Il bilancio dell’incendio di Crans-Montana continua a salire. E con lui si allunga l’elenco dei nomi, che da numeri diventano vite spezzate. La polizia svizzera ha identificato 24 vittime, mentre prosegue senza sosta il lavoro di riconoscimento dei corpi recuperati tra le macerie del locale Le Constellation, divorato dalle fiamme la notte di Capodanno.
Nella serata di ieri sono stati identificati tre giovani italiani, fino a quel momento considerati dispersi: Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini e Achille Barosi. Tutti e tre si trovavano all’interno del locale la sera del 31 dicembre. Questa mattina è arrivata un’altra conferma che pesa come una sentenza: la quarta vittima italiana è Chiara Costanzo, 16 anni, di Milano. Restano ancora due italiani dispersi: Sofia Prosperi e Riccardo Minghetti.
Intanto l’inchiesta giudiziaria entra in una fase più netta. La Procura generale del Cantone Vallese ha reso noto che emergono elementi a carico dei gestori del locale, Jacques e Jessica Maric-Moretti, marito e moglie. I due sono indagati per omicidio, negligenza, lesioni personali e incendio colposo. Un passaggio che sposta il racconto dal “disastro” alla responsabilità, e che apre uno squarcio inquietante su ciò che accadeva dietro le luci e la musica.
L’elenco delle vittime identificate parla soprattutto di giovanissimi. Oltre agli italiani, figurano sette cittadine svizzere – quattro di 18 anni, due di 15 e una di 14 – e sei cittadini svizzeri di 31, 20, 18, 17 e due di 16 anni. Ci sono poi un rumeno di 18 anni, un turco di 18 anni e un francese di 39 anni. Età diverse, stesso destino.

A Sion, a una ventina di chilometri da Crans-Montana, il Centre funéraire della Platta è diventato il cuore silenzioso di questa tragedia. Le camere mortuarie del cimitero sono state trasformate in un laboratorio operativo 24 ore su 24. Su tavoli d’acciaio sono allineati i resti carbonizzati di circa 40 corpi, mentre genetisti forensi, antropologi e specialisti della Police Scientifique lavorano senza sosta per dare un nome a ciò che il fuoco ha cercato di cancellare.
Fuori, i genitori aspettano. Al Centro congressi Le Regent, a Crans-Montana, le famiglie vivono sospese tra speranza e paura. Ogni identificazione è una telefonata, ogni telefonata è una stanza riservata, un protocollo rigido, parole misurate al millimetro. «È una macchina che non si ferma mai», raccontano gli psicologi dell’emergenza. E non si ferma nemmeno di notte.
Le autorità svizzere stanno applicando il protocollo Dvi – Disaster Victim Identification, certificato a livello internazionale sotto l’egida dell’Interpol. È l’unico strumento possibile in uno scenario simile. I tamponi salivari dei familiari sono stati raccolti fin dalle prime ore, perché in molti casi solo il Dna può restituire un’identità. Dove questo non basta, si ricorre ad altri elementi, come le impronte dentarie.
Nel frattempo l’Italia si è detta pronta a collaborare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato la disponibilità a inviare team della Polizia Scientifica e del Ris dei carabinieri. A Crans-Montana sono arrivati anche specialisti internazionali, chiamati quando il numero delle vittime supera la capacità di un singolo sistema.
Ma mentre la macchina delle identificazioni procede, resta una domanda che brucia più del fuoco: come è stato possibile? Le prime verifiche parlano di porte bloccate, lavori al risparmio, assenza di estintori. Dettagli che, messi insieme, disegnano l’immagine di una trappola, non di un incidente.
E così Crans-Montana smette di essere solo il nome di una località turistica. Diventa il simbolo di una notte in cui ballare e filmare sotto un soffitto in fiamme si è trasformato, in pochi minuti, in una corsa senza uscita. E ogni nuovo nome aggiunto alla lista delle vittime rende più difficile voltarsi dall’altra parte.