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Costume e società

Tonio Cartonio nell'epoca dei social e dell'AI: che cosa resta umano, mentre tutto diventa algoritmo? (VIDEO)

Il chivassese Danilo Bertazzi, protagonista della Melevisione, incontra un omonimo sound designer: un dialogo su Torino, creatività, infanzia e futuro

C’è un momento, nella nuova puntata di “Fondi di Caffè”, in cui Danilo Bertazzi fa quello che gli riesce meglio da sempre: mette a proprio agio chi ha davanti. Lo fa con una battuta, con una domanda “d’obbligo” sulla Melevisione, con quel ritmo che non somiglia a un’intervista e nemmeno a un monologo. Somiglia piuttosto a una chiacchierata vera, di quelle che oggi sembrano un lusso: senza la fretta di “fare contenuto”, senza la mania di arrivare subito al punto.

Eppure il punto arriva eccome. Perché l’ospite, anche lui Danilo, è uno di quelli che lavora nel cuore invisibile delle cose: è sound designer, musicista, creativo, uno che fa i suoni, i rumori, le atmosfere per cinema, serie tv, pubblicità. Un mestiere che si nota soprattutto quando manca. E già qui sta la prima scintilla “di costume”: in un’epoca che idolatra la faccia, l’immagine, l’apparenza, Bertazzi sceglie un uomo che lavora con ciò che non si vede, ma si sente.

La scena è quasi perfetta nella sua semplicità. Un caffè, una tazza, un dialogo che parte leggero e poi si allarga. Bertazzi, chivassese classe 1960, non ha bisogno di presentazioni: per una generazione è Tonio Cartonio, punto. Ma qui gioca un’altra partita: quella di chi usa la memoria popolare non per fare nostalgia, bensì per innescare conversazioni. E infatti, tra una risata su Lupo Lucio e l’idea che sia “l’italiano medio” con il cuore buono, si finisce a parlare di Torino, di identità, di movimento, perfino di intelligenza artificiale.

Il “Danilo” ospite arriva da Aversa, provincia di Caserta, si definisce napoletano, vive a Torino da tre anni. Non prova a scimmiottare l’accento, anzi lo rivendica con una naturalezza che è già un racconto sociologico: l’Italia delle migrazioni interne non è più soltanto la storia dei nonni, è ancora presente e cambia forma. Torino non è descritta come una città da cartolina, ma come una scelta: un posto “a misura di passeggiata”, lontano dall’ansia di prestazione di altre metropoli. E nello stesso tempo un luogo non definitivo: l’idea di “città della vita” viene messa in dubbio, quasi smontata. Non per cinismo, ma per una filosofia pratica: non attaccarsi troppo a un solo posto, non trasformare l’appartenenza in gabbia.

È qui che Bertazzi fa il salto: non si limita ad ascoltare, rilancia con riferimenti personali, ricorda i tempi della Rai di Torino, quando in radio i rumori si facevano a mano, con ghiaia, tazzine, scale improvvisate. È un dettaglio che vale più di mille spiegazioni, perché lega due generazioni e due mestieri: la manualità del suono e il suo presente digitale. E mentre lo spettatore ride, capisce che la vera notizia è un’altra: la creatività non è un talento astratto, è un lavoro artigianale, fatto di tentativi, di errori, di intuizioni.

Quando la puntata entra nel tema AI, la conversazione diventa sorprendentemente netta. Non ci sono invettive, non c’è terrorismo tecnologico. C’è un punto preciso: il valore dell’imprevisto. Il Danilo ospite dice, più o meno, che il computer impara da ciò che è già stato fatto, mentre l’umano può sbagliare in modo fertile. E lì tira fuori un’idea che ha il sapore di una piccola dichiarazione di poetica: molte cose bellissime, nella musica, sono nate da un errore. È un discorso che vale ben oltre la colonna sonora di un film: è una critica gentile a un mondo che pretende performance perfette, vite perfette, carriere lineari. In altre parole, un pezzo di costume e società travestito da chiacchierata.

Il capitolo forse più inatteso è quello sui bambini. Bertazzi domanda: davvero serve sempre semplificare? Davvero i più piccoli capiscono solo “musichette” facili? La risposta dell’ospite è spiazzante nella sua evidenza: nella musica non esistono parolacce, non esiste volgarità nelle note. Siamo noi adulti a infantilizzare tutto, a parlare ai bambini come se non capissero. E qui torna, quasi in filigrana, la lezione della Melevisione: un mondo fantastico che non trattava il pubblico come stupido, ma come capace di immaginare. Il punto non è fare i moralisti. Il punto è chiedersi che tipo di cultura stiamo costruendo quando rendiamo tutto “facile” per paura che sia troppo complesso.

Il finale, poi, chiude il cerchio con una dolcezza asciutta: la canzone della vita del Danilo ospite è “This Must Be the Place” dei Talking Heads, e il libro è “Il Piccolo Principe”, letto e riletto in età diverse. Scelte che dicono molto senza bisogno di urlare: identità nomade, malinconia buona, e quella frase tatuata addosso come un promemoria più che come una posa: “mai per soldi, sempre per amore”. In un’epoca in cui tutti sembrano vendersi benissimo, è quasi un gesto controcorrente.

E allora, alla fine, la puntata funziona perché Bertazzi non fa l’operazione più facile (la nostalgia) ma quella più rara: usa la nostalgia come porta d’ingresso, poi ti accompagna dentro temi attuali — Torino, lavoro creativo, AI, infanzia, immaginazione — senza mai perdere leggerezza. È un modo di stare nello spazio pubblico che somiglia alla sua storia: far sorridere, sì, ma senza spegnere il cervello. E anche questa, oggi, è una notizia.

Danilo Bertazzi - Wikipedia

Danilo Bertazzi

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