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25 Febbraio 2026 - 14:21
La prima serata del Festival di Sanremo 2026, martedì 24 febbraio, doveva essere nel segno della memoria condivisa e dell’unità. Un omaggio agli 80 anni del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, la nascita della Repubblica, il primo voto delle donne. Un momento solenne, calibrato, istituzionale. Carlo Conti, direttore artistico e conduttore, aveva impostato un Festival dichiaratamente prudente, lontano dalle tensioni politiche che negli anni hanno spesso attraversato il palco dell’Ariston. E invece, proprio nel momento più simbolico, la politica è rientrata in scena con parole semplici, dirette, impossibili da sterilizzare.
Protagonista Gianna Pratesi, 105 anni il prossimo 16 marzo, da Chiavari, presentata come “ospite d’onore” di questa edizione. Una testimone diretta di quel 2 giugno 1946 in cui gli italiani — e per la prima volta le italiane — furono chiamati a scegliere tra monarchia e Repubblica. Un passaggio che cambiò per sempre il volto del Paese: la fine della monarchia dei Savoia, la nascita della Repubblica italiana, l’avvio del percorso costituente che avrebbe portato alla Carta del 1948.
Il referendum del 1946 segnò una frattura storica. Dopo vent’anni di regime fascista e la tragedia della guerra, l’Italia scelse con il 54 per cento dei voti la Repubblica. Fu una scelta che sancì la rottura con il passato monarchico e con il compromesso che aveva consentito l’ascesa del fascismo. Ma fu anche, simbolicamente, la prima grande prova democratica di un Paese che ripartiva dalle urne. E soprattutto fu il primo voto politico delle donne italiane, entrate a pieno titolo nella cittadinanza attiva.
È in questo contesto che Carlo Conti pone la domanda: "Per chi ha votato nel referendum istituzionale del 1946?". La risposta di Gianna Pratesi è immediata: "Eravamo sicuri in casa mia. Tutti di sinistra...". Il conduttore prova a riportare il discorso su un terreno più neutro: "Ma come ha votato, per la Repubblica o per la monarchia?". Ma la centenaria insiste, con naturalezza disarmante: "Ma no, per la Repubblica. Tutti in famiglia l'abbiamo fatto. Finalmente le donne votavano".
In un altro passaggio ribadisce: "Repubblica! Eravamo sicuri noi in casa mia, tutti di sinistra", e aggiunge, riferendosi ai fascisti, "Dei fascisti…", accompagnando le parole con il gesto della mano del “ciao ciao”. Una frase che in pochi secondi riporta il lessico politico dentro il Festival che voleva evitarlo.
Era evidente l’intenzione di Conti di mantenere il momento sul piano della memoria storica e dell’orgoglio istituzionale. Lo sottolinea con parole misurate: "Grazie a questa Repubblica che ci permette di essere liberi". Un ringraziamento alla Repubblica come spazio di libertà condivisa, senza scivolare nel confronto ideologico. Ma le parole di Gianna Pratesi, così nette — “tutti di sinistra” — hanno avuto l’effetto di riaccendere immediatamente il dibattito.
Sui social il passaggio rimbalza in tempo reale. Selvaggia Lucarelli commenta: “La signora Gianna ha detto che la sua famiglia era di sinistra e ha fatto ciao ciao ai fascisti”. E ancora: “Conti aveva disinnescato il festival per andare sul sicuro e la simpatica vecchiarda ha fatto saltare il banco”. Un’osservazione che fotografa la dinamica della serata: il tentativo di neutralità e la forza di una memoria che non si lascia addomesticare.
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Nel frattempo, alle spalle del palco dell’Ariston, compare anche la prima gaffe grafica del Festival. Sul ledwall, mentre si ricorda il risultato del referendum, appare la scritta: “Il 54 per cento alla Repupplica”. Due “p” di troppo trasformano la Repubblica in “Repupplica”. L’errore resta visibile per diversi secondi durante l’intervista, diventando immediatamente virale. Un refuso che stride proprio nel momento in cui si celebra la nascita della Repubblica e che contribuisce a rendere la scena ancora più commentata.

L’intervento si chiude su note più leggere. Gianna Pratesi racconta: "A me piacciono le canzoni della Vanoni", accenna "24mila baci" di Adriano Celentano, dice di leggere tre giornali al giorno e lancia un messaggio ai giovani: “Non dovrebbero essere severi con gli altri, ma capire come è la vita. Non bisogna arrabbiarsi e fare cose sceme. Io stavo brava, aspettavo che passasse il momento brutto…. È necessario volere e volersi bene”. Prima del congedo interviene anche Laura Pausini: “La sua vita è una storia meravigliosa ed emozionante per noi donne che dal 1946 possiamo essere libere”.
Eppure, al di là della gaffe grafica e della tenerezza del momento, resta il dato politico. Il referendum del 1946 non fu solo una scelta istituzionale: fu la cesura definitiva con il fascismo, l’avvio della Repubblica parlamentare, l’inizio di una nuova identità nazionale. Ricordarlo significa inevitabilmente toccare la storia delle appartenenze, delle culture politiche, delle divisioni che hanno attraversato il Paese.
Nel Festival che voleva evitare scontri e polemiche, la memoria di una donna di 105 anni ha riportato tutto questo nelle case degli italiani. Senza slogan, senza proclami, ma con una frase semplice: “tutti di sinistra”. E in quella frase, pronunciata con la naturalezza di chi ha vissuto la storia, la politica è tornata protagonista sul palco più popolare d’Italia.
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