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Se gli Stati Uniti arrestano un presidente straniero, cosa impedisce che la guerra in Ucraina cambi regole?

Il blitz contro Nicolás Maduro in Venezuela diventa un precedente globale. Mosca lo usa per intimidire Volodymyr Zelensky, mentre sul campo Russia e Ucraina continuano una guerra fatta di droni, logoramento e propaganda. E l’Europa corre a Parigi per costruire garanzie prima che i fatti sul terreno decidano tutto

Se gli Stati Uniti arrestano un presidente straniero, cosa impedisce che la guerra in Ucraina cambi regole?

DMITRI MEDVEDEV

Mentre l’attenzione internazionale si concentra su Caracas, sul fronte orientale dell’Europa la guerra non rallenta. Le forze russe continuano ad avanzare nel Donbass e ad aumentare la pressione attorno a Kharkiv, mentre Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, lancia una frase destinata a fare rumore: «Volodymyr Zelensky potrebbe fare la fine di Nicolás Maduro». Un’affermazione che, al netto della propaganda, si inserisce in una fase in cui il conflitto ucraino non si gioca solo sul terreno militare, ma anche su quello della percezione internazionale, della deterrenza e dei messaggi politici.

Nella notte tra il 3 e il 4 gennaio 2026, un’operazione delle forze speciali degli Stati Uniti ha portato all’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti a New York per rispondere a capi d’accusa legati al narco-terrorismo, formalizzati in un’incriminazione del 2020. Washington ha parlato di un’azione di polizia giudiziaria, mentre Caracas, L’Avana e diversi osservatori internazionali hanno denunciato una violazione del diritto internazionale. Secondo le autorità cubane, l’operazione avrebbe causato la morte di 32 militari e agenti cubanipresenti sul territorio venezuelano. Alle Nazioni Unite (ONU) è in corso un confronto sulla legittimità giuridica dell’intervento, in assenza di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o del consenso dello Stato coinvolto.

trump

Il caso venezuelano ha aperto immediatamente un fronte diplomatico globale. Russia e Cina parlano apertamente di aggressione, mentre alcuni alleati occidentali degli Stati Uniti adottano una linea più prudente. A Mosca, la cattura di un alleato storico in America Latina viene letta come un segnale politico forte, non solo regionale ma globale. È in questo quadro che Dmitry Medvedev ha scelto di collegare l’episodio a Kyiv, definendo l’azione statunitense “illegale ma coerente” con una politica di potenza fondata sugli interessi strategici e sulle risorse energetiche. La frase su Zelensky va letta in questa chiave: non come una previsione concreta, ma come un messaggio.

Il collegamento con la guerra in Ucraina non è immediato, ma è reale. Il blitz di Caracas incide innanzitutto sulla percezione delle cosiddette “linee rosse”. Se un’operazione di questo tipo diventa un fatto compiuto, il confine tra diritto internazionale e uso della forza appare più sfumato. In secondo luogo, l’episodio offre alla narrativa russa un argomento utile: l’idea che, nelle relazioni internazionali, la forza conti più delle regole, un messaggio che punta a indebolire la posizione occidentale costruita attorno alla difesa della sovranità ucraina. Infine, mentre l’attenzione mediatica si sposta sul Venezuela, il fronte ucraino continua a muoversi, lentamente ma in modo costante.

Secondo analisi indipendenti, tra cui quelle dell’Institute for the Study of War (ISW – Istituto per lo Studio della Guerra) e del programma Critical Threats, le forze russe hanno ottenuto progressi limitati ma continui nel Donetsk occidentale, accompagnati da una pressione crescente lungo l’asse settentrionale che mantiene Kharkiv sotto minaccia. La strategia di Mosca si è adattata: meno grandi manovre corazzate, più attacchi aerei e missilistici contro logistica, infrastrutture energetiche e reti di rifornimento, seguiti da azioni di piccoli gruppi d’assalto per consolidare avanzamenti locali. Un approccio di logoramento che punta a sfruttare la maggiore disponibilità di munizioni rispetto a Kyiv.

Nel corso del 2025, la Federazione Russa ha conquistato circa lo 0,7–0,8 per cento del territorio ucraino. Un dato contenuto in termini percentuali, ma sufficiente a mettere sotto pressione nodi logistici e centri urbani strategici, in particolare attorno a Pokrovsk e lungo la fascia settentrionale, con l’obiettivo di riportare l’artiglieria a distanza utile da Kharkiv. A fronte di questi guadagni, il costo umano resta molto elevato e la trasformazione di successi tattici in risultati operativi più ampi continua a rappresentare un problema per Mosca.

