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Cronaca
08 Gennaio 2026 - 15:51
Torinese detenuto in Venezuela, niente collegamento video con il tribunale: il mistero di Mario Burlò continua
Niente videoconferenza con il tribunale di Torino per Mario Burlò, il commercialista e imprenditore torinese la cui vicenda giudiziaria ha preso una piega imprevista dopo la sua detenzione in Venezuela. All’udienza odierna nel capoluogo piemontese, la presidente del collegio giudicante, Elisabetta Chinaglia, ha spiegato che la richiesta di collegamento in videoconferenza con le autorità venezuelane, avanzata dalle autorità giudiziarie italiane, non ha avuto risposta. Di conseguenza la causa è stata aggiornata al 17 marzo, con l’avvertimento che se non sarà possibile assicurare la partecipazione dell’imputato al processo – anche a distanza – sarà disposto lo stralcio della posizione processuale.
La vicenda di Burlò, al centro di una questione che intreccia aspetti giudiziari, diplomatici e umani, si è fatta conoscere alla cronaca soprattutto negli ultimi mesi. Processato nel Tribunale di Torino per presunti reati di natura fiscale, legati a indebite compensazioni di crediti IVA e IRPEF, Burlò poteva partecipare al procedimento anche tramite collegamento remoto. Tuttavia, la mancata risposta alla rogatoria – richiesta formale di assistenza giudiziaria internazionale – ha impedito di organizzare il contatto video con il carcere venezuelano.
In aula, l’avvocato difensore, Maurizio Basile, ha spiegato di essere in continuo contatto con il consolato italiano in Venezuela. Ha letto una comunicazione ricevuta tramite WhatsApp la mattina del 3 gennaio, proveniente da Caracas: «La situazione è dinamica. Non ho aggiornamenti diretti di vostro interesse. Le istituzioni italiane in Venezuela sono coese e stanno bene». Una frase che testimonia le difficoltà di ottenere informazioni certe e aggiornate sulla sorte di Burlò, nonostante l’impegno dichiarato dei funzionari italiani presenti nel Paese sudamericano.

Mario Burlò
La storia personale di Mario Burlò, 52 anni, è segnata da un mix di vicende giudiziarie e misteri. Imprenditore torinese nel settore dell’outsourcing, era stato coinvolto in passato in un procedimento noto come processo Carminus, nel quale era stato condannato in primo e secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. Al momento della sua detenzione in Venezuela – avvenuta intorno al 10 novembre 2024, secondo quanto ricostruito dagli avvocati – si trovava in attesa dell’esito della sentenza della Corte di Cassazione, che in seguito l’ha assolto da quella accusa.
Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Burlò sarebbe stato fermato poco dopo essere entrato in Venezuela via terra dalla Colombia, dopo un viaggio che lo aveva portato da Bogotà verso il Paese sudamericano. Da allora la famiglia non ha ricevuto alcuna comunicazione formale riguardo ai motivi dell’arresto, al luogo esatto di detenzione o alle condizioni di salute e giudiziarie. Le autorità italiane ne sono venute a conoscenza solo attraverso una nota del console italiano a Caracas, depositata in tribunale e intitolata “Detenzione di Burlò Mario in Venezuela”.
La mancanza di informazioni certe ha spinto la Procura della Repubblica di Roma ad aprire un fascicolo esplorativo senza ipotesi di reato né indagati, proprio per cercare di fare chiarezza sulla situazione del torinese nelle carceri venezuelane. I legali di Burlò hanno più volte denunciato l’assenza di contatti con il loro assistito: secondo quanto riportato nei mesi scorsi, non avrebbe avuto nemmeno diritto a un semplice contatto telefonico con la famiglia dal giorno dell’arresto.
La presidente del collegio di Torino ha chiarito che nel caso in cui entro il 17 marzo non sarà possibile assicurare la partecipazione di Burlò al processo, la sua posizione nel procedimento torinese potrebbe essere staccata dallo sviluppo della causa, con uno stralcio che permetterebbe al giudizio di proseguire per gli altri imputati senza la sua presenza. Una soluzione che, pur sbloccando il calendario processuale, non risolverebbe il nodo centrale della vicenda: il destino reale dell’imprenditore torinese detenuto in Venezuela.
Il caso di Mario Burlò ha alzato interrogativi più ampi sulla tutela dei diritti umani e il rispetto delle garanzie processuali per cittadini italiani detenuti all’estero, in un contesto diplomatico complesso e segnato da rapporti non sempre lineari tra Italia e Venezuela. La situazione resta in evoluzione, con familiari, avvocati e istituzioni italiane impegnati a ottenere risposte chiare e un possibile ritorno a casa per un uomo che da mesi vive nell’incertezza più totale.
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