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Cronaca

Crans-Montana, il Capodanno degli italiani finito tra le fiamme

Dal brindisi al Constellation all’incendio che ha travolto decine di ragazzi: feriti, dispersi e famiglie sospese nell’attesa, mentre il dolore italiano si intreccia alla tragedia svizzera

Crans-Montana, il Capodanno degli italiani finito tra le fiamme

Crans-Montana, il Capodanno degli italiani finito tra le fiamme

 

L’aria di Crans-Montana continua a sapere di fumo anche quando il vento prova a spingerlo via, a disperderlo tra le vetrine scintillanti, i cappotti eleganti, le piste battute alla perfezione. È un odore che non dovrebbe stare qui, in uno dei luoghi simbolo del turismo alpino internazionale, dove tutto è costruito per rassicurare, per vendere bellezza, sicurezza, spensieratezza. E invece quell’odore resta, si infila sotto i teli bianchi stesi dalla polizia, attraversa Rue Centrale, si mescola ai profumi costosi e all’andirivieni di chi prova a continuare come se nulla fosse successo. Ma nulla, dopo quella notte, è davvero come prima.

Il Capodanno di Crans-Montana è durato poco più di un’ora. Il tempo di brindare, di scattare qualche selfie, di abbracciarsi sotto le luci colorate. Poi, all’1.14, il fuoco. Il bar Le Constellation, per tutti semplicemente “Conste”, uno dei locali più frequentati e alla moda, si è trasformato in una trappola mortale. Un seminterrato affollato da almeno duecento ragazzi, musica alta, entusiasmo, la sensazione di essere nel posto giusto per festeggiare l’inizio dell’anno nuovo. Nessuno poteva immaginare che quello spazio sarebbe diventato un sarcofago di fiamme e fumo.

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Le prime ricostruzioni parlano di un gesto apparentemente innocuo, una coreografia già vista altre volte. Due cameriere entrano in sala con un secchiello di champagne, una sale sulle spalle dell’altra, in mano una boule scintillante accompagnata da due “stelle di Natale”, quelle fontanelle pirotecniche che si usano per decorare torte e bottiglie. Le scintille salgono, sfiorano il soffitto. È lì che qualcosa cambia. Il soffitto prende fuoco, le fiamme trovano materiale, legno, impianti, tubazioni. In pochi istanti l’inferno è scatenato.

Chi era dentro racconta di un calore improvviso, del fumo che rende impossibile respirare, del panico che si diffonde più velocemente delle fiamme. L’unica scala di accesso e di uscita, stretta e ripida, non basta. Qualcuno cade, qualcuno viene spinto, qualcuno resta bloccato. Un grande tavolo da biliardo diventa un ostacolo insormontabile. Quando una porta viene aperta nel tentativo disperato di fuggire, l’aria alimenta il rogo. È il punto di non ritorno.

Fuori dal locale, a quell’ora, c’è ancora molta gente. Crans-Montana è viva, rumorosa, festosa. I primi che vedono uscire i ragazzi dal Conste faticano a capire. Corpi ustionati, volti anneriti, persone che corrono senza vestiti, urlando, cercando aiuto. Scene che qualcuno definirà dantesche, e non per enfasi. Le porte delle case vicine si aprono, i residenti accolgono gli scampati, offrono coperte, acqua, i primi soccorsi. Anche la proprietaria del locale, una donna francese che gestiva il bar insieme al marito, resta ferita.

Il bilancio è devastante. Almeno 47 morti, ma il numero potrebbe non essere definitivo. 115 feriti, molti in condizioni gravissime, con ustioni di secondo e terzo grado e gravi compromissioni delle vie respiratorie dovute all’inalazione di fumo. Ragazzi giovanissimi, per lo più adolescenti. Una generazione che aveva deciso di festeggiare insieme e che si è ritrovata schiacciata da una tragedia improvvisa, feroce.