Le ultime settimane sono state segnate da una nuova ondata di attacchi sulle città. Nella notte tra il 4 e il 5 gennaio, Kyiv ha registrato le prime vittime civili del 2026 a causa di un raid aereo. Il 2 gennaio, a Kharkiv, un condominio è stato colpito provocando morti e decine di feriti, mentre il 5 gennaio una nuova serie di missili ha danneggiato infrastrutture energetiche e aree industriali della città. Parallelamente, l’Ucraina ha intensificato l’uso di UAV (Unmanned Aerial Vehicles, veicoli aerei senza pilota) a lungo raggio contro obiettivi in territorio russo. Secondo il Ministero della Difesa della Federazione Russa, dall’inizio dell’anno gli attacchi su Mosca sarebbero quotidiani e avrebbero imposto ripetute chiusure temporanee degli aeroporti della capitale. Al di là delle cifre ufficiali, i disagi al traffico aereo sono documentati e indicano un impatto concreto sulla percezione di sicurezza interna.

È in questo contesto che va letta la frase di Medvedev. Non esistono elementi concreti che indichino un rischio reale per Volodymyr Zelensky di subire un trattamento simile a quello di Maduro. Le differenze giuridiche, politiche e strategiche tra Europa orientale e America Latina sono profonde. Tuttavia, il valore della dichiarazione sta nel suo effetto comunicativo: suggerire che “tutto è possibile” serve a esercitare pressione psicologica, a seminare dubbi e a rafforzare la posizione russa nel confronto diplomatico.

Sul piano diplomatico, intanto, l’Europa prova a muoversi. Il 6 gennaio, a Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron riunisce i leader della cosiddetta coalizione dei Volenterosi, oltre 30 Paesi, per discutere impegni concreti di sicurezza a favore dell’Ucraina in vista, o subito dopo, un eventuale cessate il fuoco. Sul tavolo ci sono garanzie di sicurezza a lungo termine, il rafforzamento della difesa aerea, il sostegno all’industria militare europea, in particolare nei settori dei droni e degli intercettori, e l’ipotesi di una forza europea di rassicurazione. La presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Giorgia Meloni, ha confermato la partecipazione.

La cornice politica resta complessa. Da un lato, l’Amministrazione degli Stati Uniti spinge per una soluzione negoziata che potrebbe includere concessioni territoriali. Dall’altro, Francia e Regno Unito insistono sulla necessità di garanzie solide, in grado di scoraggiare nuove aggressioni dopo una tregua. Ogni settimana di combattimenti crea nuovi fatti sul terreno e rende più onerosa qualsiasi architettura di sicurezza futura per Kyiv.

Il caso di Caracas introduce quindi un cambiamento soprattutto sul piano della percezione globale. L’idea che una potenza possa intervenire all’estero per motivi giudiziari o di sicurezza senza un mandato multilaterale aumenta il rischio politico e offre nuovi argomenti alla retorica russa sul doppio standard occidentale. Allo stesso tempo, l’operazione ricorda anche a Mosca la capacità degli Stati Uniti di agire in modo rapido e incisivo quando lo ritengono necessario, un elemento che potrebbe influenzare il calcolo strategico del Cremlino nelle prossime settimane.

Dal punto di vista militare, la guerra dei droni si conferma uno degli elementi centrali dell’inverno 2026. Se l’Ucraina riuscirà a mantenere la pressione in profondità, colpendo aeroporti, nodi logistici e infrastrutture energetiche russe, e allo stesso tempo a proteggere le proprie città dagli attacchi missilistici e dai droni Shahed, l’equilibrio del logoramento potrebbe reggere. In caso contrario, l’avanzata lenta ma costante russa nel Donetsk occidentale e la pressione verso Kharkiv rischiano di aumentare progressivamente il costo per Kyiv.

Il “precedente di Caracas” non sposta direttamente il fronte nel Donbass, ma incide sul contesto in cui quel fronte esiste. La frase di Medvedev non è una previsione, ma un segnale politico che mira a ridefinire ciò che viene percepito come possibile nel sistema internazionale. La prossima settimana dirà se l’Europa riuscirà a trasformare questo shock in un’accelerazione concreta sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. È su quel terreno, più che nelle dichiarazioni, che si misurerà il peso reale di quanto accaduto a Caracas.

Fonti: RaiNews, Institute for the Study of War, Critical Threats Project, Ministero della Difesa della Federazione Russa, Nazioni Unite, dichiarazioni ufficiali del Governo degli Stati Uniti, comunicazioni del Governo francese.

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