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Cronaca
15 Dicembre 2025 - 15:54
Franco Iachi Bonvin
Per sei anni questa storia è rimasta sospesa tra le aule di giustizia, il dibattito pubblico e una ferita che non si è mai davvero rimarginata. Sei anni di attesa, di sentenze contrapposte, di interpretazioni giuridiche che hanno diviso magistrati, opinione pubblica e politica. Oggi, però, il lungo iter processuale a carico di Franco Iachi Bonvin arriva a un punto di svolta che cambia radicalmente il quadro giudiziario del caso che nel 2019 aveva scosso Pavone Canavese e non solo.
La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha infatti pronunciato una sentenza destinata a pesare: il reato è stato riqualificato da omicidio volontario a omicidio colposo. La pena inflitta al tabaccaio, giudicato con rito abbreviato, è stata ridotta a un anno e otto mesi di reclusione, una distanza enorme rispetto ai cinque anni stabiliti in primo grado. Una decisione che non è soltanto numerica, ma giuridica e simbolica, perché incide sull’elemento soggettivo della condotta e riscrive la valutazione di quanto accadde quella notte.
La sentenza è stata letta in aula questa mattina, al termine di circa due ore di camera di consiglio. A presiedere il collegio era la giudice Cristina Domaneschi. Quando il verdetto è stato pronunciato, l’emozione di Iachi Bonvin è stata evidente. Il tabaccaio, oggi anziano, si è commosso visibilmente, lasciando trapelare un sollievo che andava oltre l’aspetto penale. Per lui, come ha confidato a bassa voce, si chiude un periodo segnato da sofferenza, esposizione mediatica e un peso giudiziario che lo ha accompagnato giorno dopo giorno.
Soddisfazione è stata espressa anche dai suoi difensori, gli avvocati Mauro Ronco e Sara Rore Lazzaro, che sin dall’inizio avevano sostenuto la tesi della legittima difesa, pur ammettendo la possibilità di un eccesso colposo. La riqualificazione del reato, secondo la difesa, rappresenta il riconoscimento di una condotta priva di dolo, maturata in una situazione di forte concitazione e paura, nel tentativo di difendere la propria attività e la propria incolumità.
Per capire il peso di questa decisione bisogna tornare indietro di sei anni, alla notte tra il 6 e il 7 giugno 2019. È una notte che a Pavone Canavese molti ricordano ancora con precisione. Iachi Bonvin, allora 69enne, viveva sopra la sua tabaccheria-bar, un’attività situata al piano terra della stessa abitazione. Nel cuore della notte, rumori sospetti lo svegliarono. Affacciandosi, si rese conto che il locale era stato preso di mira da una banda di ladri.
Tre uomini stavano cercando di portare via la macchinetta cambiamonete. Un furto come tanti, almeno in apparenza, ma che in pochi istanti degenerò in tragedia. Il tabaccaio, nel tentativo di fermare l’azione, imbracciò una pistola legalmente detenuta e sparò un colpo dal balcone di casa. Quel proiettile colpì Jon Stavila, cittadino moldavo di 24 anni, uno dei tre complici. Il giovane morì sul colpo. Gli altri riuscirono a fuggire.
Da quel momento, il caso esplose. Le immagini della tabaccheria, le ricostruzioni, le dichiarazioni politiche e il tema della legittima difesa tornarono prepotentemente al centro del dibattito nazionale. Il nome di Pavone Canavese divenne uno dei simboli di una discussione più ampia: fino a che punto è lecito difendersi? Dove finisce la paura e dove inizia la responsabilità penale?
In primo grado, la risposta della magistratura era stata netta e severa. Il Tribunale aveva riconosciuto Iachi Bonvin colpevole di omicidio volontario, ritenendo che avesse accettato il rischio di uccidere sparando verso i ladri. Una qualificazione che presuppone il dolo, o quantomeno la consapevolezza dell’esito letale dell’azione. La condanna a cinque anni di reclusione aveva segnato un passaggio durissimo, accolto con sconcerto dalla difesa e con reazioni contrastanti nell’opinione pubblica.
Proprio contro quella lettura si era concentrato l’appello. Gli avvocati avevano sostenuto che l’azione del tabaccaio non fosse animata dalla volontà di uccidere, ma dall’intento di fermare il furto, in una situazione di concitazione estrema, riconoscendo eventualmente un eccesso colposo. Una linea difensiva che oggi trova un riconoscimento formale nella decisione della Corte d’Assise d’Appello.

La tabaccheria di Pavone dove avvenne la rapina
Il passaggio da dolo a colpa non è un dettaglio tecnico. Significa che i giudici di secondo grado hanno ritenuto assente la volontà di cagionare la morte, individuando invece una condotta imprudente e sproporzionata rispetto al pericolo, ma non intenzionale. È su questo crinale che si gioca la differenza tra una condanna pesante e una pena drasticamente ridotta.
Il processo, durato sei anni, si avvia ora verso una conclusione che molti definiscono inevitabile, ma che arriva dopo un tempo lunghissimo per tutte le parti coinvolte. Per la famiglia della vittima, che ha perso un figlio in circostanze drammatiche. Per Iachi Bonvin, che ha vissuto anni sospeso tra la figura del commerciante che reagisce a un furto e quella dell’imputato per omicidio. Per una comunità che si è trovata, suo malgrado, al centro di un caso simbolo.
La sentenza di oggi non cancella la tragedia, né restituisce ciò che è stato perso quella notte. Ma ridisegna il perimetro delle responsabilità penali e chiude, almeno sul piano giudiziario, una vicenda che ha attraversato stagioni politiche, riforme sulla legittima difesa e un dibattito pubblico spesso acceso e semplificato.
Sei anni dopo, il caso del tabaccaio di Pavone non è più lo stesso. La giustizia d’Appello ha scelto una strada diversa, più aderente alla complessità dei fatti e delle motivazioni. E con questa decisione mette un punto fermo su una delle pagine più discusse della cronaca giudiziaria piemontese degli ultimi anni.
Quella notte fatidica del 6 giugno, Jon Stavila, insieme ad altri due complici, tentò il furto nel bar-tabaccheria di proprietà di Iachi Bonvin. L’accusato, resosi conto del furto in atto, sparò un colpo di pistola che si rivelò mortale per Stavila. Questo tragico episodio rappresentò il primo caso significativo a essere giudicato sotto la nuova normativa sulla legittima difesa, voluta dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini. La comunità locale si schierò prontamente a sostegno del tabaccaio, organizzando una fiaccolata in suo favore poche sere dopo l’evento. Un gesto che evidenziava la solidarietà dei cittadini verso chi si trova a difendere la propria vita e i propri beni.
L’allora procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando, avviò indagini anche sui complici di Stavila. Uno di questi venne rintracciato e arrestato tramite un mandato di cattura internazionale, ma con l’entrata in vigore della riforma Cartabia, la sua posizione fu stralciata. La riforma prevede infatti che, in assenza di querela da parte delle vittime, il procedimento non possa procedere. In questo caso, i titolari della tabaccheria non presentarono querela, portando alla chiusura del procedimento nei confronti del complice.
Durante il processo, emersero versioni contrastanti sulla dinamica dello sparo. Due perizie balistiche presentarono ricostruzioni divergenti: la prima, richiesta dalla procura, sosteneva che il colpo mortale fosse stato esploso dall’alto verso il basso, presumibilmente dal balcone della casa del tabaccaio; la seconda, una consulenza della difesa, affermava che un primo colpo fosse stato sparato dal balcone, ma il proiettile letale sarebbe stato esploso al piano terra, quando Iachi Bonvin si trovava faccia a faccia con il ladro.

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