La risposta dei soccorsi è imponente. Mathias Reynard, presidente del Consiglio di Stato vallesano, parla di 150 soccorritori, 42 ambulanze, 13 elicotteri, tre camion catastrofe. Gli elicotteri decollano e atterrano senza sosta, soprattutto all’ospedale del Vallese di Sion, il più vicino a Crans-Montana. Ma la struttura non è attrezzata per gestire un numero così elevato di grandi ustionati. I feriti vengono smistati in tutta la Svizzera: Losanna, Ginevra, Zurigo, Berna. Alcuni vengono trasportati anche in Italia.

Il centro grandi ustionati del Niguarda di Milano si prepara ad accogliere i casi più gravi. Vengono allestiti 18 posti letto. I primi a rientrare sono tre ragazzi, con ustioni estese tra il 30 e il 40 per cento del corpo. Guido Bertolaso, assessore regionale al Welfare, spiega che l’ospedale è pronto a farsi carico di pazienti di ogni nazionalità, garantendo la migliore assistenza possibile. È una corsa contro il tempo, una lotta fatta di ventilatori, farmaci, interventi chirurgici, terapie intensive.

Tra i feriti italiani, uno dei casi più critici è quello di Leonardo, 16 anni, di Milano. È ricoverato a Sion, in coma farmacologico. I genitori sono con lui, provati, stremati, in attesa di capire quali saranno le conseguenze delle ustioni e dell’intossicazione. A raccontare la loro storia è don Vincenzo Albano, che conosce la famiglia perché frequenta la parrocchia di Santa Croce. Leonardo non era solo quella notte. Con lui c’era Sofia, un’amica, anche lei rimasta intossicata in modo serio. Due ragazzi descritti come generosi, impegnati, animatori in oratorio durante l’estate, abituati a stare con i bambini più piccoli. Vite normali, improvvisamente sospese.

In coma farmacologico ci sarebbe anche Eleonora Palmieri, 29 anni, veterinaria di Cattolica, componente di un’associazione di equitazione. Anche lei tra i volti di una tragedia che non guarda l’età, ma colpisce soprattutto i più giovani. Altri italiani sono ricoverati a Zurigo e Berna, ma le loro condizioni sono troppo gravi per consentire un trasferimento immediato.

Accanto ai feriti, c’è il dolore forse più lacerante: quello dei dispersi. Sei italiani risultano ancora irreperibili nelle ore successive all’incendio. In gran parte minorenni. Ragazzi di 16 e 17 anni che non rispondono al telefono, che non compaiono negli elenchi degli ospedali, che sembrano svaniti nel nulla. Le famiglie chiamano senza sosta l’Unità di crisi della Farnesina. Raccontano, spiegano, ripetono i nomi dei figli, sperando in un errore, in una dimenticanza, in un cellulare scarico.

Tra quei nomi ci sono Giovanni Tamburi, 16 anni appena compiuti, e Emanuele Galeppini, 17 anni. Giovanni aveva festeggiato il compleanno da pochi giorni. Era in vacanza con il padre e per la notte di Capodanno era uscito per cenare e poi raggiungere il locale considerato tra i più chic di Crans-Montana. Un amico racconta di essere riuscito a fuggire con lui, poi, voltandosi, di non averlo più visto. Carla Masiello, la madre, chiama ospedali uno dopo l’altro. Nessuno sa nulla.

Emanuele Galeppini è nato a Genova, ma da qualche anno vive a Dubai con la famiglia. A Crans-Montana era uscito con gli amici per festeggiare la fine del 2025. Il padre, Edoardo Galeppini, viene a sapere dell’esplosione intorno all’1.30. Corre davanti al locale, poi negli ospedali. Controlla pronto soccorso su pronto soccorso. “Aiutatemi, aiutatemi”, ripete. Il telefono del figlio continua a non rispondere.

