tre anni di reclusione. Un nome noto, soprattutto fuori dal parquet, perché negli anni Novanta fu presidente del Torino Calcio, esperienza breve ma rimasta nella memoria del tifo granata. La sua presenza tra gli imputati ha riportato sotto i riflettori una vicenda che non riguarda solo il basket, ma un modello di gestione che, secondo l’accusa, avrebbe scientemente aggirato le regole fiscali per rinviare l’inevitabile.

Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Torino, l’Auxilium avrebbe dovuto chiedere il fallimento già nel 2015, quando la situazione finanziaria era ormai compromessa. Invece, a partire dal 2016, il club avrebbe continuato l’attività sportiva facendo ricorso a un meccanismo ritenuto illecito: la creazione e l’utilizzo di crediti fiscali inesistenti nei confronti dell’erario, impiegati poi in indebita compensazione per far fronte a debiti tributari e contributivi.

Un sistema che, secondo i magistrati, avrebbe consentito alla società di guadagnare tempo, mantenendo l’iscrizione ai campionati e sostenendo i costi ordinari senza affrontare apertamente la crisi. La collaborazione di altre società, coinvolte nella costruzione dei crediti fittizi, avrebbe reso possibile l’operazione, prolungando artificialmente la vita del club fino al crollo definitivo.

Il fallimento dell’Auxilium, dichiarato nel 2019, segnò uno spartiacque per il basket torinese. La società, che per anni aveva rappresentato la città ai massimi livelli, era già precipitata in una spirale di problemi economici, penalizzazioni sportive e incertezze gestionali. L’uscita di scena non fu improvvisa, ma il risultato di una lunga agonia, fatta di stipendi in ritardo, rapporti tesi con i fornitori e una struttura finanziaria sempre più fragile.

L’inchiesta giudiziaria ha cercato di fare luce proprio su quel periodo di resistenza artificiale, quando, secondo l’accusa, invece di avviare le procedure concorsuali previste dalla legge, si sarebbe scelto di mascherare le perdite attraverso strumenti fiscali irregolari. La sentenza di oggi, pur non essendo definitiva, rappresenta un primo riconoscimento delle responsabilità penali per quella gestione.

Oltre a Goveani, tra i sette condannati figurano altri dirigenti e soggetti coinvolti nella gestione amministrativa e fiscale della società. Il tribunale ha stabilito pene differenziate in base ai ruoli e alle condotte contestate, collocandole tutte in una forbice compresa tra i tre anni e l’anno e nove mesi. Non sono emersi, in questo procedimento, ulteriori nomi di grande notorietà sportiva o mediatica, ma il quadro delineato è quello di una responsabilità collettiva nella costruzione di un sistema ritenuto fraudolento.

La storia dell’Auxilium affonda però radici ben più lontane rispetto alle aule di giustizia. Per decenni il club ha rappresentato una colonna del basket cittadino, attraversando diverse denominazioni e proprietà, ma mantenendo un legame forte con il territorio e con il pubblico. Il progressivo declino economico, aggravato dalla difficoltà di sostenere i costi del professionismo senza una struttura solida alle spalle, aveva già minato quella identità prima ancora del fallimento.

Il procedimento giudiziario ha riportato al centro una questione ricorrente nello sport professionistico italiano: la sottovalutazione dei segnali di crisi e la tendenza a rinviare scelte dolorose, nella speranza di una ripresa che spesso non arriva. Nel caso dell’Auxilium, secondo l’accusa, quel rinvio sarebbe avvenuto non solo sul piano gestionale, ma anche attraverso comportamenti penalmente rilevanti.

La sentenza apre ora una fase diversa, quella delle eventuali impugnazioni e dei giudizi successivi, ma segna comunque un punto fermo nella ricostruzione di una delle pagine più controverse dello sport torinese recente. Per i tifosi, resta l’amarezza per una storia finita male; per la città, la consapevolezza che dietro i risultati sportivi si nasconde spesso un equilibrio economico fragile, che quando viene forzato può produrre conseguenze pesanti.

Il crac Auxilium non è stato solo il fallimento di una società, ma il simbolo di un modello che ha preferito tirare avanti anziché affrontare la realtà. Le sette condanne pronunciate oggi a Torino certificano che quella scelta, almeno secondo i giudici di primo grado, non è stata solo sbagliata sul piano sportivo, ma anche penalmente rilevante. Una lezione che va oltre il parquet e riguarda l’intero sistema dello sport professionistico.

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori