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Cronaca
09 Gennaio 2026 - 09:58
Due agenti aggrediti tra Ivrea e Brissogne, costole rotte e violenze in servizio
Due carceri, due interventi di servizio, lo stesso esito: agenti feriti e un sistema che torna a mostrare tutte le sue crepe. È il Sinappe, sindacato di polizia penitenziaria, a denunciare quanto accaduto nelle strutture di Ivrea, nel Torinese, e di Brissogne, in Valle d’Aosta, dove nelle ultime ore due operatori sono stati vittime di aggressioni durante il servizio.
Nel carcere di Brissogne, secondo quanto riferito dal sindacato, un agente è intervenuto per fermare gesti autolesivi messi in atto da un detenuto per motivi definiti pretestuosi. Un’azione di tutela, che rientra nei compiti quotidiani del personale penitenziario, ma che si è trasformata in un episodio di violenza. L’agente, sempre stando alla ricostruzione del Sinappe, è stato aggredito con violenza dal detenuto stesso, riportando conseguenze fisiche che riaccendono il tema della sicurezza all’interno degli istituti di pena.
Ancora più grave, per le conseguenze riportate, quanto avvenuto nel carcere di Ivrea. Qui un altro agente della polizia penitenziaria ha subito la rottura di alcune costole, con una prognosi di diversi giorni, mentre stava contenendo una persona reclusa. Secondo il sindacato, il detenuto sarebbe presumibilmente affetto da problemi psichiatrici, un dettaglio che aggiunge un ulteriore livello di complessità a un quadro già critico.
Gli episodi riportati non vengono descritti come fatti isolati. Al contrario, si inseriscono in una situazione che il sindacato definisce ormai strutturale, fatta di carenza di personale, gestione difficile dei detenuti con patologie psichiatriche e livelli di tensione sempre più elevati all’interno delle sezioni detentive. A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono gli agenti, chiamati a intervenire spesso in condizioni di emergenza, con strumenti limitati e organici ridotti.

Il vice segretario regionale del Sinappe per Piemonte e Valle d’Aosta, Matteo Ricucci, punta il dito su una questione che da tempo alimenta il dibattito nel mondo penitenziario: «Il problema dei detenuti extracomunitari facinorosi e recidivi va affrontato con la massima severità, sostenendo e velocizzando la politica dei rimpatri, perché la loro presenza in cella è un costo sociale ed economico oltre che un rischio per il nostro personale». Parole che chiamano in causa direttamente le scelte politiche e amministrative sulla gestione della popolazione detenuta.
Dal livello regionale il discorso si allarga a quello nazionale. Il segretario generale del Sinappe, Raffaele Tuttolomondo, indica una serie di interventi che il sindacato ritiene non più rinviabili. Tra le richieste avanzate figurano l’esigenza di «implementare immediatamente le unità di personale», ma anche quella di «trasferire urgentemente i detenuti più facinorosi e con conclamate patologie psichiatriche in strutture sanitarie dedicate». Una linea che sottolinea come il carcere non possa continuare a supplire alle carenze del sistema sanitario, soprattutto sul fronte della salute mentale.
Non meno centrale, nella piattaforma rivendicativa del sindacato, è il tema degli strumenti a disposizione degli agenti. Tuttolomondo chiede di «dotare il personale di strumentazione di sicurezza efficace e all'avanguardia», evidenziando come la protezione degli operatori sia una condizione indispensabile per garantire ordine e legalità all’interno degli istituti.
Le aggressioni di Ivrea e Brissogne riportano così alla ribalta una realtà che spesso resta confinata dietro le mura delle carceri, ma che ciclicamente emerge con forza: quella di un sistema sotto pressione, in cui la gestione della sicurezza, della salute mentale e delle risorse umane continua a procedere in equilibrio precario. E dove, troppo spesso, l’intervento di routine si trasforma in un rischio concreto per chi indossa una divisa.
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