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04 Gennaio 2026 - 09:55
Crans-Montana, il Vescovo di Biella prega per Elsa Rubino
Elsa Rubino è viva, ma gravemente ferita. È ricoverata all’ospedale di Zurigo, in coma farmacologico, con ustioni sul 70 per cento del corpo, dopo il rogo che nella notte di Capodanno ha trasformato un locale di Crans-Montana in una trappola mortale. Intorno a lei, mentre le indagini avanzano e le responsabilità iniziano a prendere forma, si stringe una comunità che prova a fare quello che può: pregare, assistere, organizzare, aspettare.
Il tempo, in queste ore, è diviso in due. Da una parte quello clinico, scandito dai bollettini medici e dalle decisioni dei sanitari svizzeri. Dall’altra quello umano e istituzionale, fatto di gesti, parole, presenze che cercano di colmare un vuoto che resta enorme. In mezzo c’è una tragedia che non riguarda solo Crans-Montana, ma attraversa l’Italia, il Piemonte, famiglie che in quella notte erano lontane da casa e che oggi si ritrovano in un limbo fatto di dolore, attese e domande.
Sul fronte giudiziario, il quadro si fa sempre più pesante. I gestori del pub Constellation sono indagati per omicidio. Le ombre si allungano sulle ispezioni, sui controlli, su ciò che doveva funzionare e non ha funzionato. La strage di Capodanno non viene più raccontata solo come una fatalità, ma come una sequenza di scelte, omissioni, responsabilità che la magistratura svizzera sta cercando di ricostruire. Perché quando un incendio diventa una strage, la casualità smette di essere una spiegazione sufficiente.
Nel frattempo, a Crans-Montana continuano le operazioni di soccorso e di assistenza. Il Piemonte ha inviato una squadra di volontari partita da Verbania, attivata per offrire supporto alle autorità locali. Non si tratta di interventi sanitari diretti, ma di un lavoro meno visibile eppure essenziale: logistica, organizzazione, supporto alle famiglie, gestione degli spostamenti, degli alloggi, delle necessità immediate di chi si è trovato improvvisamente catapultato in un incubo.

Il momento in cui le fiamme hanno raggiunto il soffitto del locale
La Regione è intervenuta anche su un fronte pratico ma decisivo: la tessera sanitaria della giovane piemontese ricoverata a Zurigo. Un documento scaduto o non aggiornato può diventare un ostacolo ulteriore in una situazione già drammatica. In questo caso l’aggiornamento è stato fatto online, con l’invio diretto all’ospedale svizzero, per evitare rallentamenti o complicazioni burocratiche. Un dettaglio solo in apparenza marginale, che dice molto di quanto, nelle emergenze, ogni passaggio possa fare la differenza.
«Fin dai momenti immediatamente successivi alla tragedia abbiamo offerto la nostra disponibilità a collaborare con le attività di soccorso sanitario e di assistenza», ha dichiarato il presidente della Regione Alberto Cirio, insieme all’assessore alla Protezione civile Marco Gabusi. «Abbiamo messo a disposizione il nostro sistema, forte dell’esperienza maturata in tante missioni internazionali». Parole che rivendicano una macchina organizzativa rodata, chiamata ora a misurarsi con una tragedia che ha superato i confini regionali e nazionali.
Il Piemonte, su richiesta del Dipartimento nazionale della Protezione civile, ha attivato il modulo Tasr – Team di assistenza tecnica e supporto – una struttura specializzata negli interventi in caso di emergenze complesse. Una squadra composta da volontari e professionisti che lavorano sul campo per coordinare, supportare, assistere. In particolare, per stare accanto alle famiglie italiane accorse in Svizzera, ma anche a quelle di altre nazionalità, unite da una stessa condizione: l’attesa, la paura, la necessità di orientarsi in un contesto estraneo.
Mentre la macchina dei soccorsi continua a muoversi, c’è chi prova a offrire un sostegno diverso. A Biella, il vescovo Roberto Farinella ha rivolto un pensiero esplicito a Elsa Rubino. «In questo momento di grande sofferenza per tanti giovani e famiglie assicuro la mia preghiera per lei, i suoi cari e gli amici, perché possano trovare forza, conforto e speranza». Un messaggio che non pretende di spiegare, ma di accompagnare.
Questa mattina, durante la messa in Duomo, sarà dedicato un nuovo momento di preghiera per la giovane. Un gesto che coinvolge l’intera comunità, chiamata a condividere un dolore che non è solo privato.
Ma Elsa non è l’unico nome che resta impresso. Tra le vittime della strage c’è Chiara Costanzo, 16 anni, residente a Milano ma di origini piemontesi. La sua morte ha colpito profondamente anche Arona, il comune legato alla sua famiglia. «Siamo tutti sconvolti. In questi momenti non ci sono parole che possano esprimere lo sgomento per i fatti che sono accaduti», ha dichiarato il sindaco Alberto Gusmeroli ai giornali.
Il contatto diretto con la famiglia rende tutto più reale, più insopportabile. «Ho sentito il papà di Chiara: credo che niente possa lenire il dolore per la perdita di una figlia, è qualcosa di innaturale», ha aggiunto il sindaco. «Abbiamo sperato nel miracolo ma ciò non è avvenuto». Parole che raccontano la traiettoria emotiva di queste ore: la speranza che resiste anche quando i numeri e le notizie dicono il contrario, e poi il crollo, improvviso e definitivo.
Gusmeroli guarda anche oltre il cordoglio. «Spero che chi ha delle colpe paghi: l’attenzione alla sicurezza deve essere sempre massima». È una frase che richiama un principio spesso evocato dopo le tragedie e altrettanto spesso dimenticato quando l’emergenza mediatica si spegne. Perché la sicurezza non è un optional, né una voce sacrificabile sull’altare del profitto o della superficialità.
Crans-Montana, oggi, è il luogo in cui convergono dolore privato e responsabilità pubbliche. Un locale, una festa, una notte che doveva segnare l’inizio di un anno nuovo e che invece si è trasformata in un punto di non ritorno. Le indagini diranno se e dove si è spezzata la catena della prevenzione. Ma intanto resta una certezza: nulla potrà restituire ciò che è stato perso, e nulla potrà cancellare le cicatrici di chi è sopravvissuto.
Elsa Rubino è ancora lì, tra le mani dei medici e l’attesa dei suoi cari. Ogni gesto, ogni parola, ogni intervento istituzionale ruota attorno a quella stanza d’ospedale. Il resto – le indagini, le polemiche, le responsabilità – verrà. Ma non potrà mai prescindere da un dato essenziale: dietro i numeri, dietro le inchieste, ci sono vite spezzate o sospese, e famiglie che chiedono solo una cosa. Che questa tragedia non venga archiviata come un incidente inevitabile, ma affrontata per quello che è stata.
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