A Crans-Montana arrivano madri, padri, fratelli, sorelle. Si muovono tra il centro congressi Le Regent, trasformato in punto di accoglienza per i familiari, e gli ospedali. Psicologi e assistenti provano a sostenere un dolore che sembra ingestibile. Qualcuno riesce ad abbracciare il proprio figlio in un letto d’ospedale. Altri restano intrappolati in un’attesa che non ha parole.

L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, parla di 13 italiani feriti e di sei dispersi sulla base delle segnalazioni arrivate al consolato di Ginevra e all’Unità di crisi della Farnesina. Spiega che l’identificazione delle vittime richiederà giorni, a causa delle gravissime ustioni. Viene istituita direttamente a Crans-Montana un’Unità di crisi del consolato per rispondere alle domande dei connazionali e assistere le famiglie.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani invita chiunque abbia notizie o familiari dispersi a mettersi in contatto con la Farnesina, per avere un quadro completo. Annuncia la sua presenza sul posto, per portare solidarietà alla Svizzera e stare vicino ai cittadini italiani coinvolti. L’Italia risponde anche sul piano operativo: su richiesta delle autorità elvetiche, il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano dispone l’invio di un team di medici esperti nella gestione dei grandi ustionati e nel supporto psicologico. All’alba decolla anche un elicottero dell’elisoccorso da Aosta, con a bordo due rianimatori.

La tragedia non riguarda solo l’Italia. Tra i feriti ci sono anche cittadini francesi. Nove risultano ricoverati, altri otto non sono ancora stati rintracciati. Il ministero degli Esteri francese non esclude che alcuni possano essere tra le vittime non identificate. Tra i feriti c’è anche Tahirys Dos Santos, 19 anni, calciatore del Metz, squadra della Ligue 1. Il club gli dedica un messaggio pubblico di vicinanza, parlando di una battaglia contro la sofferenza.

Anche l’Europa segue con attenzione quanto accaduto. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si dice profondamente rattristata e annuncia l’attivazione del meccanismo di protezione civile dell’Unione europea. Parole di cordoglio arrivano da più parti, ma qui, a Crans-Montana, restano soprattutto il silenzio e lo shock.

Il sindaco Nicolas Feraud parla di una comunità che si è svegliata sotto choc. Una notte che doveva essere di festa si è trasformata in lutto e sofferenza. Attorno al Constellation, per tutta la giornata, c’è un via vai di curiosi, tenuti a distanza dalla polizia. Molti hanno saputo della strage solo al mattino, dai social o dalle prime notizie. Lorenzo, medico di Como che ha casa qui, racconta di essersi svegliato nella notte sentendo gli elicotteri e di aver capito solo più tardi cosa fosse successo.

Nel pomeriggio, quando il sole scende dietro le cime innevate, qualcuno depone i primi mazzi di fiori davanti all’ingresso del locale, coperto dai teli bianchi. A pochi metri di distanza, bar e pasticcerie sono pieni, i clienti fanno la fila. È un contrasto difficile da accettare, quasi violento. Eppure la vita, qui, sembra voler andare avanti comunque.

A poca distanza dal luogo della tragedia, alcune persone si ritrovano in silenzio. C’è chi prega, chi piange, chi resta semplicemente fermo. Una veglia spontanea per le vittime e per chi, in un letto d’ospedale, sta ancora combattendo. Il rumore degli elicotteri continua a scandire le ore, come un promemoria costante di ciò che è accaduto.

Crans-Montana resta una cartolina elegante, ma sotto la superficie luccicante c’è una ferita aperta. Una ferita fatta di nomi, di volti, di storie spezzate troppo presto. Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Leonardo, Sofia, Eleonora Palmieri, Tahirys Dos Santos e decine di altri ragazzi che quella notte avevano solo deciso di festeggiare. Il nuovo anno, qui, è iniziato con una tragedia che nessun telo bianco riuscirà a coprire davvero. Insomma, il tempo passerà, le vetrine torneranno a brillare, ma l’odore di fumo, per chi c’era e per chi aspetta ancora una risposta, resterà a lungo.

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